Corrado Occhipinti Confalonieri.
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LA MOGLIE DEL SANTO.
Parte 1.
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2019. MINERVA Edizioni, BOLOGNA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Mi allontanerei in silenzio da te SOLO SE NON AVESSI IL CORAGGIO DI DIRTI ADDIO.
Piacenza, prima met del Trecento. La citt  martoriata dalle lotte tra le fazioni cittadine.
Impegnato nella conquista del potere, il nobile guelfo Tommaso Confalonieri favorisce il matrimonio del figlio Corrado con Eufrosina Vistarini, di famiglia ghibellina, alleata alla forza
emergente dei Visconti di Milano.
Nei primi anni Corrado  un marito sfuggente, interessato solo agli svaghi, fino a quando un suo tragico errore mette a repentaglio la sopravvivenza di tanti concittadini e il buon nome del casato. Sopraffatto dai sensi di colpa, Corrado ha una crisi mistica e medita una rivoluzionaria svolta nella sua esistenza.
Ed  in questo momento che l'amore di Eufrosina si rivela grande e indispensabile. Sar lei a incoraggiarlo, a dargli forza per il nuovo progetto, a rendersi a sua volta disponibile per un enorme sacrificio.
La rocambolesca vita di san Corrado e quella non meno sorprendente della moglie, rivivono nel romanzo dell'ultimo discendente Corrado Occhipinti Confalonieri, che ha ricostruito la storia di una coppia capace di una grande intesa spirituale ma legata fino alla fine da un amore appassionato, unendo la precisione dello storico a un linguaggio affettuosamente partecipe e coinvolgente.
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L'AUTORE.
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Corrado Occhipinti Confalonieri  nato a Milano nel 1965. Laureato in Scienze politiche con tesi in Storia del Risorgimento, ha preso la specializzazione in Diritto ed Economia dell'Unione europea. E autore di un saggio sul Circolo dei nobili fra Ancien Rgime e Liberalismo (Il Risorgimento, 1992, 1) e di uno sul progetto di Unione franco-britannica del giugno 1940 (Rivista di studi politici internazionali, 2018, 4). Finalista del concorso letterario Un giorno di Joyce indetto dal Corriere della Sera, collabora con il mensile Medioevo e
altri periodici su argomenti storici. Si occupa anche di divulgazione storica e novit librarie sui social (Instagram e Facebook) dove riscuote un ampio seguito. La moglie del santo  il suo primo romanzo.
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LA MOGLIE DEL SANTO.
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Prologo.
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JURIS, IUSTITIAE AC UBERTATIS VINDICES SUNT CONFALONERII. (Motto di famiglia).
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Anno domini 1300. Il nuovo secolo portava con s un segno di buon auspicio: quel numero, il tre, che rimandava al padre, al figlio e allo Spirito Santo. In realt, il momentaneo entusiasmo si trasform ben presto in una croce per i tre ordini sociali di chi pregava, di chi lavorava, di chi combatteva.
Lotte fratricide che contrapponevano i guelfi, vicini al Papa e i ghibellini, sostenitori dell'Impero, si fecero via via pi aspre, costringendo all'esilio la fazione perdente. Anche all'interno dello schieramento vincitore, si formavano correnti che dilaniavano quelle fragili alleanze, lasciando spazio all'uomo forte, a colui che sembrava decidere super partes ma che alla fine soddisfaceva solo la brama di potere della sua stirpe.
Si scatenarono guerre, carestie, pestilenze con una violenza mai vista prima. La parola tanto temuta, Apocalisse, circolava con sempre maggiore frequenza. Fu gridata nel 1348 quando scoppi la terribile peste nera. Pi di un terzo della popolazione mondiale mor fra orribili tormenti.
Piacenza la ricca. I suoi commerci e le sue fertili terre piacevano a tanti. La sponda al di l del Po per Milano, avamposto per ulteriori conquiste, rimase preda dei Visconti per l'inconcludente pragmatismo del suo signore, Alberto Scotto, che cambiava con disinvoltura casacca a seconda dell'opportunit politica.
I Confalonieri si ribellarono quando il Magno, come amava farsi pomposamente chiamare lo Scotto, cerc di far approvare al Comune una risoluzione dove chiedeva che la signoria diventasse ereditaria.
Questo era davvero troppo per l'antica famiglia piacentina che pag in termini di sangue la sua opposizione. Per vendetta Francesco Scotto, l'erede designato, uccise il giudice Bernab
Confalonieri. La stessa sorte capit nel castello di Torrano al cugino Paolo con tutta la sua famiglia, nonostante si fossero arresi al poderoso assedio.
Tornare indietro non si poteva: il cittadino divenne suddito. L'et della concordia finita per sempre.
Di quei Confalonieri, ci fu qualcuno che riusc a compiere la sua pacifica, personale rivoluzione.
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PARTE PRIMA.
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CAPITOLO 1.
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Corrado, seguitemi per cortesia, vi devo parlare gli accenn
Tommaso la sera del suo ventesimo compleanno, una volta che
tutti gli ospiti se n'erano andati.
Ditemi padre, che cosa c'? gli domand incuriosito e ancora
allegro per i festeggiamenti della sua nomina a cavaliere. Si
erano seduti su due scranni a fianco del camino acceso nella sala
grande del castello, dove Corrado spesso rimaneva incantato a seguire
il continuo mutare di forma e direzione delle fiamme, fino
a quando l'improvviso crepitio lo riportava alla realt.
Dopo una breve esitazione Tommaso entr subito in argomento:
Ieri, alla fiera di san Sisto, ho incontrato Bassiano
Vistarini, giureconsulto di Lodi, mio caro amico. Da un anno
la sua famiglia vive in esilio: il dominus Bassano, Antoniolo,
Riccardo, Guglielmo e Orio ad Alessandria, mentre lui si 
ritirato in una delle loro tenute a Zorlesco, dove possiedono
ricche terre, proprio ai confini con le nostre, al di l del Po.
Bassiano ha una figlia, che si chiama Maria Eufrosina e stiamo
pensando di combinare il matrimonio fra di voi. Sono ghibellini,
questo  vero, ma anche tua madre, che riposi in pace, lo
era e questo non ha mai costituito un problema per la nostra
famiglia, anzi: potrebbe rafforzare il nostro potere e mostrare
ai Visconti che ci imparenteremo con i loro alleati politici, in
modo che ci lascino tranquilli.
Colto di sorpresa, Corrado non sapeva cosa rispondergli, anche
se era consapevole che molti dei suoi coetanei gi si erano
sposati. Lui non aveva mai pensato al matrimonio e neppure si
era mai innamorato seriamente.
Per lo meno  bella? gli chiese smarrito.
Sembrerebbe di s, ha quindici anni e dicono che sia una delle
pi avvenenti fanciulle di Lodi. I Vistarini hanno origini germaniche,
sono tutti alti e di colori chiari. La loro casata  molto prolifica,
d'altronde come la nostra. Questo ci assicurer una forte progenie.
Datemi qualche giorno, vorrei pensarci su temporeggi cercando
di non urtare la sua suscettibilit.
Va bene, ma fatemi sapere le vostre intenzioni al pi presto
concluse impaziente Tommaso, augurandogli la buona notte.
Nel suo letto, Corrado non riusciva a prendere sonno. Pensieri
confusi senza n capo n coda si accavallavano nella sua testa,
fino a quando si impose di tenerli a bada: il matrimonio costituiva
il passaggio naturale nella vita di ogni uomo, cos come era gi
scritto che dovesse diventare cavaliere.
Gli venne in mente il suo avo Lantelmo che aveva preso parte
alla crociata bandita nel 1100 dal vescovo Aldo. Partito alla volta
di Gerusalemme con le insegne di Goffredo di Boglione, si era
distinto per coraggio e spirito di corpo. Lo avevano sepolto nella
loro cappella gentilizia in sant'Agata e portava all'avambraccio
una croce di ferro, a ricordo del suo grande onore.
Grazie a lui, era riuscito a identificarsi nei valori cavallereschi,
nonostante la caduta di San Giovanni d'Acri, ultimo avamposto
cristiano, fosse avvenuta nel 1291, un anno dopo la sua nascita.
Non ne era scaturita nessun'altra mobilitazione.
Anch'io, un giorno, riconquister la Terra santa concluse
sicuro prima di addormentarsi.
Spinto dalla curiosit, la mattina seguente e di buonora, Corrado
aveva iniziato le sue ricerche recandosi all'imbarcadero per
traversare il fiume.
Era la fine di aprile e il sole era gi sorto. I rami dei platani e
dei faggi non erano ancora completamente ricoperti dal fogliame
e tra i rami si intravedevano ancora i grandi nidi delle gazze.
Sono molto furbe - osserv fra s - ci intrecciano sopra un tetto
per nasconderlo alla vista dei corvi. Sbarcato sulla riva opposta,
aveva lanciato al galoppo il suo palafreno per le polverose strade
del lodigiano, finch era giunto a Zorlesco, a una ventina di chilometri
da Piacenza. Si era diretto verso il castello dei Vistarini
che, appoggiato a una rocca circondata da altissime querce, dominava
la vasta pianura fino alle sponde dell'Adda.
Dopo aver annodato le briglie del cavallo a una solida palizzata,
si incammin verso la villa nei pressi del castello dove un passante
gli aveva confermato che risiedeva la famiglia di Bassiano. Si era nascosto dietro una siepe di bosso e da l aveva intravisto un gruppo di
ragazze intente a pettinarsi al sole i capelli bagnati. Alcune stavano
in piedi, altre erano sedute su di una panca a ridosso del patio. Per
non scottarsi le braccia, indossavano delle tuniche bianche da casa.
Da lontano gli erano apparse tutte belle. Si avvicin fino a che riusc
a cogliere alcuni dettagli. Di una not la figura snella e slanciata;
di un'altra il viso dall'ovale perfetto; di un'altra ancora i capelli
biondi, ancora umidi, che si inanellavano in sottili catenelle d'oro.
Erano cos intente a chiacchierare e a ridere fra di loro che decise
di avvicinarsi ancora di pi, sicuro che non lo avrebbero visto.
Rimase a lungo incantato dai loro gesti lenti e dal suono armonioso delle loro voci che rimanevano come sospesi nell'aria. Quando una nuvola
offusc per qualche minuto il sole, scopr altri dettagli dei loro
visi: le gote rosate di una ragazza seduta; le labbra vermiglie e sottili di quella che le stava accanto; gli occhi scuri e mobili della giovane che prendeva un nastro dal cestino. Confuso da tanta abbondanza
non riusciva a capire quale gli piacesse di pi. Dall'entusiasmo che
stava provando in quella situazione intuiva per di essere pronto
a innamorarsi. Doveva riuscire a ricomporre quei dettagli, che da
soli potevano giustificare un'avventura con ciascuna di loro, nella
figura della sua donna ideale, quella che avrebbe sposato libero da
ogni pressione paterna.
Una di loro si stacc dal gruppo per entrare in casa. Trascorso
qualche minuto, Corrado sent un'allegra risata e intravide
un'ombra che attraversava correndo le grandi bifore del primo
piano. Dal portone socchiuso, era scappato un gatto bianco che
si dirigeva verso di lui.
Tessa, vieni qui, subito!
Aveva oltrepassato la soglia una figura svelta, dai lunghi capelli
biondi. Si era chinata con grazia e aveva afferrato la gatta: Sei
davvero disubbidiente - l'aveva redarguita fingendosi arrabbiata
- lo sai che se poi ti smarrisci e se non ti trovo pi ne soffrirei da
morire?.
L'aveva stretta al petto e mentre si stava avvicinando alle altre,
per un attimo si era voltata all'indietro, come se avesse avvertito
la presenza di qualcuno; poi aveva proseguito. La scena era durata
solo pochi istanti, quanto gli bastava tuttavia per ammirare l'ampio
sorriso e quel raro celeste degli occhi che irradiava splendore.
Era rimasto interdetto qualche istante, ma ora aveva la certezza
che fosse veramente lei, Eufrosina.
Tornando verso casa, un cupo pensiero dominava la sua mente.
Non si sentiva degno di una tale meraviglia. Si ricord allora
che da l a poco si sarebbe tenuto a Piacenza il torneo. Partecipare
in rappresentanza della citt costituiva la migliore occasione per
mostrarle il suo coraggio. Del resto, era l'unica virt che credeva
di possedere.
I tornei non erano ancora stati completamente assolti dalla
Chiesa che li reputava il braciere di quei peccati descritti tanto
minuziosamente da Giacomo de Vitry: superbia, orgoglio, ira,
accidia e perfino lussuria perch i torneanti se ne servivano per
sedurre le dame.
Corrado sentiva di essere pronto per quella sfida, si era lungamente
esercitato nella giostra, dove due cavalieri avversari si
fronteggiano a cavallo, impugnando la lancia con il braccio destro
e tenendo le briglie con la sinistra. Partono dagli estremi
opposti di una staccionata che li separa, lunga un centinaio di
metri e simulano una carica scontrandosi lateralmente. La regola
stabilisce che devono mirare al corpo dell'altro cavaliere. Un
punto vale il colpo sulla spalla, due punti sul torace e tre punti
alla testa. Ogni giostra si basa su tre round, cosicch l'esito della
sfida rimane incerto fino all'ultimo. Il disarcionamento, inoltre,
prevede la cessione del cavallo. In quel tempo, nonostante i tornei
fossero meno cruenti rispetto al passato, quando gli scontri erano
frontali, l'incolumit dei duellanti era ancora molto a rischio. Era
obbligatorio smussare le punte delle lance con una corona e robuste
armature a placche, che pesavano fino a venti chilogrammi,
avevano sostituito la cotta a maglia di ferro. Occorreva scegliere
cavalli pi pesanti per sorreggere il maggior peso del cavaliere,
cos diminuivano la velocit e la conseguente forza d'impatto.
Il torneo si teneva fuori dalle mura di Piacenza, all'altezza di
porta Gariverta, quella che conduceva proprio verso Lodi. Veniva
allestita un'arena sul manto erboso, dove le tribune di legno per il
popolo minuto fronteggiavano un grande palco d'onore. Appese
alle aste tutto attorno, sventolavano le bandiere con lo stendardo
della citt, rosso con un quadrato d'argento nel mezzo, alternate
agli araldi dei partecipanti. Era un modo per riaffermare il prestigio
della cavalleria, visto che la partecipazione era riservata ai
cavalieri in possesso dei quattro quarti di nobilt.
Ogni citt della Lega lombarda che aveva battuto Federico
Barbarossa, inviava uno o pi dei suoi rappresentanti, ma anche
citt straniere amiche potevano partecipare ed erano frequenti
cavalieri che provenivano da Londra e da Parigi.
La concorrenza si presentava particolarmente agguerrita: tutti
i figli cadetti delle pi importanti casate italiane risultavano
iscritti.
Corrado aveva preferito rinunciare alla spada e concentrarsi
sulla giostra, dove per et e vigore fisico poteva giocarsi meglio
le sue carte.
L'ingresso dei cavalieri in campo veniva annunciato dagli
squilli dei trombettieri e l'araldo presentava il suo campione
al pubblico, decantandone le virt. Venivano poi presentate le
insegne, che avevano anche lo scopo di identificare il cavaliere
che, chiuso da elmo e armatura, altrimenti non poteva essere riconoscibile.
Eufrosina era seduta sui morbidi cuscini di velluto del palco
d'onore, raggiante in un vestito di seta cremisi dalla scollatura
ovale, stretto in vita e dalle maniche lunghe e ampie. Portava
un velo bianco in zendado, di seta, appuntato ai capelli raccolti in una
elaborata treccia proprio sopra la nuca, per lasciarle scoperto il
viso. Sulla fronte, alta e rotonda, spiccava un rubino cabochon circondato da brillanti che, alla luce intensa del sole, sprigionavano
lampi di tutti i colori dell'iride. Ufficialmente accompagnava il
padre per partecipare alle competizioni dei suoi fratelli maggiori,
ma era l per conoscere il suo pretendente. I costumi erano cambiati
rispetto al passato, la donna doveva manifestare il proprio
consenso alle nozze e quindi se Corrado non le fosse piaciuto,
aveva tutto il diritto di non sposarlo.
La giostra in ogni caso non riusciva proprio ad apprezzarla, la
giudicava troppo cruenta. Ogni volta che i suoi fratelli partecipavano
ai tornei, preferiva starsene a casa per il timore di assistere ai
loro incidenti. Le avevano raccontato di cavalieri che disarcionati
dal proprio destriero, erano rimasti zoppi oppure orbi quando la
lancia riusciva a conficcarsi dentro l'elmo, mentre i pi sfortunati
morivano in seguito alle ferite riportate, fra atroci sofferenze.
Non sapendo pi cosa farsene dei figli minori storpi, i padri a
volte li costringevano a prendere i voti come monaci.
Questa volta poi aveva un motivo in pi per stare in ansia.
Aveva scelto il colore di quell'abito e di quei gioielli per richiamare
i colori del gonfalone di Corrado e manifestare cos, senza parole,
il suo sostegno. Non ne conosceva ancora i tratti del viso, dal
palco riusciva solo a intravedere una figura slanciata con l'elmo
gi abbassato che portava il disegno dello stemma sulla rilucente corazza.
Lo sfidante di Corrado si chiamava Nicol Antiani, un cavaliere
che proveniva da Bologna, noto per il suo sfacciato coraggio
che gli aveva consentito di vincere pi giostre di qualunque altro
partecipante. Per questo sentiva i nervi tesi come prima di saltare
un ostacolo dall'altezza impossibile. Strinse i denti e pens:
Devo vincere questa strana inadeguatezza che mi prende anche
quando mi alleno alla quintana. Devo tirar fuori la grinta di un
cavaliere che discende da Lantelmo!.
Da dietro le fessure della visiera, aveva notato che forse non a
caso Eufrosina indossava i suoi colori e questo incoraggiamento
gli dava ulteriore forza.
Come destriero, aveva scelto dalla sua scuderia un purosangue
nero di razza frisona che si chiamava Wodan, in onore del
dio vichingo della guerra. Di stazza media, con zoccoli e orecchi
piccoli, era particolarmente indicato per mettere in pratica la sua
rischiosa strategia: l'armatura in acciaio, leggera ma pi vulnerabile,
il cavallo veloce per prendere una rincorsa maggiore.
Bisognava che si ricordasse di guardare sempre Nicol negli
occhi, anche quando avrebbe trovato davanti a s la punta della
sua lancia. Nei precedenti tornei, aveva notato che il suo unico
errore era quello di voltare la testa e perdere la visuale qualche
istante prima dell'impatto, come per proteggere inconsciamente il volto.
Al via del primo round, nonostante avesse piantato gli speroni
d'oro massiccio nei fianchi di Wodan, l'attacco risult troppo
lento e Nicol era riuscito a colpirlo sulla spalla sinistra, aggiudicandosi il primo punto. Era molto deluso e dolorante, ma non
si voleva perdere d'animo. Chi perde una battaglia non  detto
che poi perda la guerra era uno dei suoi motti preferiti e in quel
momento continuava a ripeterselo.
Dopo qualche minuto di riposo per i cavalli, ma senza farli
raffreddare troppo, era iniziato il secondo round. Nicol, galvanizzato
dalla prima stoccata, aveva spinto il suo destriero con
maggiore virulenza e anche questa volta era riuscito a sfiorare
Corrado sulla spalla sinistra, aggiudicandosi il secondo punto.
Il popolo rumoreggiava: esaltato come sempre dalle facili
vittorie cos come diventava subito rabbioso per le sconfitte, era
convinto che il bolognese avesse la vittoria in pugno. Corrado
si sentiva scorato, quell'avversario era davvero troppo forte per
lui che alle spalle non aveva altro che qualche allenamento con
i suoi scudieri. Guard allora verso il palco poich aveva notato
che Eufrosina si era alzata in piedi, come se volesse andarsene.
Il padre l'aveva fermata, ordinandole di sedersi. Quel gesto gli
fece montare il sangue alla testa e pens: Crede anche lei che
io abbia gi perso?.
Allo squillo della tromba che annunciava l'ultimo combattimento,
raccolse allora tutte le sue forze e spinse Wodan in un galoppo
forsennato. Questa volta pens a una finta. Quando non
era ancora all'altezza dell'impatto con l'Antiani, alz leggermente
la lancia, come se stesse puntando al volto. Nicol aveva sollevato
istintivamente il capo, per poi riabbassarlo subito dopo, ma in quel
momento era all'altezza della lancia di Corrado che, distendendo
rapido il braccio, lo colp con forza sull'elmo all'altezza del mento:
quel fendente, che valeva tre punti, gli aveva assicurato la vittoria.
Felice come non lo era mai stato prima, aveva compiuto tre
giri di campo acclamato dalla folla, poi lo scudiero gli tolse il
bacinetto e l'armatura e si present con aria spavalda dinnanzi al
palco d'onore, per il saluto alle autorit cittadine.
Eufrosina era rimasta subito colpita dai suoi occhi, neri e profondi,
che aveva paragonato a due laghi notturni dove si specchia
la luna, vaghi e sensuali. I folti capelli neri, madidi di sudore, ricadevano ai lati della fronte in ciocche leggermente arricciate che
distraevano dall'eccessiva lunghezza del naso, mettendo in risalto
la mascella volitiva. L'altezza era al di sopra di quella degli altri
torneanti e la figura appariva muscolosa, senza per essere troppo
possente. Gli era piaciuto subito, ma teneva lo sguardo lontano,
in attesa che le rivolgesse il saluto.
Il cugino Alberto, come massima autorit cittadina, gli consegn
il premio per la vittoria: una spilla a forma di lancia d'oro,
mostrando a tutti grande soddisfazione mentre gli stringeva calorosamente la mano. Il momento era solenne, finalmente Piacenza
aveva come campione della giostra un cavaliere che proveniva da
un'antica famiglia capitanea e il pubblico applaudiva entusiasta
per quel grande onore.
Terminate le presentazioni di rito introdotte dal padre Bassiano,
la comitiva sost al banchetto che si teneva sotto ampi
tendoni bianchi, in prossimit del palco.
Qui Corrado si era avvicinato a Eufrosina e le aveva chiesto il
permesso per un ballo, che lei accord con gioia trattenuta.
Portate un nome particolare, da dove deriva? le domand
mentre danzavano sotto gli occhi ammirati degli astanti che raramente
avevano visto una coppia cos ben assortita e dai movimenti
cos aggraziati.
In realt il mio nome non mi piace particolarmente - gli
rispose sorridendo - non  neppure un nome di famiglia, quindi
non sto facendo torto a nessuno dei miei avi.
Dopo una giravolta, prosegu nel racconto: Mia madre amava
molto la storia dei santi e cos il nome fa riferimento alla santa
polacca che per sfuggire al matrimonio si era travestita da uomo
per entrare in un'abbazia, dove poi si era distinta come copista.
Cos abbiamo rischiato di avere un'altra papessa! sottoline
Corrado che voleva capire se stava allo scherzo.
Forse si sarebbe comportata meglio di tanti altri pontefici
che abbiamo dovuto subire, la sua saggezza e la sua modestia
l'hanno vista salire agli altari replic con ilare prontezza.
Qui viene fuori la vostra anima ghibellina! la punzecchi.
In realt, preferisco un'altra mia omonima: quella santa, figlia
di Costantino sesto, che entrata in convento, dopo qualche
anno di vita monastica fu costretta ad abbandonare il velo per
sposare Michele secondo, assicurando cos un erede alla dinastia per
saldare il trono di Bisanzio ribatt convinta.
Questa mi sembra una storia pi simile alla nostra, ma in realt
voi non sarete costretta a sposarmi le disse cortese, facendosi
improvvisamente serio.
Oltretutto Michele secondo era di modi rozzi e volgari. Voi non
mi sembrate proprio cos gli rispose guardandolo intensamente
negli occhi. Aveva percepito come una morsa alla bocca dello
stomaco: non le era mai capitato di sentirsi cos a suo agio con
una persona del sesso opposto, nonostante avesse parecchi
corteggiatori. Con lui, invece, avvertiva una strana sintonia, come se
lo conoscesse da sempre.
Corrado si era sentito avvampare dalla felicit: Vi ringrazio
infinitamente Eufrosina, apprezzo la vostra schiettezza, riesco a cogliere in voi quella sincerit priva di supponenza cos rara in quest'epoca funesta, dove si dice di tutto e il contrario di tutto, dove non esistono pi l'onore e la parola data. Con la vostra magnificenza,
mi avete colpito pi profondamente di una lancia in mezzo al cuore,
proprio per questo vostro modo di essere cos diretta.
Lei rimase in silenzio. Aveva abbassato lo sguardo e sul volto
era comparso un casto sorriso, pieno di fiducia nel futuro che gi
si stava immaginando con quel giovane cavaliere.
Il vostro nome, invece, quale storia nasconde?
L'ha voluto mia madre, ricorreva spesso nella sua di famiglia.
Si riferisce al figlio dell'imperatore Federico secondo che per gelosia
uccise il fratello, gettandolo in mare? gli chiese divertita da quel
gioco.
Non proprio, ha un'origine ben pi concreta - rispose prestandosi
all'ironia - si riferisce all'imperatore Corrado secondo che con l'edictum de beneficiti assegn i feudi ai suoi vassalli in pianta stabile.
Eufrosina scoppi in quella stessa cristallina risata che aveva
sentito a Zorlesco qualche giorno prima: allora immagino che i
Landi continueranno a chiamarsi cos per lungo tempo ancora.
Ci potete scommettere!
Al termine della danza, le sfior la mano con un bacio e avvert
lungo la schiena un brivido caldo che si irradiava a tutto il corpo.
L'aveva scortata al tavolo d'onore, dove i camerieri stavano
gi servendo le portate del banchetto e si erano uniti agli altri
rumorosi commensali, rimanendo distanti quanto conveniva a
un primo incontro ufficiale, ma neppure cos tanto da non poter
cogliere gli sguardi che ognuno si lanciava, quando pensava di
non essere visto all'altro.
Alla fine della cena, si era avvicinato a Eufrosina. Vi rivedr?
le aveva chiesto con un sorriso, mentre i suoi occhi vibravano
nell'ansia della risposta.
Forse, se Dio lo vorr.
Qualche mese dopo, Bassiano e Tommaso avevano raggiunto
un accordo sulla cospicua dote della fanciulla: cinquecento fiorini
d'oro e un corredo degno di una principessa, tanto che per trasportare
mobili, arazzi, monili e tappeti vennero utilizzati dieci muli.
La sera prima delle nozze, Corrado e il suo seguito erano andati
a ricevere la sposa e la sua comitiva all'imbarcadero sul Po, un
inusuale gesto di cortesia per le famiglie nobili dell'epoca. Mentre
aspettava di scorgere l'imbarcazione della sua futura sposa,
teso dall'emozione, aveva respirato a pieni polmoni l'aria calda e
umida che proveniva dal grande fiume. Quel profumo l'avrebbe
riconosciuto fra mille altri al mondo, forse un forestiero non ci
avrebbe fatto caso, ma quell'aere odore di alghe e di pescato, ingentilito dall'aroma dei tigli, lo faceva stare subito meglio.
Rest a bocca aperta quando scorse quella che da lontano
gli era sembrata una specie di nuvola che avanzava fra le placide
acque. Quando sent anche musica provenire da l, tra il suo seguito
ci fu un mormorio unanime di incredulit: Bassiano aveva
dato ordine che il barcone fosse pitturato di bianco e la prua sormontata da una scultura in legno che rappresentava la testa di un
cigno, dipinta di vernice d'oro. Due musicanti suonavano la viola
e il flauto, allietando la comitiva che sedeva al centro dell'imbarcazione, sotto una candida tenda di lino.
Non appena Eufrosina lo not sulla sponda opposta, per la
sorpresa sent il cuore scoppiarle di gioia e si precipit a prua per
salutarlo. L'ampio movimento del braccio di lei gli diede conferma
della sua spontaneit, pur mantenendo la naturale eleganza,
per quel modo lento di muoverlo dal basso verso l'alto.
Corrado rimase incantato da quell'immagine. Le folate di
brezza facevano agitare i suoi capelli come uno stendardo al sole.
Una larga bordura in velluto blu intorno alla sua veste cinerina
metteva in risalto il biancore della sua pelle.
Stava ripensando a qualche giorno prima, quando si erano
visti di nascosto sulla riva del fiume. Mentre passeggiavano, le
aveva raccontato di una sua zia, badessa del monastero di san
Siro, morta alcuni anni prima. Era avvenuto uno strano fenomeno
non appena era spirata: un fulmine aveva colpito la torre
campanaria, provocando un profondo squarcio.
Che significato credete possa nascondere? le aveva chiesto.
Credo che Dio abbia voluto mandare un segnale, per tutte le
sofferenze e le umiliazioni che Adelasia ha subto per la penuria
di carit, come quando  stata costretta a elemosinare l'aiuto della
vostra famiglia per poter mantenere il monastero.
Anche io ho pensato alla stessa cosa, ma non  cambiato
nulla da allora.
Dio ci manda dei segnali, ma sta a noi coglierli, perch siamo
dotati di libero arbitrio. Purtroppo, e anche di sovente, questi vengono
confusi con sciocche superstizioni, fagocitate da leggende di
maghi e stregoni che fanno vacillare la volont delle persone.
Perch un fulmine ha colpito la torre?
Tutte le torri rappresentano l'orgoglio umano, ricordate la
torre di Babele? Il volersi elevare da terra, sfidare le forze della
natura che ci costringono verso il basso e voler dominare anche
il cielo che, come ci insegna Francesco d'Assisi,  dono di Dio e
spazio per i volatili.
Si tratta di un avvertimento, quindi.
Certamente, perch se il denaro servito per costruire quelle
inutili torri venisse utilizzato per la carit, sarebbe speso per aiutare la pace.
Come Francesco, anche voi pensate che nel mondo vi sono
tremende ingiustizie e diseguaglianze incolmabili?
Credo che possano venire mitigate con l'esempio di Francesco:
non occorrono gli eccessi che sfociano nell'eresia o la violenza
delle guerre. Questo perverso sistema deve essere cambiato
dall'interno, dando l'idea che tutto rimanga immutato nella
forma e nei privilegi, ma nella sostanza dobbiamo avvicinarci
al suo di esempio. Un gesto, sovente, vale pi di mille parole.
Lui l'aveva guardata con ammirazione. Sosteneva convinta le
sue tesi senza per mostrare l'intenzione di convincerlo e questo
lo faceva stare bene.
Rendete tutto pi chiaro dentro di me. A volte  come se
avessi sulla testa un cielo cupo. Voi siete il vento che spazza via
queste nuvole e cos torna il sereno.
Eufrosina si era seduta sul greto, stringendo le ginocchia con le
braccia. Dalla tunica in panno rosato spuntavano solo i suoi polsi
sottili. Con uno sguardo, lo aveva invitato a mettersi accanto a lei.
Corrado era rimasto qualche istante in silenzio a fissare la pigra
corrente. Aveva pensato che quel contatto con lei gli piaceva.
Alcune volte mi odio. Ricordate durante la premiazione della
giostra, quando mi avete visto per la prima volta? Ecco, quel
mio atteggiamento di ostentata sicurezza era una forzatura. Nasceva
dalla mia presunzione di essere superiore agli altri come
privilegio di nascita.
Succede spesso alle persone sensibili che non scelgono la
propria strada libere da condizionamenti familiari aveva cercato
di minimizzare Eufrosina.
Improvvisamente - aveva insistito lui -  come se abbassassi
la calata dell'elmo per separare me stesso dal mondo che mi circonda.
Anche le persone che amo di pi mi appaiono quasi del
tutto trasparenti.
Eufrosina aveva intrecciato la mano con la sua e lui le aveva
accarezzato il dorso con l'altra.
Si tratta di un avvertimento per mettermi in guardia su cosa
mi aspetta? gli aveva chiesto con un tono da cui traspariva la sua
ironica sagacia.
Con voi non accadr mai. Sento che non riuscir a realizzare
i miei sogni di gloria come fece il mio avo Lantelmo... per questo
temo che presto vi stancherete di me.
Eufrosina aveva aggrottato la fronte. Non succeder, siatene
certo. Dentro di voi c' qualcosa di unico che mi ha colpita fin
dal primo istante, sono sicura che sarete destinato a grandi cose.
Sapete, ho imparato che un cavaliere non deve mai mostrare
le proprie emozioni: sono segnali di debolezza. Solo con voi sono
riuscito ad aprirmi cos aveva detto Corrado guardandola negli
occhi con sincerit.
Ci sono ricordi che vi rattristano in particolar modo?
Quelli legati alla scomparsa di familiari che non ho potuto
soccorrere. Mio cugino Bernab venne ucciso quando ero ancora
adolescente. Ricordo il mio risveglio di soprassalto quando avevo
sentito le ruote del carro entrare a notte fonda nel castello, poi il
dolore e il senso di panico che avevo provato ascoltando il racconto
di sua moglie Eleonora... non scorder mai il volto terreo delle
sue bambine, tremanti e terrorizzate.
Deglut a fatica e prosegu: Il giorno dello sterminio di Paolo
e della sua famiglia avevo gi diciannove anni, ma non ero potuto
intervenire in sua difesa, perch costretto a letto da una rovinosa
caduta da cavallo... Questi dolori sono rimasti incisi nel mio
cuore, ma mi sono imposto di tenerli nascosti.
Almeno fino a ora aveva detto lei appoggiandogli la testa sulla spalla.
Era rimasta in silenzio qualche istante. Si comportava sempre
cos quando voleva fissare nella mente un ricordo che non voleva
sbiadisse col trascorrere del tempo.
Anche io con voi riesco a esprimere quello che sento, perch riuscite a farmi sentire importante.
....
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...
CAPITOLO 2.
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...
Il 10 di agosto 1310, in una mattinata in cui il maestrale aveva
ripulito il cielo, il cugino Filippo fu costretto a celebrare il loro
matrimonio in sostituzione del vescovo Ugo Pilori, impegnato a
Ravenna nel difficile processo contro i Templari che vedeva coinvolti
quattro loro concittadini: Raimondo e Giacomo Fontana,
Guglielmo da Pigazzano e Pietro Caccia, tutti poi assolti grazie al
suo autorevole intervento.
Fin da bambino, Corrado aveva sempre ammirato i cavalieri
del santo sepolcro: puri, coraggiosi e con un indomito spirito di
corpo, si potevano definire monaci armati. In battaglia non arretravano
mai, se uno di loro cadeva, un altro lo sostituiva. Non
potevano arrendersi neppure se perdevano le armi. Questa obbedienza
cieca, assoluta al superiore veniva crudelmente messa alla
prova durante il voto di povert, obbedienza e castit.
I nuovi cavalieri dovevano sputare sulla croce quando gli veniva
ordinato dal pi anziano e baciargli pure le natiche, creando
cos un condizionamento psicologico fortissimo che annullava
qualsiasi volont individuale. Chi si ribellava o cercava di protestare,
era allontanato immediatamente. Quelli che ubbidivano,
dopo essersi confessati dal cappellano militare, potevano considerarsi
fra gli eletti.
Purtroppo i Templari, proprio negli anni pi importanti della
sua formazione cavalleresca, furono travolti da vari scandali, mai
dimostrati: eresia, sodomia, cupidigia e questo diede un ulteriore
smacco alla sua brama di gloria. L'errore che l'organizzazione
commise fu senza dubbio la reticenza a divulgare il loro codice
d'onore, dando origine a voci incontrollabili sulla loro scandalosa
condotta.
Le principali accuse vennero mosse dai cappellani esterni che
riportavano, in maniera distorta e senza la corretta spiegazione, i
dettagli di quei riti, all'apparenza osceni e appresi in confessione,
in realt soltanto una mise en place.
Celestino V, il papa eremita, disgustato da quelle consuetudini
che considerava volgarissime e assolutamente indegne per i religiosi,
aveva sciolto l'Ordine dietro le pressioni del re di Francia
Filippo il Bello interessato, pi che a questioni morali, a mettere
le mani sulle enormi ricchezze fondiarie raccolte dall'organizzazione.
Nel 1314, nonostante i cavalieri si fossero pentiti, evitando
cos la scomunica, Filippo condann lo stesso al rogo i generali
Jacques de Molay e Geoffroy de Charmy che arsero vivi davanti a
Notre-Dame, ribadendo cos la supremazia del potere temporale
su quello spirituale.
A Piacenza, gi dieci anni prima, quando i rappresentanti
locali dell'Ordine avevano cominciato a capire che aria tirava,
cedettero tutti i loro beni ai domenicani per evitare rappresaglie
e quella pavida ritirata lo aveva oltremodo destabilizzato, mentre
invece il loro esempio avrebbe dovuto guidarlo verso l'et adulta.
Proprio come segno di discontinuit dalle quotidiane tribolazioni
che riguardavano non solo i Templari ma anche guelfi e ghibellini,
suo padre Tommaso aveva preferito per le nozze la basilica
di sant'Antonino rispetto alla Maggiore. L, Arduino Confalonieri
aveva firmato i preliminari della pace di Costanza, quando
le citt italiane riunite in Lega, avevano sconfitto Federico Barbarossa e il piacentino Tibaldo Visconti, eletto poi papa con il
nome di Gregorio decimo, aveva esercitato la sua attivit pastorale. Un modo per suggellare la pace, senza divisioni tra le parti in lotta,
in onore di questa grande autorit ecclesiastica che era riuscita a
riunire il Sacro romano impero d'oriente e d'occidente, anche se
solo per pochi anni.
L'antica cattedrale era una grande struttura a crociera in stile
romanico, eretta a partire dal quarto secolo in onore del santo patrono.
Costruita esclusivamente in mattoni, era dominata al centro
da un grande campanile con due bifore su tre piani, incorniciate
di travertino. La forma a ottagono era una metafora. Rappresentava
l'ottavo giorno dopo la settimana della creazione, da interpretare
come quello della morte e della resurrezione di Ges
Cristo.
Disponeva di due ingressi: a nord la porta del Paradiso presentava,
attorno alla grande arcata, istoriati intrecci marmorei
bianchi e rossi, simbolo della purezza e della passione, dove risaltavano
le statue di Adamo ed va. Si allargava su un ampio spazio
interno, adatto anche per poter discorrere al riparo dalle intemperie.
A ovest, nell'atrio della porta Magna, dominava la scena un
grande affresco dell'Apocalisse che, visto dal basso, incombeva
come monito sui fedeli.
La basilica era sostenuta da grandi colonne in mattoni, non
particolarmente slanciate. La luce proveniva da due file di finestre,
alternate dai colorati affreschi che raffiguravano santi e profeti.
Il soffitto era tinteggiato di bianco, come se si trattasse di
un territorio neutrale. Il tempo avrebbe poi reso il bianco simile
a quello sporco di certe nuvole che segnano l'autunno padano
quando, cariche d'acqua, non si decidono a scaricare, quasi fossero
in attesa di una folata di vento che le porti lontano.
Quel giorno, un gran numero d'invitati attendeva l'arrivo
della sposa. Partecipavano tutti i notabili della citt e la folla incuriosita
si assiepava sui gradini della porta del Paradiso, sorvegliata
dai soldati in alta uniforme. Il matrimonio metteva in secondo
piano gli altri grandi avvenimenti di quei giorni: il capitolo generale
dei domenicani e la delegazione dei nunzi del nuovo imperatore
Enrico del Lussemburgo, che avevano riunito importanti
personalit provenienti da tutto il mondo, incrementando cos
elemosine e affari.
In piazza, un coro unanime di meraviglia aveva accolto l'arrivo
di Eufrosina in sella a un purosangue bianco: gli invitati
all'interno incuriositi, quasi smarriti dall'apparizione di tanta inconsueta
bellezza. Indossava un abito bianco in seta damascata
stretto in vita con ricamate piccole rose in filo d'oro. Scelta che,
con una punta d'invidia, le invitate avevano commentato come
insolita. Quel colore per la cerimonia di nozze era gradito alle
spose veneziane.
Sul capo portava un cerchiello di perle e brillanti che tratteneva
il prezioso velo di bisso, mentre i capelli lisci erano sciolti semplicemente
sulle spalle. Un tenue rossore le avvampava le guance
mentre, al braccio del padre Bassiano, percorreva la navata con
portamento regale, rivolgendo lo sguardo a destra ora a sinistra,
in segno di saluto. Corrado la fissava con trepida ammirazione,
mentre si sistemava la tunica di raso melagrana con bottoni d'argento,
stretta in vita da una cintura di lampasso della stessa tinta
e ricamata con motivi orientaleggianti.
I canti gregoriani si innalzavano fino al soffitto, per ricadere
sugli sposi come una nevicata di candidi petali. Non era solo
un matrimonio d'interesse e mentre don Filippo univa le loro
mani, un'incredibile energia si era sprigionata in loro, unendoli
per sempre, qualunque cosa il futuro gli avesse riservato.
A Calendasco il banchetto nuziale fu allestito presso la sala
grande del castello, la pi fresca. Corrado era un esperto cacciatore
e avevano scelto un men basato sulla selvaggina che in quel
tempo risultava particolarmente gradita al palato dei nobili.
Tommaso, noto per la sua parsimonia, non aveva badato a
spese per il matrimonio di suo figlio. Aveva dato ordine al capo
cuoco di preparare pasticcio di carne e di pesce, arrosti di manzo
e vitello da latte, anguille da Chioggia, trote di torrente, lucci e
persici alla brace e in umido, pavoni e anatre glassate, gamberi di
fiume alla griglia, il tutto accompagnato da salse cotte e crude,
fave, formaggi di ogni tipo - tra cui il famoso grana piacentino -
datteri, arance e fichi canditi, dolci al miele, alle mandorle e allo
zenzero.
La tavola, a ferro di cavallo e con una doppia tovaglia di fiandra,
era apparecchiata con cinque grandi coppe d'oro ricolme di
rose gialle e bianche, piatti, cucchiai, coltelli e calici d'argento.
Le saliere erano colme del prezioso sale proveniente dai pozzi di Salsomaggiore
che suo fratello Giacomo, assieme ai figli, Bernab,
Alberto e don Filippo, avevano ceduto al Comune qualche anno
prima.
Un'entrata importante per l'amministrazione pubblica, la
gabella del sale costituiva una delle principali tassazioni perch
veniva imposto a ogni famiglia di acquistarne un quantitativo
proporzionato al numero dei componenti. Non si poteva comperare
quello che proveniva da altre citt e l'utilizzo era destinato in
particolare alla conservazione della carne e del pesce.
Lucerne di ferro battuto e candele di cera d'api in grandi
candelabri posti sulla tavola illuminavano il salone; appeso sulla
destra del grande camino, incorniciato dal marmo beige proveniente
dalle cave di Botticino, svettava un grande arazzo con lo
stemma dei Confalonieri, lo scudo rosso al gonfalone d'argento
posto in banda e svolazzante a sinistra, a rammentare lo spirito
della casata: fedelt e difesa della Chiesa anche con il versamento
del sangue. Quel blasone legava in modo indissolubile il loro
destino di generazione in generazione, ricordando che chi avesse
tradito quell'ideale, non aveva pi nessun titolo di appartenenza
alla famiglia.
Le portate vennero servite da una decina di camerieri mentre
altri versavano il vino rosso amabile delle loro terre e il pregiato
bianco di Borgogna. Quattro inservienti erano incaricate di passare
fra i commensali con un acquamanile a forma di drago e una
bacinella.
Sul pavimento, petali di rose e di erbe profumate - rosmarino,
dragoncello, mentuccia e salvia - sprigionavano il loro profumo
pigiati dal continuo viavai.
Durante il banchetto, i menestrelli suonavano la Musica lieta,
nuova ma a tratti inquietante, alternandosi con i buffoni che dilettavano
gli ospiti con le loro storie bizzarre. Quando non divertivano
pi, Tommaso gli lanciava un'occhiata perch lasciassero il
posto a trampolieri e giocolieri.
La serata trascorreva in allegria, canti e balli si avvicendavano
vorticosamente e gli ospiti danzavano nelle loro larghe vesti dai
colori accesi. I musicanti suonavano con entusiasmo liuti e viole,
Eufrosina e Corrado ridevano forte mentre volteggiavano in
ardite coreografie. I giullari, nei loro improbabili costumi a righe
colorate gialle e verdi, prendevano in giro gli invitati, che a loro
volta fingevano di scandalizzarsi.
Verso met del ricevimento i due sposi si ritirarono al piano
superiore nella loro camera nuziale, sobria ma confortevole, arredata
con la mobilia che Eufrosina aveva portato in dote da Lodi.
Di fronte alla contrapporta che proteggeva dagli spifferi e a
ridosso del muro si trovava il grande letto a baldacchino, posto
sopra una pedana in noce. Il drappo e le tende riprendevano il
colore del copriletto, in burdo blu rigato di marrone. Lenzuola e
cuscini di lino bianco facevano parte del suo corredo e venivano
profumati da mazzetti di lavanda, sparsi dalle amiche in segno
benaugurale. Completava l'arredo una grande cassapanca sotto
le finestre alla loro destra e ricoperta con un tappeto di lana celeste.
Sulla parete opposta, l'inginocchiatoio con sopra una grande
tavola fondo oro di scuola fiorentina, raffigurante Maria con in
braccio il bambino Ges.
Quando furono soli, Corrado la riemp di baci sulle mani, sul
collo e sulla bocca, mentre le passava le dita fra i capelli e il viso
tra le mani. Poi la prese in braccio e l'adagi sul talamo.
Hai paura? le domand sorpreso smettendo di baciarla. Si
era accorto che tremava.
Un poco. Ho immaginato tante volte questo momento con
te, ma mi sento cos in imbarazzo gli sussurr all'orecchio come
se qualcuno potesse sentirla.
Lasciati andare, amore mio, con me sei al sicuro. Non voglio
farlo perch dobbiamo dimostrare alle nostre famiglie di aver
consumato il matrimonio, ma solo perch ti amo e desidero unirmi
a te come se fossimo una persona sola.
Rassicurata dalle sue parole, gli sorrise e si lasci sfilare la camicia,
poi per si copr istintivamente il seno e il sesso con le
braccia. Si vergognava a stare cos con lui, pensava che i nobili
si congiungessero vestiti, almeno questo aveva sentito raccontare
dalle sue amiche.
Anche lui si era tolto la camicia ed era rimasto a petto nudo.
Si sdrai al suo fianco e si guardarono a lungo negli occhi senza
parlare. Cominci ad accarezzarla, partendo dalle tempie fino ai
fianchi e quando sent che finalmente lo desiderava, risal fino
alla nuca, sfiorandole il ventre, il seno e la schiena, come se le
indicasse un immaginario percorso. Rassicurata dalla sua totale
mancanza di fretta, lei aveva sciolto le braccia e seguiva gli stessi
movimenti su di lui, all'inizio con esitazione e poi con la stessa
disarmante sensualit, mentre il loro respiro si faceva sempre pi
intenso.
Quando sent che era pronta, si sfil gli altri indumenti e le
prese la mano, facendole sentire quanto la desiderava. Lei allora
sorrise e si apr docilmente a quella nuova complicit.
Fai piano, ti prego lo implor quando sent che stava entrandole
dentro. Lui le sollev le braccia, facendo cos combaciare
i loro corpi e intrecci le mani con le sue. Rimase fermo fino
a quando non sent che si era dischiusa, poi si fece largo, senza
incontrare alcuna resistenza e si amarono in quella posizione,
provando quasi all'unisono un piacere intenso e improvviso, cos
appagante che mai in quel momento avrebbero immaginato preludio
a un grande dolore.
....
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CAPITOLO 3.
...
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...
Sto perdendo troppo tempo a cercare me stesso pens Corrado
mentre si regolava la barba alla luce tremula delle candele.
Ma subito aveva accantonato quel pensiero, distratto dai rumori
che provenivano dal cortile esterno del castello: i maniscalchi avevano
terminato di ferrare il suo cavallo, fra poco sarebbe partito
per la battuta di caccia.
La mia vita si  rivelata una continua simulazione della battaglia
che non ho mai combattuto. La caccia  la sua metafora.
Passatempo prestigioso, utile in fondo a suscitare una fugace ammirazione
in parenti e amici quando torno a casa con il carniere
colmo. Poi tutto finisce qui disse fra s.
Per trovare un minimo di conforto, rivolse il suo pensiero su
quello che gli dava soddisfazione. Come miles, dedicava lunghe
ore alle prove con arco, balestra e spada. Non se la cavava male,
anzi era piuttosto agile e preciso. Durante questi estenuanti allenamenti,
sfogava tutta la sua energia e riusciva a non pensare alle
sue mancate aspirazioni.
Da quando i Visconti avevano preso il potere a Piacenza, ai
cavalieri guelfi come lui, svuotati ormai di ogni ruolo politico e
sociale, non rimaneva che dedicarsi a queste ludiche attivit.
Si era mimetizzato indossando una spessa camicia di lino
verde sotto una casacca senza maniche di morbido daino con
spacchi laterali, lunga fino a met coscia. I pantaloni erano dello
stesso pellame, infilati negli stivali alti fino alle ginocchia e chiusi
da quattro fibbie per parte. Dalla cintura pendevano la spada, la
scarsella e il corno vuoto da richiamo; a tracolla, l'arco piatto di
gelso e la faretra.
Guard fuori dalla finestra. Luglio si era rivelato umido e arido
di piogge ma, nonostante la siccit, i campi coltivati a grano che si
stendevano verso le mura di Piacenza restavano rigogliosi. Quella
mattina, gi dall'alba, le spighe erano mosse da una brezza che spirava
da nord. La caccia si prevedeva difficile, quel vento leggero ma
costante avrebbe certamente protetto la selvaggina dal fiuto dei cani.
Voleva catturare un magnifico esemplare di cervo, un maschio
dal manto scuro, di almeno 200 libbre, con le ampie corna
sormontate da una particolare forchetta a tre punte. Sarebbe diventato
il pi prestigioso trofeo della sua collezione, ormai famosa
in tutta la contea e anche oltre.
L'aveva notato per la prima volta un paio di anni prima, mentre
stava camminando sulle rive del Po per controllare la tenuta dell'argine
all'altezza del nuovo mulino. L'animale era intento ad abbeverarsi
e non aveva avvertito la sua presenza ma, appena s'era accorto
di lui, aveva alzato maestosamente la testa, fissandolo negli occhi in
segno di sfida e quando aveva colto un suo attimo di incertezza di
fronte a quella strana reazione, era scappato nella foresta.
Scendendo l'ampia scalinata che lo conduceva al cortile interno,
aveva inutilmente cercato sulle pareti un segno che potesse
svelargli se la fortuna gli avrebbe arriso: una rientranza nei mattoni,
una traccia della fuliggine lasciata dalle fiaccole che anche solo
vagamente potesse ricordare la forma dell'animale.
Signor conte, il vostro cavallo  pronto gli annunci Pietrino.
Anche Pietrino, suo scudiero, da sempre compagno prediletto
di giochi e di avventure si stava avvicinando ai venticinque
anni. Da adolescente gli era rimasto vicino durante l'intenso
allenamento fisico per diventare cavaliere che a Corrado aveva
procurato una lesione ai legamenti della gamba sinistra, ed erano
occorsi diversi anni per guarire completamente.
In realt erano fratellastri. Il padre Tommaso lo aveva generato
con una serva, Agnese, ormai morta da qualche anno. Nonostante
fossero nati da madri diverse, si assomigliavano molto, avendo ereditato
la fisionomia del padre. Pietrino era anche lui alto e prestante,
il viso dall'ovale regolare, pi stretto sulle tempie e dalla mascella
decisa, folti capelli scuri e ondulati, il naso teso come un lungo
arco e labbra ben disegnate. Erano differenti per per il colore degli
occhi, che Pietrino aveva celesti e circoscritti da un anello scuro.
Speriamo che oggi sia la volta buona! gli disse Pietrino con
uno sguardo ironico che Corrado ben conosceva e accettava solo
da lui.
Da queste parole Corrado si era sentito lui trafitto come da
un dardo nell'orgoglio, gi ferito da quell'animale che non voleva
saperne di essere catturato. Aveva impresso nella memoria lo sguardo
altero di quella bestia conscia della propria forza, della propria
bellezza, e della sicurezza che gli derivava dalla perfetta conoscenza
dei boschi, dei suoi nascondigli e dei tranelli insidiosi per i nemici.
Sai che questa volta non torner al castello senza di lui, vero?
In realt, nel profondo di s, una strana inquietudine lo stava
assalendo. Nessun indizio consolidava il suo ottimismo; e se fosse
gi morto o l'avesse catturato qualche bracconiere?
Ci teneva per troppo a soddisfare la propria bramosia. Infil
il piede nella staffa e con un balzo salt in groppa a Wodan.
Mentre attraversava il ponte levatoio, alcune rondini a caccia
di insetti avevano garrito nel cielo limpido, come impunture su
un damasco turchese.
Questo, forse,  il segnale che cerco pens per darsi coraggio.
Lo stesso Pietrino, percorrendo le strette strade di campagna
assieme ai battitori che tenevano i levrieri al guinzaglio, aveva notato
quella strana inquietudine che a volte, come la tramontana,
sembrava abbattersi sul fratellastro.
Voleva scuoterlo un poco: Oggi non mi sembrate dell'umore
migliore per affrontare la caccia.
Hai ragione Pietrino, ma ormai  diventata una lotta personale
fra me e lui. Quando torniamo a casa senza averne trovato
traccia, mi sembra si stia pigliando gioco di me. Avverto la sua
presenza che mi scruta da lontano, anticipa le mie mosse e scompare
all'ultimo istante. Un senso di rabbia e di impotenza mi
assale perch ormai penso che perfino la natura lo difenda e lo
voglia proteggere dalla mia lancia.
Vi capisco e come sempre sar al vostro fianco per aiutarvi,
ma non pensate che potrebbe essere ormai morto o che abbia
attraversato la Trebbia alla ricerca di nuovi pascoli e tutta questa
ostinazione non servirebbe a nulla?
No Pietrino - gli rispose scuotendo energicamente il capo - a
volte, nel silenzio della notte, mi sembra di sentire il suo bramito
nella pianura, come se mi stesse chiamando, so che mi aspetta.
Percorsero allora in silenzio circa due miglia fino ad arrivare
nelle vicinanze della foresta, presso il borgo di San Nicol.
I guardiacaccia, giunti prima di loro, avevano gi montato le
tende che li avrebbero protetti dal caldo. Conclusa l'accensione
del fuoco, avevano costruito con lunghi bastoni e corde di rafia
le rastrelliere dove avrebbero appeso e squartato le prede. In
quel momento erano intenti ad affilare con le mole i coltelli di
varia foggia e dimensione, mentre altri riponevano nelle casse il
materiale inutilizzato.
Pietrino era smontato da cavallo e aveva preso al guinzaglio
Ettore, il miglior segugio del branco. S'erano avventurati nella
foresta alla ricerca delle tracce lasciate dalla selvaggina. Mentre si
aggiravano nella fitta boscaglia, Ettore lo stratton, aveva fiutato
qualcosa. Si era lasciato tirare verso il tronco di una vecchia quercia
dove spiccava, su un basso ramo, un ciuffo di peli. Erano quelli
di un cervo, spessi e ancora lucidi, doveva averli persi da poco.
Si precipit di corsa verso l'accampamento dove Corrado lo
aspettava con impazienza per valutare il da farsi.
Questi anni non sono trascorsi inutilmente! pens Corrado
in preda all'agitazione quando prese in mano quel ciuffo. Sono i
suoi, allora  qui vicino! esclam.
Decisero di entrare subito nella boscaglia, preceduti dai guardiacaccia
che tenevano la muta al laccio e quando furono nelle
vicinanze della quercia, fiutarono la traccia che doveva essere recente,
vista la resistenza dei cani a rimanere al guinzaglio.
Slegateli, presto! ordin allora Pietrino.
I levrieri, abbaiando come impazziti, corsero tutti nella stessa
direzione di Ettore.
Corrado aveva spronato il cavallo al loro inseguimento, ma
mentre galoppava gli sembr che i rami degli alberi si protendessero
verso di lui come mani e braccia, per afferrarlo e impedirgli
quella folle corsa. Lo strattonavano da una parte e dall'altra,
ma lui andava avanti, eccitato al pensiero della paura che il
cervo stava provando in quel momento; per i cani sempre pi
vicini, il panico che montava sempre di pi, il cuore che batteva
all'impazzata come il suo. Assaporava il gusto di strapparglielo
dal petto, ancora palpitante. Allo stesso tempo, per, l'astuzia
di quell'animale lo tormentava di dubbi e frustrazioni sull'esito
della caccia. Quale direzione avrebbe preso? E se avesse attraversato
la Trebbia nel punto pi basso, facendo cos definitivamente
perdere ai cani le sue tracce? E se quel ciuffo di peli fosse
appartenuto a un altro esemplare?
Non c'era pi tempo di pensare, sentiva un furibondo latrato,
segno inequivocabile che i cani avevano circondato una preda
ormai sfiancata, l nel fitto di un'impenetrabile boscaglia.
Presto, richiama i cani! gli grid dietro Corrado.
Pietrino soffi allora nel corno che emise un lungo fischio,
interrotto da un improvviso silenzio. Poi, sempre pi distintamente,
sentirono il rumore dei cani che arrivavano, spezzando
con le zampe i ramoscelli che costellavano il terreno. Ansimanti e
sudati, erano ricoperti di terriccio e di fogliame, senza pi nemmeno
la forza di abbaiare.
Non dev'essere molto lontano - osserv Pietrino - ma da
come sono conciati, non riusciremo ad avvicinarci con i cavalli,
la vegetazione  troppo fitta.
Allora andremo a piedi e lo colpir con le frecce, sfruttando
la macchia per non farmi notare decise Corrado che scese da cavallo
per avviarsi con circospezione nella boscaglia, seguito poco
distante da Pietrino che gli teneva la lancia e la spada con cui
avrebbe finito la bestia.
I rovi, come lame affilatissime, gli tagliuzzavano il viso come
se volessero proteggere il cervo dalla sua furia ma lui non ci badava.
Salt tronchi caduti e pozzanghere, rischi di inciampare
rovinosamente nei rami e infine giunse a una piccola radura. L,
ansimante sotto uno sperone di roccia, lo vide per la seconda
volta.
Pi grosso ancora di quanto se lo poteva ricordare, il lucido
manto degradava da una pancia bianchissima al fianco rossastro
fino alla schiena completamente nera. I poderosi muscoli delle
cosce e delle zampe, il torace ampio e il collo possente sostenevano
senza sforzo il palco pi ampio che avesse mai visto. Il muso
era ben proporzionato e le narici vibranti, gli stessi occhi scuri e
profondi che gli erano rimasti impressi nella memoria fissavano
un punto indefinito. Stava riprendendo fiato e sembrava non si
rendesse conto della vicinanza del suo carnefice.
Corrado allora estrasse la freccia dalla faretra e la pose sulla
corda dell'arco, ma si accorse in quel momento che gli tremava
la mano. Maledisse la sua mancanza di sangue freddo. Da solo,
in quel momento che aveva aspettato da anni, si rese conto per la
prima volta della propria debolezza.
Non aveva neppure il tempo di aspettare Pietrino, doveva
sfruttare quell'occasione unica per dimostrare a tutti il suo valore.
Mise l'arco in trazione fino allo spasimo, mirando appena sopra
al cuore dell'animale. Cerc di farsi forza con pensieri positivi.
Un solo scocco, secco e preciso e avrebbe vinto lui. In fondo
la sua costanza lo stava premiando, l'aveva stanato e stava per
ucciderlo, finalmente avrebbe avuto pace.
Si ud, nel silenzio irreale del bosco, il sibilo della freccia. Che
and a spezzarsi sulla roccia alle spalle del cervo. Il cervo si accorse
allora di Corrado e prima che lui potesse armare nuovamente,
scomparve anche questa volta nella boscaglia.
Un moto d'ira violentissima lo colse, spezz l'arco sulla coscia
e lo gett a terra, maledicendo quell'infausta giornata. Non poteva
e non voleva per mostrare quelle emozioni al suo seguito e
soprattutto a Pietrino, che finalmente lo aveva raggiunto.
Nulla da fare - disse ricomposto - mi  scappato, ma ho
visto la direzione che ha preso. Sta dirigendosi verso il fiume: se
mettiamo i battitori sul greto e appicchiamo dei fuochi ai margini
della boscaglia antistante, lo staneremo, costringendolo a scappare
nella nostra direzione.
Non pensate che sia troppo pericoloso? I campi coltivati e
San Nicol sono troppo vicini!
Il vento spira da nord, indirizzer le fiamme nella giusta direzione
rispose lentamente con un tono che non ammetteva repliche.
Pietrino portava un profondo rispetto per lui perch non l'aveva
mai trattato da bastardo e lo considerava da sempre come
un fratello legittimo. Quando erano bambini, giocavano in cortile
con le spade di legno, simulando le battaglie dei crociati contro
i saraceni. Lui era pi forte di Corrado, ma se, abbandonate
le finte armi, si rotolavano nel corpo a corpo, senza farsi vedere
faceva finta d'inciampare e perdendo l'equilibrio, gli dava la possibilit
di atterrarlo.
Riteneva suo dovere proteggerlo e cos facendo, contava d'ingraziarsi
l'affetto del loro padre: non sempre per ci riusciva.
Jacopo, loro fratello maggiore, era invidioso di quel legame e
quando giocavano insieme li pestava forte, spalleggiato da Panicus,
un cugino pi grande. Alla fine Corrado spesso piangeva in
modo convulso, non tanto per il dolore fisico, quanto per l'umiliazione
di essere stato battuto.
Avevano poi studiato con gli stessi precettori, Corrado distinguendosi
soprattutto nel trivio: retorica, lettere e grammatica,
mentre lui era pi interessato al quadrivio: aritmetica, geometria,
astronomia e musica. Diventati grandi, suo fratello si
era dedicato all'esercizio dell'arte cavalleresca, mentre lui aveva
dimostrato grande determinazione nel portare avanti un progetto
per migliorare l'irrigazione delle loro terre, sfruttando il
mulino nei pressi del Po.
Questi suoi sforzi furono ampiamente ripagati: le terre dei
Confalonieri erano le pi fertili di Piacenza e garantivano raccolti
abbondanti nonostante la frequente siccit che colpiva la Pianura
Padana da qualche anno. Attraverso la navigazione del grande
fiume, il grano era poi esportato fino a Ferrara e anche oltre, in
caso di gravi carestie.
Come desiderate obbed allora Pietrino, addolorato dalla
sua arroganza.
Tornati all'accampamento, diede ordine ai guardiacaccia di
smantellare tutto alla svelta e di dirigersi con i cani sulla riva del
fiume. Aveva tenuto con loro alcuni servi ai quali ordin di costruire
pire ai margini del sottobosco.
Predispose poi due torce e ne allung una a Corrado: Non
dovete dimostrare niente a nessuno con questa azione, neppure a
voi stesso, ma come sempre vi aiuter.
Forza, andiamo allora - lo incit Corrado riconoscente - ma
l'idea  mia e sar io a realizzarla. Gli prese la torcia dalle mani,
dirigendosi verso la prima catasta, poi verso la seconda e cos via,
fino a dar fuoco a tutte quattro.
La legna, ben composta, cominci ad ardere scoppiettando.
Ordin ai servi posti nelle vicinanze delle pire di prendere i rami
che gi bruciavano e di gettarli sulle sterpaglie limitrofe al sottobosco,
creando cos una cortina di fuoco lunga qualche centinaio
di metri. Complice il vento forte e la temperatura in aumento, le
sterpaglie s'incendiarono subito e il fumo invase rapidamente la
foresta, rendendo l'aria irrespirabile per ogni specie vivente.
Le prime a scappare, librandosi in cielo, furono le beccacce,
seguite dai fagiani, poi fu la volta di lepri, daini e caprioli, ma di
lui nessuna traccia. Le lingue di fuoco si erano alzate altissime e
lambivano le cime delle querce secolari, in un furibondo crepitio
che diventava sempre pi assordante.
Vuoi bruciare fra le fiamme di questo inferno? Non te lo
permetter! Sono io che ti devo uccidere, maledetto! urlava
Corrado dirigendosi a spada sguainata nel bosco. Appena entrato,
per, quel fumo dall'odore acre gli invase subito le narici
e i polmoni, cominci a tossire e gli occhi lacrimavano, senza
fargli pi vedere nulla. Gli girava la testa, il calore era insopportabile,
stava quasi per svenire, quando sent due forti braccia
che lo sollevarono come una paglia e caricatoselo sulle spalle, lo
portarono in salvo.
Siamo troppo giovani per morire disse tossendo Pietrino, in
piedi di fronte a lui. Ma prima che lui potesse ringraziarlo del suo
provvidenziale aiuto, un'enorme ombra lo travolse. Nel cadere
Pietrino aveva battuto la testa contro un masso. Un branco di
cinghiali terrorizzati lo aveva investito, gli erano rotolati addosso
prima di scomparire tra i filari delle viti.
Pietrino, Pietrino, fratello mio! urlava Corrado disperato,
soccorrendo il fratello privo di sensi. Gli sollev il volto tumefatto
e vide un profondo squarcio all'altezza della nuca da dove il
sangue usciva copioso. O mio Dio salvalo, ti prego! Prendi me
piuttosto! gridava in preda alla disperazione, cercando di tamponargli
con la mano quel flusso scuro che sembrava inarrestabile.
Lo strinse a s piangendo a dirotto e fu in quel momento, fatto di
lacrime e singhiozzi, che avvert la sua presenza.
Si trovava l, ritto davanti al loro e lo fissava pacifico. Le corna
immense si protendevano verso di lui, come se volessero abbracciarlo
e dal centro di queste, si sprigionava una luce bianca
intensissima che lo aveva avvolto, trasmettendogli un'immensa
energia. Terrorizzato da quella visione, Corrado strinse forte a s
il fratello, voleva scappare ma era come pietrificato. Improvvisamente
il bagliore si spense. Quell'immagine si era dissolta.
Corrado, cos' successo? mormor Pietrino risvegliandosi,
mentre lui scopriva incredulo che la ferita si era rimarginata, anzi
sembrava non ci fosse mai stata e anche la sua mano appariva solo
sporca di fuliggine.
Tranquillo. - gli rispose Corrado, riprendendo il controllo di
s - Ora dobbiamo pensare a metterci in salvo. Non voleva raccontare
a nessuno quello che era accaduto. Nella frenesia di quei
momenti concitati, non si era ancora reso conto se si era trattato
solo di un sogno.
Dopo un attimo di quiete assoluta, il vento aveva cambiato
direzione e tirava come un immenso mantice in senso opposto.
Spargeva la brace sprizzata dalle fiamme scatenando cos altri incendi,
come avamposti di quello principale. Il fuoco e il fumo
si erano diretti dal bosco ormai distrutto ai campi coltivati di
San Nicol, inghiottendo qualunque cosa incontravano sulla loro
strada: il grano ormai maturo, le viti, gli armenti. Niente e nessuno
era in grado di fermare quello scempio. Le persone scappavano
dal borgo, ormai lambito dalle fiamme, alcune donne stringevano
al petto i neonati mentre i giovani aiutavano i pi piccoli
e gli anziani a fuggire. Gli adulti cercavano di portare con loro
i bovini e le pecore, perch le stalle e le baracche di legno erano
state facilmente sopraffatte da quella forza incontenibile.
Dopo ore e ore di inferno e non trovando pi nulla che potesse
alimentare la sua forza distruttrice, l'incendio fin. Il bilancio
era disastroso: almeno venticinque ettari di boschi e di campi
coltivati in fumo, il raccolto e la vendemmia persi per sempre,
centinaia di animali morti, bruciati vivi o soffocati. Le loro carcasse
giacevano in irreali posizioni sull'arida terra, come coperte
da un lugubre manto nero.
Dalle case di pietra che erano rimaste in piedi si levavano
alte colonne di fumo nero. Tutti gli abitanti erano sopravvissuti,
ma non possedevano pi nulla. Sorpresi dalla velocit di quella
distruzione non erano riusciti a mettere in salvo che se stessi.
Il fetore di carne bruciata si impastava all'aria resa giallastra dal
fumo che a respirarla dava alla testa di quei disperati. A nulla serviva
espettorare: quella sensazione di soffocamento aumentava a
dismisura il panico nelle persone gi provate dalla perdita di tutte
le proprie cose.
Allo stremo delle forze, Corrado era riuscito a trascinare con
s Pietrino e a raggiungere i battitori e i guardiacaccia che, terrorizzati,
avevano trovato rifugio nei pressi di una casa abbandonata.
Una ridda di sentimenti contrastanti dilaniavano il suo animo:
la gioia per l'improvviso risanamento del fratello, il senso di
colpa per la sua colossale leggerezza, il timore della punizione, i
dubbi su quanto gli era apparso.
Se oserete raccontare a chicchessia quanto accaduto, questa 
la fine che vi riserver! In preda a uno stato confusionale, Corrado
sguain la spada dalla faretra e afferr per i capelli Ubertino, il
figlio non ancora adolescente di un battitore. Brandendo l'arma
sotto la gola imberbe del ragazzo terrorizzato, si fece giurare da
ciascuno dei suoi uomini che non avrebbero aperto bocca. Nonostante
il suo volto sporco di fumo fosse trasfigurato dalla rabbia,
era ancora abbastanza lucido per intuire che non avevano alcun
interesse a tradirlo, visto che le loro famiglie dipendevano dal suo
benessere. Gett a terra Ubertino che si rifugi piangendo fra le
braccia del padre.
Tornati al castello, le voci di quanto era successo si erano diffuse
rapidamente. A memoria d'uomo nessuno si ricordava uno
scempio di tale portata.
Con estrema calma aveva ordinato di predisporgli il necessario
per un bagno. Sal nelle sue stanze e spogliatosi delle vesti ormai logore
e bruciacchiate, si era immerso nella tinozza d'acqua bollente.
Escoriazioni ed ematomi erano comparsi sulla sua pelle bianchissima,
come isole sconosciute su una carta geografica. Si immerse con
la testa e trattenne il respiro. Lo sfior l'idea del suicidio. Fosse annegato,
non sarebbe stata la soluzione migliore? Poteva apparire come
un incidente, il suo onore e quello della sua famiglia salvi per sempre.
Stava pensando a un peccato mortale e se ne rendeva conto.
Riemerse per respirare, si asciug con un grande telo di lino
e si gett sul letto, fissando il soffitto. Pensava che, fino a quel
giorno, la sua vita era trascorsa sempre fra gli agi: feste, balli e
cerimonie sfarzose. Non aveva mai avuto bisogno di mettere in
pratica le sue doti militari, se non in qualche scaramuccia e non
si era neppure mai occupato della cosa pubblica. Se non era per il
nome che portava, sarebbe stato invisibile: solo l'appartenenza al
suo casato gli dava un'apparente identit.
Quel vago pensiero di non essere mai all'altezza degli altri
l'aveva nascosto dietro uno scudo, l'esigenza di capire chi fosse
veramente, era rimasta chiusa dentro la corazza di metallo che lo
proteggeva dal mondo. Questo almeno il suo rango gli imponeva:
dimostrarsi invulnerabile.
In quel momento oscuro e incerto, giunse alla conclusione
che non doveva pensare al futuro ma rileggere il passato con occhi
diversi per capire come i suoi avi, con Lantelmo in testa, avevano
vissuto e agito per rendere onore alla casata. Avrebbe cos potuto
meditare un giudizio pi ponderato su se stesso: aveva dentro
qualcosa di buono o era solo un vile che non aveva il coraggio di
assumersi la responsabilit delle proprie nefaste azioni?
Mentre si stava rivestendo, la porta si spalanc e fece il suo
ingresso Eufrosina, sconvolta, con ancora indosso la nuova sopravveste,
di broccato cremisi intessuto d'argento, dono di suo
padre Bassiano.
Oddio Corrado, cos' accaduto? gli domand dissimulando
la preoccupazione. Si era recata per qualche giorno a Lodi, dove
la sua famiglia, grazie ai Visconti, aveva ripreso il controllo della
citt e suo padre le aveva mostrato come procedevano i lavori per
la costruzione del grande palazzo Vistarini, antistante il Duomo,
di cui andavano molto fieri.
Appena giunta al castello, aveva appreso la notizia da Pietrino,
ma la vaga storia del rogo non la convinceva, aveva letto il
terrore sulle facce dei servitori che da tanti anni facevano parte
della loro famiglia.
Corrado era dietro il paravento intento a rivestirsi. Meno male
che non mi sta vedendo - pens - non riuscirei a dirle una bugia.
Lei per gi da quell'attimo di esitazione, aveva capito che le
nascondeva qualcosa.
Non mi raccontare storie, ti scongiuro! lo rimprover afferrandogli
le spalle e scuotendolo come un albero. Lui non sapeva
se dirle la tremenda verit oppure fingere un semplice incidente.
Abbass lo sguardo, in preda al panico. Cercava mentalmente
di aggrapparsi a un qualunque onorevole appiglio che lo tirasse
fuori in qualche modo da quella situazione, ma dal suo albero
non caddero frutti ma solo foglie secche eppure pesanti.
Questo grande caldo ha provocato un fortissimo incendio,
Pietrino e io eravamo nel bosco e quando siamo rimasti sorpresi
dalle fiamme, non c' stato nulla da fare.
Alz gli occhi verso un punto indefinito sul muro alle spalle
di lei. Non riusciva a guardarla in viso.
Solo questo hai da dirmi? comment lei sconfortata. Nella
sua mente si sovrapponevano pensieri opposti. Voleva dargli fiducia,
ma sentiva che non diceva tutta la verit. Per il profondo
rispetto che nutriva nei confronti di suo marito, non voleva insistere
oltre. Sapeva che quel chiudersi a riccio faceva parte della
sua natura.
Penso sia meglio, per la nostra sicurezza, che partiamo subito
per Piacenza le sugger Corrado con un tono protettivo nella
voce.
Non voleva dare troppo nell'occhio rimanendo a Calendasco.
Sicuramente Galeazzo avrebbe cercato il colpevole, ritirarsi
in citt significava sfuggire all'inchiesta che sarebbe certamente
seguita, con le guardie che avrebbero setacciato le campagne per
identificare i colpevoli.
....
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...
CAPITOLO 4.
...
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...
Galeazzo Visconti non ne poteva pi di quella citt che suo
padre Matteo gli aveva dato da governare e soprattutto dei suoi
infidi abitanti. Nella ripartizione dei territori si sentiva sicuramente
pi sfortunato rispetto a suo fratello Marco, signore di
Alessandria, di Tortona e delle sue terre relativamente pacifiche.
A ben pensarci, per, la sfortuna non c'entrava nulla: la suddivisione
rappresentava il riconoscimento del maggior valore militare
e strategico che Marco aveva sempre dimostrato rispetto al suo.
Questa consapevolezza non lo confortava affatto: anzi, gli faceva
montare una rabbia difficilmente controllabile.
Dall'anno precedente, il 1313, Piacenza si era sottomessa al
suo giogo ma per il carattere particolarmente opportunista dei
suoi abitanti, schierati ora con il Papa ora con l'imperatore, a
seconda dei privilegi che potevano ottenere dall'una o dall'altra
parte, la sua signoria gli appariva particolarmente instabile se la
confrontava con quella degli Este che aveva potuto conoscere
molto bene durante i dieci anni di esilio trascorsi a Ferrara.
Si era reso conto che la citt stava cambiando troppo velocemente.
Durante il giorno, il rumore martellante di mazze
e scalpelli la facevano apparire come un cantiere all'aperto. I
muratori riuscivano a lavorare su due lati dei muri in costruzione,
tramite un'impalcatura di legno fissata a questi con dei
traversini, ricoperti da una stuoia di legno intrecciato. I falegnami
costruivano nuovi solai e le tavole di legno a copertura
venivano sostituite da moderne tegole di cotto rosse. Spesso le
donne venivano utilizzate come sottopagati manovali a giornata
e con secchi e carriole portavano via calcinacci, si arrampicavano
sulle scale con i vassoi di calce, trasferivano pietre e mattoni
con gerle e ceste. Le famiglie pi in vista innalzavano cos torri
sempre pi alte e maestose, con il duplice scopo di difendersi
dagli attacchi delle fazioni rivali e di mostrare a tutti il potere e
il prestigio della propria casata.
Il nuovo castello della Fodesta lo avrebbe protetto da un'aggressione
dall'acqua. Le vecchie mura crollate e rabberciate che
formavano una specie di ellisse del diametro di quasi cinque chilometri,
necessitavano di un massiccio intervento per renderle
pi sicure.
Piacenza era una localit fluviale con un porto importante,
dove i commerci di lane e granaglie rappresentavano le principali
fonti di reddito. Un nuovo ponte gli avrebbe facilitato i
collegamenti con Milano. I mercanti piacentini, con gli Scotto
in testa, importavano materie prime: lana e cotone per lavaggio,
filatura e tessitura; pelli grezze per i conciatori; polvere colorata
per le tintorie oppure tessuti preziosi, zucchero e spezie. Molti
commercianti partecipavano a importanti fiere, come quelle di
Champagne. Alcuni, partendo dal presidio di Tabriz, si spingevano
molto lontano, in Asia e in Cina, con insediamenti intermedi
a Famagosta e Laiazzo. Portare denaro con s era rischioso: perci
preferivano depositarlo presso un banco e farsi rilasciare una lettera
di cambio per la cifra corrispondente. Saldando cos i propri
debiti, gli interessi per i prestiti crescevano in maniera determinante,
fino al venti per cento e arricchivano i banchieri che spesso
erano a loro volta grandi mercanti.
Il flusso di gente che entrava e usciva dalla citt era continuo,
dall'alba fino al tramonto. I sobborghi di san Lazzaro, san
Raimondo e san Leonardo crescevano freneticamente ma con
discontinuit e ci vivevano carpentieri, navalestri, prostitute, manovali,
facchini.
Per realizzare le nuove opere aveva gi in mente di alzare le tasse,
anche se questo provvedimento gli avrebbe inimicato non solo
il popolo - avrebbe raso al suolo almeno mille di quelle baracche
fuori dalle mura, facile nascondiglio per i nemici - ma anche la
Chiesa stessa, perch si sarebbe incamerato la decima per finanziare
i lavori. I francescani no, quelli li avrebbe lasciati tranquilli per
fomentare l'odio che il clero secolare gi nutriva nei loro confronti.
Sal in cima alla torre di nord ovest e da l osserv le fiamme che
ormai da molte ore distruggevano le terre del suo dominio. Si domand
chi potesse avere causato tale scempio. Quella disorganizzata
alleanza fra i guelfi di Piacenza, Parma e Cremona al comando
dei della Torre e di Roberto d'Angi si era rivelata un disastro e,
grazie all'aiuto delle truppe che il padre gli aveva inviato da Milano,
era stata sonoramente sconfitta. Doveva per ammettere che
questa volta se l'era vista brutta: mai si sarebbe aspettato un accerchiamento
di tale portata, con un attacco sferrato perfino dal Po.
Torn a riflettere sull'incendio. Poteva forse trattarsi del tentativo
dei fuoriusciti guelfi di stanarlo e costringerlo ad aprire
le porte della citt per riprendersi il potere? Oppure era semplicemente
un incontrollabile evento naturale? Fatto sta che in
entrambi i casi doveva rimanere impassibile, compreso nel suo
ruolo di difensore della citt. Si sarebbe limitato a un'indagine
per capire cosa fosse effettivamente successo e avrebbe punito duramente
i colpevoli.
Me ne voglio occupare in prima persona. - concluse fra s
- Dimostrer al popolo e a mio padre quanto sono diventato
inflessibile nel garantire l'ordine e la difesa.
Doveva far dimenticare ai suoi sudditi il primo errore che
aveva commesso appena diventato signore di Piacenza: l'ordine di
svaligiare i conventi di san Francesco e san Lorenzo e le sacrestie
dei monasteri di san Giovanni e san Sisto alla ricerca dei tesori
delle famiglie guelfe.
La sua marmaglia non si era fatta scrupolo di stuprare anche
le giovani suore perch confessassero dov'era nascosto il bottino
che in realt non venne mai scoperto.
Ordin allora ai sui armigeri di uscire in ristretta formazione,
sei cavalieri con in testa il capitano Obizzo Landi, perch ricostruissero
con discrezione la dinamica degli eventi e arrestassero
i responsabili.
Ce l'aveva su in particolare con la numerosa famiglia dei Confalonieri,
di stretta osservanza guelfa, che anche per il ramo milanese
era di gran lunga pi antica e nobile della sua. Gli dava fastidio
il ruolo che ricoprivano durante la cerimonia di insediamento
del nuovo vescovo. Il loro cavaliere pi anziano aveva l'onore di
tenere per le briglie la mula bianca su cui sfilava il prelato, seguito
dagli altri membri della famiglia. Entrati in Duomo lo ponevano
in sedia, quale segno di riconoscimento della nuova autorit che
inevitabilmente si contrapponeva alla sua quasi a creare un potere
parallelo, discreto ma incombente.
Per i servigi resi alla Chiesa i Confalonieri disponevano di vasti
feudi esenti da tasse e gabelle e questo non lo poteva proprio
sopportare. Da generazioni erano magistrati, vescovi, podest e
capitani del popolo. Per la loro grande capacit di mediazione, avevano
sempre ottenuto un posto di rilievo e di autorevolezza nel
Consiglio dei saggi che aveva governato la citt. Incredibile a dirsi:
quell'Arduino Confalonieri che nel 1183 firm i preliminari della
pace di Costanza veniva da tutti ancora ricordato con il prestigioso
titolo di dominus e questo dopo oltre cent'anni dalla sua morte.
Nel cortile di Palazzo Nuovo, Galeazzo incontr suo figlio
Azzone intento a giocare a palla con la sorellastra Giovanna. Erano
appena arrivati da Milano e si sarebbero trattenuti solo qualche
giorno, in attesa del trasferimento definitivo, non appena la
citt fosse stata pi sicura. Dai Visconti, Azzone aveva preso il
vigore fisico, il biondo dei capelli che portava a paggetto e il candore
della pelle mentre dagli Este la naturale eleganza dei modi e
la sottile perspicacia.
Babbo, venite a giocare con noi! lo salut festosamente
Azzone correndogli incontro.
Galeazzo lo strinse forte a s. Lui s che era il suo vero orgoglio
e l'unica consolazione in quella specie di confino dove suo padre
lo aveva destinato. In cuor suo, sperava che un giorno emergesse
dopo di lui come signore di Milano. Non era del tutto convinto
di dargli un buon esempio, era ben consapevole dei propri peccati;
ma sua moglie Beatrice, dotata di grande fascino e bellezza
nonostante la non pi giovane et, era anche colta e intelligente
e gli stava impartendo, grazie ai migliori precettori, un'ottima
educazione.
La notizia dell'incendio si era sparsa anche in citt e sotto le
finestre di palazzo, era tutto un concitato vociare di popolo che
si scambiava impressioni sul terribile evento. I suoi informatori
lo avevano avvertito: si dava ormai per certo un altro attacco da
parte dei fuoriusciti guelfi.
Bisogna che il capitano Landi trovi velocemente un colpevole
- rimugin dentro di s - non importa chi.
....
.
...
CAPITOLO 5.
...
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...
Il contadino si stava abbeverando al ruscello, detergendosi il
sudore della fronte con un sudicio fazzoletto di tela grezza. Ormai
avevano completato la ricerca delle spighe che durante la mietitura
erano cadute per terra e lui si era preso un piccolo riposo prima
di riprendere il lavoro.
Non aveva prestato attenzione a quello strano odore di bruciato
che proveniva da San Nicol: il vento era cambiato un'altra
volta e nessuno lo aveva avvertito di quel che era successo a pochi
chilometri di distanza. Da quando era rimasto vedovo, tornava
malvolentieri nella sua misera capanna e soprattutto d'estate preferiva
dormire all'aperto. Aveva costruito un rifugio sui rami di
un grande albero di noce che dominava solitario i campi coltivati.
Vi saliva al calar delle tenebre e al terzo rintocco delle campane,
tirava su la scala di corda e il gioco era fatto, al sicuro da tutto e
da tutti.
In quell'epoca, il tempo sembrava ancora scorrere lento ma
non veniva pi calcolato solo da candele, da clessidre e da meridiane
ma anche dai primi orologi meccanici e il tocco delle campane
era diventato pi frequente, ogni quarto d'ora.
Con un forcone di legno, radun le ultime stoppie e le lunghe
erbacce rimaste per terra. Le aveva poi ammucchiate fino a
formare un grande covone che avrebbe poi bruciato, in modo da
utilizzare la cenere come fertilizzante per il terreno.
Meo, questo era il suo nome, si avvicinava ormai alla quarantina
anche se ne dimostrava assai di pi: la pelle era bruciata
dal sole e rughe profonde come crepe solcavano il suo viso. L'impercettibile
trascorrere delle stagioni aveva stemperato anni, mesi
e giorni e si era cos trovato al crepuscolo della sua vita terrena
senza quasi rendersene conto.
Rare erano state per lui le occasioni di svago: la messa della
domenica e il rito pagano dell'osteria, due chiacchere con il
fabbro quando si recava ad acquistare una nuova falce o doveva
fargli sostituire il ferro ormai consumato della vanga. Al massimo
si spingeva fino al mulino del borgo di Calendasco per sentire le
novit sui prezzi della farina.
Se la moglie non lo avesse lasciato cos presto, forse sarebbero
andati insieme a qualche fiera, magari addirittura a qualche festa
dove avrebbero danzato a perdifiato.
Di notte, nel suo rifugio, ripensava a quanto lei era bella quel
giorno d'estate di tanti anni prima, quando l'aveva rincorsa nei
prati e poi, afferratala per la vita, si erano rotolati nell'erba.
Portava sul capo una corona di papaveri che le metteva in risalto
i pomelli rossi e poi, al culmine dell'euforia, avevano smesso
di ridere. Si erano spogliati con una tale foga che i vestiti sembravano
bruciargli addosso e avevano fatto l'amore con un'intensit
mai provata prima. Un momento unico, immersi in quella natura
che allora gli era apparsa immobile.
Senza di lei l'esistenza gli sembrava inutile, anzi addirittura
insopportabile, sempre con l'eterna preoccupazione di procurarsi
il pane per vivere, in bala delle violentissime manifestazioni della
natura che, nel giro di poche ore, potevano compromettere un
anno di fatica.
Preso com'era da questi pensieri, non s'era neppure accorto
del bargello che al galoppo si dirigeva dalla sua parte, proprio
mentre con l'acciarino si apprestava a dar fuoco al mucchio di
paglia.
Cosa stai facendo, disgraziato, fermati! gli intim il capitano
Landi brandendo la spada.
Meo, preso dal panico, gett a terra l'asticciola d'acciaio, la
pietra focaia e scapp verso il paese alla ricerca di un rifugio, ma
venne facilmente raggiunto dalla guarnigione che lo accerchi;
un cavallo gli si imbizzarr davanti, perse l'equilibrio e fin a
terra sommerso da una nube polverosa.
Le lance puntate contro di lui, il nitrire dei cavalli e il loro
scalpitare lo paralizzarono dal terrore.
Smontarono due cavalieri che dopo averlo afferrato per la
giubba, lo rimisero in piedi prendendolo a calci.
Il Vergiuso, cos veniva chiamato il capitano Landi, scese anche
lui da cavallo per studiarlo meglio da vicino. Doveva quel
soprannome, alterazione di Versuto, alla sua proverbiale astuzia,
potenziata da una buona dose di opportunismo ghibellino. La sua
sbandierata lealt verso Galeazzo era il sistema per tenersi accanto
un nemico. Al momento opportuno gli avrebbe sferrato l'attacco
decisivo. Nel frattempo, filtrava al Visconti le informazioni che
riteneva pi opportune, soprattutto quelle che consolidavano lo
status quo del milanese. Sapeva benissimo che a Galeazzo interessava
solo un capro espiatorio da poter gettare in pasto al popolo.
Perch scappi, villano? - l'apostrof - Hai per caso qualcosa
da nascondere? Gli sembr che quel contadino facesse proprio
al caso suo: con quell'aria da ebete, poteva benissimo aver involontariamente
provocato lui l'incendio e poi, resosi conto del
disastro, essere scappato per non farsi incolpare.
Meo farfugli qualcosa di incomprensibile: Sto... sto solo
tornando a casa riusc infine a dire, sfregandosi gli occhi. La
polvere e le armature lucenti che riflettevano il sole del primo
pomeriggio lo stavano accecando.
Ah, s? Non sai nulla dell'incendio? lo incalz il Landi, con
un tono che denotava ironia mista a disprezzo per quel tentativo
di prendersi gioco di lui.
Nossignore non so proprio di che cosa parlate! neg Meo
scuotendo terrorizzato il capo. Anche se ignorante non era stupido
e capiva benissimo che non si trattava di una domanda ma di
una terribile accusa.
Obizzo fece un ampio gesto con il braccio: Siete il solo del
contado a non sapere ci di cui sto parlando! sghignazz mentre
un soldato assestava a Meo un fendente in pieno volto.
Si ritrov nuovamente a terra e gli altri soldati lo presero a
calci mentre lui cercava inutilmente di ripararsi la testa con le
braccia.
Messere, non so di cosa state parlando, vi giuro, sono due
giorni che non rientro a casa! continu a ripetere.
Fermi! - intim allora il Vergiuso - Gli faremo sciogliere la
lingua in un altro modo. Quel contadino era perfetto per la sua
inchiesta. Non aveva testimoni che potessero confermare il suo
alibi e gli sembrava sufficientemente idiota. L'avrebbe sottoposto
alla tortura della scala per farlo confessare. Nessuno era in grado
di resistere a quel macchinario infernale. Anzi, una volta provata,
i prigionieri sembravano impazienti di confermare qualunque
accusa gli venisse rivolta, come se avessero veramente commesso
i delitti di cui venivano accusati. Il dolore provocava nel cervello
una reazione talmente scioccante da annullare completamente
qualsiasi volont, sottomettendola quasi con gioia a quella del
carnefice.
No! Vi prego, non so di cosa mi accusate! ripet Meo, immaginando
quale destino lo attendeva.
A nulla erano valse le sue giustificazioni, gli legarono le mani
dietro la schiena e lo trascinarono cos fino in tribunale dove,
dopo un sommario interrogatorio, il podest e i sei giudici misero
nell'urna sette fagioli neri e nessuno bianco, disponendo cos che
fosse sottoposto a tortura per costringerlo a confessare.
Nelle segrete della prigione, il boia tese a Meo le braccia sopra
la testa e gli leg le mani al piolo di una scala inclinata a quarantacinque
gradi. Poi fu la volta delle caviglie, che il suo aguzzino
fiss con un'altra robusta corda al grosso anello di ferro che penzolava
dalla catena dell'argano.
Il tirapiedi del boia, girando la manovella, aveva il compito
di tendere le membra del condannato fino a quando questo, stremato
dal dolore, non confessava. I nervi si strappavano per primi,
poi si slogavano le articolazioni, fino a quando le spalle e i femori
uscivano dal loro alveo naturale e la vittima si allungava anche di
trenta centimetri, orrendamente storpia per tutta la vita, oppure
paralizzata per la fuoriuscita del midollo spinale.
Meo, a ogni giro di manopola, urlava come quei maiali che a
novembre venivano prima appesi per le zampe e poi squartati vivi
per raccogliere il sangue ancora caldo con cui veniva preparato il
sanguinaccio. Prima che gli slogassero le ginocchia, il suo aguzzino
gli strapp di dosso quel che restava della sua camicia, prese
un ferro rovente e glielo mise sul torace all'altezza dei capezzoli,
provocandogli un dolore talmente forte che a confronto la tortura
della scala non era nulla.
Grazie alla sua robusta costituzione, resistette fino allo spasmo.
Lo avevano allungato di almeno quattro centimetri. Una
spalla aveva ormai ceduto del tutto e un altro giro di manovella
gli avrebbe strappato i legamenti delle ginocchia.
Basta, vi scongiuro! - biascic con un filo di voce - Sono
colpevole e svenne, accasciando il capo sulla spalla sinistra.
Il suo ultimo pensiero, prima di perdere i sensi, fu di sorprendente
lucidit; sapeva che la legge stabiliva la forca per chi aveva
appiccato dolosamente un incendio e aveva deciso: meglio morire
e raggiungere sua moglie in cielo piuttosto che restare vivo ma
immobilizzato in un giaciglio per tutta la vita.
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CAPITOLO 6.
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Un temporale battente accolse Eufrosina e Corrado quando
giunsero a Piacenza, verso l'imbrunire. Le strade di terra battuta
erano completamente allagate e quando una saetta squarci il cielo,
apparvero per un istante i torrenti melmosi che si diramavano
in rigagnoli per i vicoli laterali.
Corrado era stanco e si ritir senza cenare. Poco dopo, anche
lei lo raggiunse. Lo vide che stava sdraiato sul letto con il viso
rivolto verso il muro. Passava le unghie della mano destra sulla
calce ancora fresca che rivestiva la parete, formando delle linee
parallele e regolari come i solchi di un piccolo aratro. Si distese
accanto a lui, stringendolo forte tra le braccia.
Cosa ti turba cos profondamente? gli domand con dolcezza.
Corrado si volt per guardarla, mettendosi sul fianco.
La sua bellezza aveva ormai raggiunto l'apice dei vent'anni.
Il viso levigato incorniciava lo sguardo azzurro pervinca esaltato
dalle lunghe ciglia bionde. Le labbra socchiuse, perfettamente
simmetriche, lasciavano solo intravedere gli incisivi
superiori. Si era dimostrata una moglie devota e tollerante,
sempre comprensiva, nonostante qualche repentino sbalzo di
umore.  vero, l'aveva sempre trattata con rispetto, senza mai
tradirla, ma lui stesso lo considerava un ben misero risarcimento,
conscio della propria incapacit di darsi a lei in modo
completo.
Le voleva bene ma non riusciva ancora ad amarla come avrebbe
voluto, forse non si sentiva degno di lei oppure non credeva in
se stesso, comunque c'era qualcosa che lo bloccava. Per questo in
quei cinque anni di matrimonio l'aveva riempita di doni, illudendosi
cos di mantenere vivo il suo amore.
Da parte sua Eufrosina lo aveva sempre lasciato libero; anche
lei si sentiva in colpa per non essere ancora riuscita a dargli un
figlio. Qualche mese dopo le nozze, cominci a cogliere da parte
di parenti e amiche uno sguardo o una parola di solidariet per il
mancato annuncio della gravidanza; poi, col passare degli anni,
pesanti silenzi di commiserazione per la sua sterilit. Ogni battesimo
rappresentava per lei un supplizio. A volte guardava i bambini
giocare per strada e non capiva perch Dio le avesse riservato
quel destino, proprio a lei che si sentiva naturalmente portata a
diventare madre.
Scacciava quel pensiero sacrilego e si metteva a piangere in
silenzio. Non voleva che nessuno si accorgesse di quello strazio e
stringeva forte a s Tessa, la sua gatta.
Neppure al confessore raccont mai di questa sua croce e lo
stesso Corrado non affront mai l'argomento, ferendola ulteriormente.
Era sempre distratto, come se non ci tenesse a lei pi di
tanto.
Ricordi quel cervo che volevo catturare? il tono della voce
di Corrado era cos basso che sembrava muovesse solo le labbra.
Lei annu mentre gli passava una mano fra i capelli per
metterlo a suo agio. Eri uscito a caccia per questo, se ben
ricordo.
Per stanarlo ho appiccato il fuoco ad alcune sterpaglie e poi
all'improvviso, verso mezzogiorno, il vento ha cambiato direzione
incendiando tutto quanto. Stavo per morire ma Pietrino mi
ha salvato la vita.
Riusc a dirglielo senza interruzioni e con onest.
Lei spalanc gli occhi dalla sorpresa e lo strinse forte. Oh,
povero caro, hai rischiato di morire allora!
Corrado si meravigli di quella reazione, per lui inaspettata.
Non c'era traccia di rimprovero nella voce di Eufrosina per il disastro
che aveva causato: coglieva soltanto la paura per il rischio
che lui aveva corso.
Rincuorato dalla sua comprensione, prosegu nel racconto
senza incertezze: Pietrino e io siamo stati caricati da un branco
di cinghiali rugghianti, terrorizzati dalle fiamme. Cadendo a terra,
lui batt la testa contro un masso. Il sangue defluiva copioso,
aveva perso i sensi e i miei tentativi di rianimarlo si erano rivelati
del tutto vani. Non sapevo bene cosa fare perch non morisse
dissanguato. Da quel momento tutto diventa confuso nella mia
mente. Quello che ho vissuto dopo  solo un sogno o  realt?
Devi capire che anche io ero intossicato, non ci vedevo bene...
ma dalla foresta  comparso il cervo. Nel centro di quelle immense
corna si  materializzata una croce luminosissima. Poi  sparito
e Pietrino si  ripreso.
Eufrosina si asciug le lacrime che le rigavano il volto con
la manica del camice. Il colore intenso dei suoi occhi sembrava
essersi diluito in un tenue azzurro.
La guard smarrito stringendole forte le mani. Nel suo animo
combattevano un desiderio di credere a qualcosa di sovrannaturale
e la razionalit di pensare che si fosse trattato solo di suggestione.
Lei gli appoggi delicatamente la mano sul petto all'altezza
del cuore: Non posso dirti io quello che vorresti sentire. Per la
tua indole non ne saresti mai convinto fino in fondo e ti farei solo
del male. Vorrei davvero che questo fosse un miracolo. Sembra
un segno cos forte, come quello capitato a sant'Eustachio... ma
se tu avessi fede come lui aveva dimostrato, non dubiteresti di
quello che hai visto, perch lo sentiresti qui.
Hai ragione Eufrosina, ma nel mio animo ha prevalso la
paura della punizione per il danno che ho causato... la vergogna
per l'onta che getterei sulla mia famiglia se si venisse a sapere quel
che  accaduto.
Se affronti la realt, ci saranno certamente delle conseguenze,
ma la decisione spetta solo a te. Sappi che io rester sempre
al tuo fianco per affrontare con te ogni avversit, se tu lo vorrai.
Certo che lo desidero, non te l'ho mai dimostrato, ma ti
amo e ti ho sempre amata! le confess scoppiando in un pianto
liberatorio.
Non lo aveva mai visto piangere e questo, anzich metterla a
disagio, suscit in lei una grande determinazione. La ragazzina
che per amore si era sposata a quindici anni immaginando un roseo
futuro di moglie e di mamma, era cresciuta in fretta. La morte
prematura di sua madre era stato il primo grande dolore della sua
vita. Il suo esempio di paziente integrit era il modello a cui lei
voleva assomigliare. Le sofferenze di quegli anni l'avevano temprata,
resa pi forte. Capace ora di reggere l'urto di qualsiasi macigno
si fosse abbattuto sulla loro vita. Per lei, nelle decisioni non
esistevano sfumature: il mondo era bianco o nero. Considerava le
vie di mezzo un mero espediente che non risolveva i problemi. Se
si convinceva di una cosa andava dritta per la sua strada: sapeva
che anche sua madre si sarebbe comportata cos. Solo con questa
fermezza poteva mantenere intatta la sua dignit e avere rispetto
di s. Adesso sapeva che Corrado l'amava e decise che lo avrebbe
difeso di fronte a tutti e da tutti, anche dalle le loro famiglie.
Rischiamo di perdere tutto quello che possediamo, ma non
importa. Se ce ne sar bisogno, utilizza pure la mia dote per risarcire
i danni lo tranquillizz mentre con i suoi baci gli asciugava
le lacrime, fino a quando si accorse di essere riuscita a calmarlo.
Per tutta la notte dormirono stretti l'uno all'altra come non
capitava da molto tempo. All'alba si svegliarono di soprassalto
perch gi in strada il banditore a cavallo suonava la tromba. Era
il lugubre annuncio delle esecuzioni.
Udite! Udite! Cittadini! Domani, alla nona verr giustiziato
il colpevole che ha provocato il disastroso incendio di San Nicol!
strill l'araldo.
Perch sostengono di aver gi preso il colpevole? gli chiese
Eufrosina preoccupata.
Quell'uomo ha confessato una colpa non sua. Chiss a quali
terribili torture lo ha sottoposto Galeazzo per estorcergli quella
falsit. D'altro canto, rappresenta il suo modo di amministrare
la giustizia, quella per cui i miei familiari, esempi di equilibrio e
saggezza, si sono sempre distinti osserv con amaro sarcasmo.
Sentiva che le prime pietre di quella montagna d'orgoglio sotto
cui s'era nascosto cominciavano a sgretolarsi, come segno della
frana imminente.
La salut con un avvolgente bacio stringendola a s: Ho bisogno
di chiedere consiglio a mio padre.
Mentre si preparava frettolosamente, diede ordine alla serva
che i palafrenieri preparassero il suo cavallo. Scese di corsa le scale,
mont in sella e si diresse al galoppo verso Calendasco.
Trov suo padre Tommaso in sala magna, seduto al grande
tavolo di noce, intento a stipulare con il notaio Mussi la cessione
ad alcuni agricoltori di certi suoi terreni di pregio nei pressi del
Po, rilevando in cambio i loro poco fertili, poco pi che degli
acquitrini.
Tommaso era convinto che questa permuta, all'apparenza
svantaggiosa per la sua famiglia, avrebbe permesso ai contadini di
ricavare pi facilmente il sostentamento. In cambio, si sarebbero
dedicati con maggiore resa alle sue terre, come mezzadri. Avrebbe
cos raggiunto un duplice vantaggio: conquistarsi sia un profitto
pi elevato sia la loro riconoscenza.
Con l'aumento della superficie coltivata, il terreno sarebbe
stato diviso in tre parti, due coltivate a grano e cereali e la restante
a riposo. Tutti gli agricoltori della comunit avrebbero usufruito
dei frutti e del pascolo, rafforzando cos la loro coesione e il senso
di fratellanza.
Corrado riponeva grande stima in lui e nella sua opinione.
In quell'epoca i figli anche adulti restavano soggetti all'autorit
paterna e fino alla morte del genitore, non potevano disporre liberamente
dei propri beni.
Ormai senza questi non ci vedo pi, me li ha suggeriti il notaio
gli disse Tommaso quando lo vide entrare, mostrandogli un
moderno paio di occhiali dalla montatura in osso.
Corrado sorrise: Vi siete rovinato la vista a furia di leggere
quei minuscoli numeri arabi.
E io a trascrivere gli atti intervenne il giovane notaio con
tono scherzoso esibendo il suo paio.
Come sapete, caro Mussi, preferirei comandare un esercito
contro Galeazzo che stare qui con voi, ma ormai sono troppo
vecchio afferm Tommaso con un tono sconsolato che chiedeva
solo di venire contraddetto.
Non dite cos, sapete che non  vero. La vostra mente  lucida
e il fisico ancora gagliardo. - lo rassicur pronto il notaio
senza timore di sembrare ossequioso - Ora per  giunto per me
il momento di prendere commiato. Corrado, spero che la mia
cuoca possa presto cucinare la vostra magnifica selvaggina, per
gustarla insieme alle nostre mogli.
Ne saremmo onorati Gabriele, grazie per il vostro cortese
invito. Sapeva che le parole del notaio erano sincere, cos come
l'amicizia che gli aveva sempre dimostrato. Mussi gli strinse la
mano con quella spontanea forza virile che usava con le persone
verso cui provava stima.
Tommaso dimostrava grande dimestichezza con quel figlio
arrivato in tarda et e su di lui riponeva grandi speranze per il
futuro, ma in quel momento sentiva che qualcosa non andava.
Il tono della voce leggermente acuto tradiva un'emozione
repressa, il solito sguardo distaccato questa volta cercava conforto.
Pass a dargli del tu per metterlo a suo agio: Non ho bisogno
degli occhiali per leggere sul tuo viso che qualcosa ti agita profondamente.
Corrado deglut a fatica. Era rimasto in piedi, al lato opposto
del lungo tavolo dove stava seduto suo padre. Appoggi le mani
allo schienale di una sedia, come per cercare un sostegno.
Avete ragione padre. Eppure non so da dove cominciare.
Quando capita a me, parto sempre dalla fine del problema.
Per capire in quale passaggio ho sbagliato, inizio sempre dalla riga
finale disse Tommaso indicandogli il libro dei conti.
Ieri ho commesso un'imperdonabile leggerezza.
Avanti, racconta lo incoraggi Tommaso con un sorriso.
Sono stato io disse con imbarazzo.
Sono stato io a fare che?
A provocare l'incendio.
Tommaso trasecol. Era venuto a conoscenza dal notaio
Mussi del disastro, ma non poteva credere che il colpevole fosse
suo figlio. Ma... ma... cosa  successo? Come hai potuto commettere
una follia del genere? Sei forse uscito di senno? gli chiese
con tono trattenuto sempre pi incalzante.
Perdonatemi padre. Ho incendiato la boscaglia per stanare
della selvaggina. Il vento  cambiato all'improvviso e...
Corrado non riusc a proseguire. Sulla sua mente era improvvisamente
calata la nebbia.
... E sotto le torture di Galeazzo - aggiunse dopo un lungo
silenzio - un innocente si  addossato la colpa. Era riuscito a
reggere il gelido sguardo del padre, quello che da bambino lo paralizzava
quando assieme a Pietrino combinavano qualche guaio.
Conosci quell'uomo? gli chiese Tommaso guardandolo con
severit. Se Corrado gli avesse risposto di no, Visconti aveva gi
risolto il problema.
Lui gli si avvicin come se non avesse pi timore a stargli
vicino. S padre, lo conosco perch provo compassione nei suoi
confronti.
Non  un sentimento che ti ha mai condizionato rispose
Tommaso con un gesto di fastidio, come se volesse scacciare un
insetto.
A questo giudizio cos tranciante, Corrado reag con impeto:
Avete ragione padre, ma ora so che se quell'uomo morisse, il
senso di colpa mi accompagnerebbe per tutta la vita e la mia anima
sarebbe dannata per l'eternit. Nel bosco, tra le fiamme, ho
ricevuto un segno dal Signore che non riesco ancora a decifrare...
ma non voglio che un umile debba pagare con la vita un errore
che riguarda me e soltanto me!.
Tommaso cap dal tono accorato di quelle parole cos inusuali
per suo figlio che qualcosa di grave stava per accadere. Gli tornarono
alla mente le vicissitudini di tante famiglie ricche e potenti, distrutte
dalla crisi di coscienza di tanti figli ingrati, a cominciare da quel
Pietro di Bernardone, padre di Francesco d'Assisi. E come lui, tanti
altri amici e conoscenti avevano perso chi una figlia e chi un figlio
che avevano rinunciato a tutto: titolo, onori e ricchezze per entrare
a far parte degli ordini mendicanti. Si spavent. Ostacolando perentoriamente
il desiderio di espiazione di Corrado temeva di rafforzare
una tendenza che sperava ancora di correggere. Occorreva rimanere
calmo e soprattutto temporeggiare. Il suo pi grande timore era che
Corrado, in preda a quella palese confusione mentale, abbracciasse
uno di quei gruppi eretici che sembravano trovare terreno fertile a
Piacenza, grazie all'appoggio di Galeazzo che ne faceva strumento
per irritare la Chiesa. Meglio evitare i conflitti - pens Tommaso -
devo estirpare la pianta velenosa alla radice.
Ti ricordo che per statuto Visconti ha il diritto di decidere
da solo sulla vita o sulla morte di chi si macchia di omicidio o di
incendio. Pu stabilire solamente una pena pecuniaria. Ma  a sua
discrezione. Sei mio figlio e non ti consiglier mai di correre tale
rischio. L'unico modo in cui ti posso aiutare  questo. Con calma,
prese un nuovo foglio di pergamena, intinse la penna nel calamaio
e calcol velocemente l'ammontare dei danni. Fra terreno coltivabile
e boschi sono duecento pertiche. Il raccolto  perso e ancora
per almeno un anno la terra non sar in grado di produrre messi.
I contadini dovranno comperare molto concime che purtroppo,
per la penuria di cavalli,  diventato molto caro. Saranno costretti a
ripiantare nuove viti al posto di quelle che non riusciranno a salvare,
dovranno ricomprare gli armenti e ricostruire le case e le stalle.
Penso che i risarcimenti ammontino a circa mille fiorini d'oro.
Sono intenzionato a risarcire il danno, ma non dispongo di
tutta la somma! esclam Corrado spaventato dalla cruda realt
che il padre gli prospettava.
Cogliendo l'incertezza nello sguardo del figlio, Tommaso aggiunse:
Ricordi che Galeazzo non ha trovato traccia dei nostri
beni nel monastero di san Sisto? Oggi mi  giunta notizia che
come risarcimento per le spese di guerra, ha imposto una multa
di quattrocento fiorini d'oro a mio fratello Giacomo e ad altri
nobili guelfi. Una somma enorme con la scarsit d'oro che c' al
giorno d'oggi e se non pagheranno, gli far mozzare la testa. Dovremo
mettere mano alle nostre riserve occulte, ma dopo non ci
rimarr molto. Posso darti un anticipo sulla tua parte di eredit,
ma non sar sufficiente a coprire integralmente i danni e credo,
conoscendolo bene, che tuo fratello Jacopo non intenda rinunciare
alla sua parte. Ascolta il mio consiglio: lascia le cose come
stanno, piglia il tuo tempo per capire cosa hai realmente sentito
nel bosco, ma non rinunciare al tuo onore. Prendendo una decisione
cos avventata, getteresti il fango su tutta la nostra famiglia.
Come padre poi, provo un immenso dolore per te: dopo i risarcimenti,
purtroppo, ti resteranno solo le briciole.
Corrado avrebbe dovuto disperarsi per quella situazione, d'altronde
dipinta in modo troppo drammatico: in realt, non era
vero che il loro patrimonio sarebbe stato dilapidato per mille fiorini,
ma questo lui non lo poteva sapere, non avendo accesso ai
registri contabili.
Provava invece una strana sensazione: si sentiva come al timone
di una barca sciolta dagli ormeggi. Per la prima volta in
vita sua aveva davanti a s un mare infinito verso cui prendere il
largo, spettava a lui alzare le vele e prendere in mano il timone. O
lasciarla andare alla deriva.
Vi capisco padre, queste difficolt mi aiuteranno a prendere
la decisione giusta. Ma quel povero disgraziato che muore per
colpa mia... Suo padre non raccolse. Lo fissava in silenzio senza
la bench minima reazione, come se quest'ultimo argomento non
lo interessasse. ... Ascolter anche il consiglio di Eufrosina.
Tommaso sper di trovare in lei l'alleata vincente: Ritengo
che sia giusto. Devi avere fiducia in Eufrosina,  una donna saggia
e ti vuole veramente bene. Alcuni uomini non parlano con le mogli
dei loro problemi perch le considerano capaci solo di mettere
al mondo dei figli, ma io non sono d'accordo. Una buona compagna
sa starti vicino nei momenti difficili, ti aiuta nel prendere
la decisione giusta anche se spesso non  la pi semplice.
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CAPITOLO 7.
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Avanti infame, in piedi!  giunta la tua ora! grid il boia
mentre assestava a Meo un calcio sulle costole per farlo alzare dal
pagliericcio della prigione. Si chin su di lui e senza nessuno scrupolo
gli sfil la sottile fede d'oro che portava all'anulare. Questa
la prendo io, tanto a te non serve pi.
Meo aveva male dappertutto e batteva i denti per la febbre
alta. Quando cercava di muovere le braccia e le gambe, feroci fitte
di dolore partivano da queste estremit fino ad arrivare alla testa
e si conficcavano nel cervello come centinaia di chiodi appuntiti.
Per tutta la notte quel tanfo di sangue coagulato, di vomito
e di deiezioni l'aveva tenuto sveglio impedendogli di svenire. Si
era raggomitolato in un angolo della sua cella e con la gamba che
ancora riusciva a distendere aveva scacciato i grossi topi neri che
entravano e uscivano dalle crepe del muro. Sgranavano dalle orbite
gli occhi rossastri per catturare la debole luce della luna che
a stento filtrava dalla minuscola finestra. Gli erano sembrati dei
piccoli demoni che gi si volevano impossessare della sua anima.
Non pot sollevarsi sulle braccia. Strisci allora vicino al
muro appoggiando alle fredde pietre la schiena. Raccolse le forze
sull'unico ginocchio che ancora era rimasto intatto e si tir su.
Il boia e i due tirapiedi, sghignazzando fra di loro, gli legarono
le braccia dietro le spalle provocandogli un dolore acutissimo.
Meo strinse forte i denti per non urlare. Non voleva dargli un'altra
soddisfazione per quell'ultima tortura. Prima di farlo uscire, i
suoi aguzzini gli strapparono di dosso gli ultimi cenci per offrirlo
nudo al pubblico scherno.
Percorse claudicante le scale e il lungo corridoio che lo conduceva
al cortile della galera. L lo aspettava una piccola guarnigione
composta dal capitano Landi e da sei birri che lo avrebbero
scortato alla forca.
Appena si spalanc il portone, Meo venne assalito da un
centinaio di contadini danneggiati dall'incendio. In quello
scompiglio c'era chi inveiva contro di lui, chi lo spintonava,
chi lo prendeva a pugni e a calci. Si salv dal linciaggio grazie
all'intervento delle guardie che, con la minaccia delle armi, riuscirono
a respingere quella folla impazzita. In attesa di rinforzi,
il Vergiuso fu costretto a far serrare i battenti ritardando di almeno
un'ora l'esecuzione.
Ristabilita una parvenza d'ordine, il lugubre corteo si mosse.
Ma anche se tenuti a distanza, i contadini continuarono a
minacciare e a insultare Meo. Riuscirono perfino a colpirlo
pi volte con i sassi e gli escrementi che raccoglievano lungo
la strada.
Meo teneva lo sguardo fisso rivolto verso terra e continuava a
farfugliare questa preghiera:
Il mio cuore  disturbato
Son troppo afflitto e umiliato
O signore, l'espressione del mio dolore non ti  nascosta
Perch son rimasto muto, vengo umiliato
Ma io ho sperato in te
Dunque esaudiscimi e non mi abbandonare
O Signore mio non ti allontanare da me.
La ripeteva ossessivamente sedando cos il terrore mentre si
trascinava al patibolo. Quelle implorazioni gli diedero coraggio:
pens che nessuno, come ci aveva insegnato nostro Signore,
portava una croce pi pesante di quella che potesse sopportare.
Quello che stava vivendo era il suo golgota.
Fermi! intim alla guarnigione una decisa voce metallica.
Meo alz gli occhi e scorse davanti a s un cavaliere. Montava
un grande destriero bianco e gli stava accanto solo uno scudiero.
Cal un improvviso silenzio. I contadini erano rimasti ammutoliti
da quella apparizione, cos come i soldati.
Il capitano Landi sguain la spada, temeva una trappola. Ebbene,
chi siete voi per intralciare la giustizia?
Sono Corrado Confalonieri e devo impedire che venga commessa
un'ingiustizia: quest'uomo  innocente! gli rispose sollevando
la visiera dell'elmo.
Dalla folla si lev un coro unanime di stupore. Obizzo rimase
interdetto. Conosceva molto bene quel giovane cavaliere: la
madre di Corrado era sua cugina. Ripose la spada nella faretra.
Il condannato ha ammesso le sue colpe. Ormai non possiamo
interrompere l'esecuzione.
Il Vergiuso non capiva perch Corrado se la prendesse tanto
per la sorte di quel contadino. Non l'aveva mai visto parteggiare
per nessuno. Aveva sempre pensato che in quello risiedesse la sua
astuzia e che come lui stesse aspettando tempi pi favorevoli per
emergere, dimostrando finalmente il suo valore.
Sono a conoscenza di fatti molto importanti che scagioneranno
completamente il condannato ribatt Corrado.
Sua signoria sar molto contrariata da questo imprevisto
insist Obizzo lanciandogli un'occhiata d'intesa per fargli capire
che era ancora in tempo a fermarsi.
Corrado avanz di un passo e la guarnigione si serr attorno
a Meo in attesa degli ordini del capitano.
I popolani capirono che qualcosa non tornava. Alzarono i forconi
verso i soldati, passando dalla parte di Corrado. Conoscevano
bene la sua famiglia che aveva sempre difeso la giustizia: se un
suo autorevole componente osava sfidare l'ordine di Galeazzo,
stavano con lui.
Obizzo era confuso e si chiese, senza riuscire a darsi una risposta:
Cosa sta succedendo? Quale interesse pu avere mio cugino
verso questo straccione?.
Capitano, per impedire che commettiate un'ingiustizia,
prendo in consegna il prigioniero fino a quando non parler con
sua signoria gli intim Corrado.
Il Landi fece cenno ai suoi soldati di allontanarsi da Meo. Il
motivo del gesto di suo cugino gli risultava ancora ignoto. Non
 ancora il momento di fomentare la rivolta contro Galeazzo -
riflett - tempo al tempo.
Pietrino scese dal suo baio e si avvicin con passo sicuro al
prigioniero senza che i soldati glielo impedissero. Prese dalla fondina
il coltello e con quella lama affilatissima tranci di netto le
corde ai polsi del prigioniero. Un paio di agricoltori danneggiati
dall'incendio si fecero largo in mezzo alla folla e afferrarono Meo
sotto le braccia. Riuscirono a caricarlo in groppa al cavallo di
Pietrino grazie all'aiuto di un altro di loro che aveva improvvisato
un gradino con le dita intrecciate delle mani. Pietrino sal invece
dalla staffa, afferr le redini con un braccio e resse Meo con l'altro.
Al cenno di Corrado indietreggiarono lentamente, mentre il
popolo aveva formato uno sbarramento per impedire alla guarnigione
di inseguirli. Quando i due fratelli si accorsero che i soldati
stavano indietreggiando, piantarono gli speroni nei fianchi dei
loro cavalli e si diressero al galoppo verso palazzo Confalonieri.
Eufrosina stava affacciata alla finestra del piano superiore. Era
preoccupatissima per non averli ancora visti tornare. Non appena
li scorse, si precipit gi dalle scale e quando li vide in cortile sani
e salvi, tir finalmente un sospiro di sollievo. Ti ringrazio Signore
per aver ascoltato le mie preghiere continuava a ripetersi.
Serrate le porte, svelti! ordin Corrado ai palafrenieri. Presto
Eufrosina fa' chiamare il medico: quest'uomo sta male!
Meo svenne mentre i servi lo tiravano gi da cavallo. Lo avvolsero
in una coperta e lo appoggiarono su un'improvvisata barella,
una tavola di legno, con cui lo trasportarono all'interno del
palazzo per somministrargli le prime cure.
Pietrino aiut Corrado a liberarsi dall'armatura. Pot cos abbracciare
sua moglie libero da impedimenti. Hai preso la decisione
giusta gli disse Eufrosina con lo sguardo colmo di ammirazione.
Lui le sussurr affondando il viso fra i suoi capelli: Per la prima
volta in vita mia mi sento davvero un cavaliere. Degno erede
del mio avo Lantelmo. Il coraggio non mi mancava ma ero uno
stolto. Grazie al tuo aiuto ora sono diventato saggio.
Non  merito mio se ti sei fatto cavaliere del Signore. Lui ha
messo in te il seme del vero amore. Quel sentimento profondo,
universale di chi non si aspetta nulla in cambio. Felice soltanto
nell'atto di dare.
Eppure non sono degno di un dono simile. Sono il peggiore
dei peccatori: superbo, vile, gretto, attaccato ai beni materiali.
L'amore non  un merito, lo capisci? Dio ci d amore ed 
disposto a perdonarci, purch il pentimento sia sincero lo rassicur
accarezzandolo sulle guance rasate di fresco.
Corrado la guard spaventato: Hai ragione, ma io sono
come un bimbo che sta imparando a camminare, metto incerto
un piede davanti all'altro. Ma vacillo: sono sicuro che cadr. Si
tormentava le mani come spesso gli capitava quando non sapeva
che decisione prendere.
Lei se ne accorse e le strinse fra le sue: Riuscirai a rialzarti.
Col tempo imparerai a correre.
Quando si ritrovarono soli nel salone del piano terra, Eufrosina
gli prese il volto e lo avvicin al suo. Corrado respir il suo
profumo di rose e lei ricambi il suo bacio. Si sfiorarono delicatamente
il naso. Lei amava il disegno preciso della sua bocca e la
piccola conca che il labbro superiore formava con la punta. Le
sembrava un rifugio dove si poteva nascondere. La inebriava il
caldo respiro di Corrado che si diffondeva su di lei. Si abbandon
all'impeto del suo improvviso abbraccio come se non avesse pi
la spina dorsale, sorretta soltanto dalla forza di lui.
Quell'attimo di felicit svan troppo presto. Ora devo andare
- le disse Corrado dandosi coraggio - mi aspetta la giustizia
terrena di Galeazzo. Con quella divina far i conti dopo.
Prudenza - si raccomand Eufrosina, cercando di non far trasparire
che tremava dalla paura - e riporta le cose come stanno veramente,
con la stessa sincerit che sei riuscito a tirare fuori con me.
Amore mio non ti devi preoccupare. Far cos.
Corrado sal nelle sue stanze dove i servitori lo aiutarono a
cambiarsi. Voleva presentarsi a Palazzo Nuovo con i suoi abiti migliori.
Indoss l'elegante cioppa di panno marmorino che lasciava
scoperte le ampie maniche ricamate della camicia di seta, calzoni
di velluto della stessa tonalit, la cintura di cuoio intrecciato con
attaccata la scarsella.
Pietrino lo raggiunse mentre si stava infilando il berretto di
tessuto serico, blu come la mantellina. Corrado aspettami, ti accompagno.
Lui lo guard negli occhi con ammirazione, stringendolo per
gli avambracci. Suo fratello gli aveva sempre dato tutto senza ricevere
da lui se non qualche scampolo di affetto. Non si meritava
una dedizione cos totale ma sentiva che un giorno sarebbe stato
fiero di lui. No, fratello mio. Rimani qui e stai vicino a Eufrosina.
Devo andarci da solo. Non voglio che tu venga coinvolto
ulteriormente: mi hai gi dato tutto l'aiuto possibile. Per questo
ti sono immensamente grato.
Fuori da palazzo si era formata una ressa. La notizia del suo
gesto aveva gi fatto rapidamente il giro della citt. Per non affrontare
il popolo si camuff con un ampio mantello scuro e col
cappuccio calato sul viso usc da una porta sul retro. Meglio
evitare la strada principale - disse fra s - percorrer i vicoli qui
dietro per arrivare da Galeazzo.
Non sapeva ancora come lo avrebbe affrontato. Girava voce
che il Papa, prima di morire, avesse incaricato la santa Inquisizione
di indagare sui Visconti sospettati di eresia e blasfemia. Ma in
quel momento detenevano ancora un grande potere. Forse anche
Pavia presto si sarebbe arresa.
La sede vescovile era in subbuglio. In spregio alla Chiesa e
per affermare il suo potere, il signore di Piacenza aveva cercato di
taglieggiare il vescovo Ugo Pilori con l'imposizione sul clero di
una taglia di diecimila fiorini d'oro. Al coraggioso rifiuto di lui,
non aveva esitato a cacciarlo dalla citt e come conseguenza aveva
ricevuto la scomunica.
A Corrado mancava l'aria e si slacci i bottoni della camicia.
Era solo per davvero. Sentiva le gocce di sudore che gli colavano
dalla fronte fermarsi tra le sopracciglia e poi scendere gi fino a
rigargli il volto, come se fossero lacrime. Non voleva che ne sgorgassero
pi dai suoi occhi. Si appoggi a un muro per respirare
profondamente. Prima di riprendere il cammino guard verso il
cielo: Non devo trovare la forza dentro di me, ma dentro Dio -
pens - Eufrosina ha ragione: devo uscire da me stesso, dalle mie
paure e sapere che  Lui a guidarmi.
Riprese la strada sentendosi un poco pi leggero. I vicoli gli
apparivano vuoti, sembrava non ci fosse nessuno neppure dentro
le case. Solo qualche bimbo giocava a nascondersi fra gli androni
e le rientranze dei muri. Sorridevano al suo furtivo passaggio e
portavano l'indice vicino alle labbra, come complici di una missione
segreta. S'intener e si commosse, ricordando quanto da
piccoli anche lui e Pietrino avessero amato quel gioco.
Sbuc in piazza Nuova e l un gran chiasso lo invest. Evit
a fatica il frenetico andirivieni di persone di tutti i ceti sociali:
mendicanti e storpi che chiedevano la carit, signori a cavallo,
mercanti che si stringevano la mano, frettolosi contadini, soldati
che discorrevano a voce alta. Sabato era giorno di mercato e sotto
i portici di palazzo venivano allestite un gran numero di bancarelle.
Corrado si fece largo fino alla grande scalinata che conduceva
alla sala del Consiglio, dove il corpo di guardia impediva l'ingresso
alle persone non autorizzate.
Ci trov il comandante della guarnigione. Annunciatemi
al capitano Landi, ditegli che il cavaliere Corrado Confalonieri
chiede udienza.
Nell'attesa, not che la piazza si stava riempiendo ulteriormente.
I contadini e i passanti che sostavano di fronte a casa sua
si erano spostati l. La gente incuriosita stava apprendendo della
mancata esecuzione. Il passaparola stava ingigantendo i fatti: c'era
chi parlava di una cospirazione, chi raccontava che i guelfi in
esilio erano alle porte della citt. Qualcuno gi sosteneva che il
tiranno Visconti stava per essere deposto da una congiura ordita
dai Confalonieri.
Assistendo a quelle scene, Corrado disse fra s: Non posso
permettermi altro tempo. Devo ristabilire immediatamente la
verit prima che i disordini creino altri assurdi spargimenti di
sangue.
Dopo un'attesa di qualche minuto che sembrava fosse durata
ore, vide correre gi dalla scalinata il Vergiuso con al seguito le
sue guardie personali. Aveva ricevuto l'ordine da Galeazzo di accompagnarlo
al suo cospetto.
Da quell'accoglienza cos imponente, Corrado cap che Sua
eccellenza era gi stata informata di quanto avvenuto.
Altre due guardie spalancarono le porte della sala del Consiglio
e in quel momento un'intensa luce bianca lo accec per
qualche istante.
Un chiarore intenso filtrava dalle moderne vetrate delle grandi
finestre a bifore. Ai lati dello stanzone, Corrado aveva riconosciuto
le stesse sedie utilizzate dai suoi avi per il Consiglio, quando
ancora si teneva nel vecchio palazzo comunale in prossimit
del Duomo. Di fronte a lui, seduto sullo scranno pi alto di una
grande pedana di legno, lo aspettava Galeazzo. Occupava lo stesso
ruolo ricoperto solo pochi anni prima da suo cugino Alberto
in qualit di reggente.
Al fianco del Visconti si disposero il capitano Landi e alcuni
funzionari e tutt'attorno i soldati, tranne due che erano rimasti
accanto a Corrado.
Lui aveva notato una grande tensione su quei volti all'apparenza
impassibili. Si tolse con calma il copricapo e il mantello e li
affid a un inserviente; poi si avvicin con apparente sicurezza e a
dieci passi si inchin di fronte a Galeazzo come segno di deferenza.
Il principe portava un corpetto verde bosco intessuto di fili
d'oro che metteva in risalto il colore fulvo dei capelli, pi radi
sulla fronte e pi lunghi ai lati. Intorno al collo spiccava una
pesante catena d'oro intarsiata finemente con un grande topazio
al centro, simbolo del giudizio. Era appoggiato al bracciolo
sinistro e con la mano sosteneva il mento. L'indice sovrapposto
alla guancia era arcuato come un gancio mentre il medio copriva
parzialmente i radi baffi.
Galeazzo era incuriosito da quella situazione che non riusciva
ancora a decifrare. Se quello che il capitano Landi gli aveva raccontato
era vero, si trovava di fronte alla persona pi scaltra o pi
disavveduta di Piacenza.
Come sta il mio caro amico Bassiano Vistarini? esord a sorpresa.
Eccellenza vi porto i suoi omaggi, gode di ottima salute
replic pronto Corrado.
Ne sono lieto. Porgete i miei saluti anche a sua figlia
Eufrosina, vostra moglie.
Corrado avvert una fitta al cuore. Il senso di protezione che
nutriva per Eufrosina lo induceva a essere prudente. Quella frase
di Galeazzo rivolta alla pi bella donna di Piacenza non lasciava
per presagire nulla di buono. Le tempie gli pulsavano e il suo
cuore pompava sangue pi veloce di quanto avesse mai sentito.
Vi ringrazio, Eccellenza.
Veniamo per al motivo della vostra richiesta di udienza, in
verit cos singolare, visti i modi e i tempi disse Galeazzo mentre
si sistemava meglio sulla sedia appoggiandosi ai braccioli.
Avete ragione e me ne scuso, ma non potevo aspettare oltre per
confessare una mia colpa, prima che un innocente perdesse la vita.
Il vostro gesto di liberare un prigioniero sottoposto alla mia
giurisdizione costituisce un gravissimo oltraggio lo interruppe
Galeazzo cambiando espressione. Era passato improvvisamente
da un tono gentile e forbito a un altro, aspro e tagliente.
Corrado gli rispose con voce ferma: Eccellenza, non avevo
nessuna intenzione di offendervi in alcun modo n di non riconoscere
la vostra autorit. Ho solo impedito che venisse commessa
un'ingiustizia.
Avete liberato un prigioniero reo confesso! insist Galeazzo.
Il suo volto dalla carnagione biancastra si era improvvisamente
acceso dall'ira, a stento compressa.
Non l'ho liberato. Lo sto solo custodendo nella mia casa per
avere il tempo di rivelarvi la verit: sono stato io ad appiccare
l'incendio.
Voi! - esclam Galeazzo incredulo, rizzandosi dallo scranno
- Allora siete complice di vostro zio Giacomo nella cospirazione
ordita nei miei confronti! Volevate attrarre le mie truppe fuori
dalle mura e farle scontrare con quelle dei fuoriusciti guelfi per
riprendervi il potere!
Corrado non si scompose e ribad in modo pacato: Signor
principe, nulla di tutto questo. Si  trattato di un nefasto incidente
di caccia. Per stanare della selvaggina ho appiccato un fuoco
ma, verso mezzod, il vento da nord ha mutato direzione e si 
trasformato in scirocco. Ha cos alimentato le fiamme che hanno
provocato il disastro.
I funzionari, basiti, si erano guardati fra di loro: nessuno si sarebbe
mai aspettato una tale confessione. Le guardie, solitamente
impassibili, sembravano ancora pi irrigidite nella loro armatura.
Galeazzo cerc di capire se quanto il conte gli aveva appena
rivelato fosse la verit oppure una menzogna per proteggere i guelfi.
La sua posizione richiedeva fermezza, raziocinio e soprattutto una
decisione rapida. Alla minima debolezza, al minimo sintomo di incertezza,
si sarebbe ben presto ritrovato lui dalla parte di quel giovane
cavaliere che lo fissava senza abbassare per un attimo lo sguardo.
N i suoi informatori, Vergiuso in testa, n le spie che lo aggiornavano
quotidianamente sugli spostamenti e sulle missive
dei nemici gli avevano segnalato un pericolo imminente dentro o
fuori le mura. Aveva gi punito materialmente le casate nemiche
confiscando residenze e imponendo pesanti taglie per evitare la
forca. Ma questa era una situazione diversa e molto pi delicata.
Se avesse condannato quel guelfo, liberando un contadino reo
confesso, poteva infiammare gli animi delle fazioni avversarie,
creare dei disordini che avrebbero minato il suo potere. Se manteneva
ferma la decisione gi presa dal giudice forse sarebbe stato
pi semplice, facendo passare Corrado per pazzo. Ma, agli occhi
del popolo, sarebbe potuto apparire come un martire.
Perch lo fate? gli domand allora, quasi arrendendosi a
quei pensieri che con il raziocinio non lo conducevano da nessuna
parte.
Eccellenza, credo semplicemente che la conseguenza della
giustizia sia la libert.
Galeazzo si risedette quasi rassegnato alla mancanza di logica
di quanto stava accadendo. Sapete che il costo di questa vostra
scelta sar altissimo? Il reato d'incendio  molto grave. Lo Statuto
prevede che posso giungere a sentenza immediatamente, senza
neppure chiedere l'intervento dei giudici. Nella stanza si fece
completo silenzio e lo stesso Galeazzo si ammutol, chiuso nella
fastidiosa intimit di chi deve decidere in solitudine. Infine, si rialz
per sottolineare la solennit della decisione: Vi risparmier
la forca, ma entro quindici giorni dalla condanna dovrete pagare
duecento lire al Comune e risarcire completamente il danno....
Corrado quasi lo interruppe: Vi ringrazio Eccellenza e me ne
rendo conto. Un tempo David sostenne: Giammai constatai che
il giusto venne abbandonato. Il Signore quindi non l'abbandoner
in mano al giudice e non lo condanner qualora sar giudicato.
Galeazzo riflett rapidamente. Non capiva fino in fondo il
ragionamento che stava alla base della risposta del conte ma le
sue parole gli sembravano sincere. Abituato com'era agli intrighi
e alle ipocrisie, agli adulatori e alle falsit lo avevano colpito quel
modo di fare sicuro e dignitoso di Corrado, quelle sue parole
ispirate e trasparenti.
E cos sia. Capitano Landi il prigioniero  libero. Condanno
il conte Confalonieri a quanto ho stabilito.
Galeazzo si alz dalla poltrona e si diresse verso i suoi appartamenti
privati. Improvvisamente si volt di scatto e disse:
Conte Confalonieri, vorreste concedermi la cortesia di seguirmi,
voi da solo?.
Lo considero un onore rispose Corrado con un inchino.
Attraversarono un paio di stanze inondate alla loro sinistra
dalla luce che proveniva dai vetri piombati delle ampie finestre
a sesto acuto. La prima camera conteneva la vasta biblioteca di
Galeazzo. Sugli scaffali decine e decine di volumi rilegati in cuoio
che trattavano gli argomenti di suo interesse: filosofia, diritto e
astrologia. Sul tavolo al centro della stanza erano appoggiati l'astrolabio
e grandi pergamene con i simboli astrali. Nella seconda
stanza la sua collezione di armi. Alla parete centrale erano appese
una ventina di spade lucenti diverse per foggia e dimensione,
dalle pi alte e pesanti a quelle pi corte e sottili. Tutte con le
migliori lame al tempo conosciute, intarsiate con eleganti motivi
allegorici. Sulla sommit di ciascun manico, lo stemma: in avorio
o in ebano raffigurava la vipera che inghiotte il saraceno. Le impugnature,
alcune in pelle altre in ferro battuto, erano tutte tinte
in vari colori; sotto, fra lamine d'oro tonde o quadre, erano montate
le pietre dure: ametiste, onici, granate. Su quelle ornamentali
facevano bella mostra le gemme preziose: rubini, smeraldi e zaffiri.
Al centro e sui manichini di legno, le sue armature e appese
alle pareti laterali le lance incrociate e le micidiali balestre.
Accomodatevi, ve ne prego lo invit Galeazzo, giunti nel
suo studio privato. Presero posto su due sedie imbottite di velluto
nero dagli schienali cos alti che ci si poteva perfino appoggiare la
testa. La posizione angolare della stanza la rendeva pi luminosa
rispetto a quelle che avevano appena attraversato. Si intravedeva il
pulviscolo che galleggiava per aria. Le pareti erano state tinteggiate
di recente di un importante color verde oliva. L'arredo era scarno:
una panca, un leggio vicino alla finestra, diverse sedie, due armadi
borchiati. Alcuni documenti erano aperti, gettati alla rinfusa sulla
scrivania, altri invece ancora arrotolati e con i sigilli intatti.
Posso offrirvi qualcosa? gli domand Galeazzo incrociando
le gambe.
Corrado era assetato. Dell'acqua, se non vi dispiace.
Galeazzo batt le mani ed entr un giovane valletto in livrea,
a cui diede ordine di portare del vino, dell'acqua e della frutta.
Vi sono alcuni aspetti della vostra confessione, per alcuni
versi ammirevole, che non condivido gli disse Galeazzo appena
il valletto chiuse la porta. Credete che aver bruciato un territorio
vasto come mezza Milano e poi esservi addossato la colpa vi renda
davvero un uomo libero? Noi cavalieri siamo dei privilegiati,
certo, ma abbiamo anche un limite che i nostri genitori, in primis,
ci hanno insegnato: la nostra libert ha confini ben precisi e
termina quando comincia a ledere gli interessi della famiglia. Il
vostro comportamento limita la libert della vostra e ne appanna
il lustro, costruito in centinaia di anni che dovrebbe invece essere
esempio alle future generazioni.
Non lo metto in dubbio Eccellenza. Eppure mia moglie
Eufrosina, lasciandomi libero di decidere, ha dimostrato di amarmi
profondamente. Ignoravo quanto mi volesse bene, almeno finora.
Un amore del genere  il riflesso di quello che Dio ha per
noi. Spesso non siamo in grado di coglierlo, travolti come siamo
dalla guerra, dalla cupidigia, dall'orgoglio, dalla brama di potere
che mai come in quest'epoca sembra dominare i nostri pensieri e
le nostre azioni. Senza escludere nessuno da questa lotta assurda
che non conduce al martirio ma consegna la nostra anima direttamente
all'inferno.
Galeazzo rimase colpito da quella franchezza che in fondo
invidiava. Come vi sentite in questo momento?
Diviso in due parti, Eccellenza, come se una delle vostre spade
mi avesse tranciato a met, di netto. La parte di me sottoposta
al vostro giudizio  ben definita nel corpo e nella mente. Ma solo
se mi vedete di profilo. L'altra  nascosta nell'ombra, oscurata dal
senso di colpa che attanaglia il mio spirito.
A queste parole Galeazzo si sent percorrere da un brivido
violento come dopo un bagno nell'acqua ghiacciata. Cap di aver
sbagliato a giudicare stolto o furbo quell'uomo. C'era molto di
pi ma non spettava a lui andare oltre. Si sentiva soddisfatto. Il
suo istinto non lo aveva tradito. Ma si trattava solo di una soddisfazione
narcisistica: non riusciva a cogliere un significato pi
profondo che gli permettesse di cambiare la sua di esistenza.
La porta si apr e da dietro al valletto con il vassoio delle vivande,
sbuc Azzone che si gett di corsa fra le braccia del padre.
Galeazzo finalmente sorrise di gioia per quella sorpresa e arruff
i capelli biondi del figlio: Va' a giocare che fra poco ti raggiungo.
Il fanciullo obbediente si aggiust il caschetto, poi fiss Corrado
negli occhi. Gli si avvicin. Senza dire nulla, Azzone appoggi
per qualche istante la mano sulla sua e si guardarono. Poi gli sorrise
come se avesse improvvisamente capito qualcosa e corse via.
Gli siete simpatico di solito non  cos con gli estranei. - osserv
stupito Galeazzo - Gli occhi di un bambino sono puri, riconoscono
i loro simili. Non stanno a guardare se appartengono a dei vecchi o
a delle persone adulte. Conte Confalonieri partite da questa purezza
per riconquistare la luce, almeno voi che ancora potete.
Corrado bevve un sorso d'acqua. Signor Principe, Dio vi ha
concesso un grande dono che a me ha negato: quello di un figlio.
Forse il suo disegno per me  un altro. Fatelo crescere migliore di
voi. Vi ricorder sempre con rispetto e riconoscenza.
Anche io lo credo, ma quando lo osservo penso che avrebbe
meritato un padre migliore di me. Ho commesso molti peccati e
so che altri ne commetter. Non posso cambiare la strada tracciata
per me da mio padre Matteo. A meno che Dio non me ne mostri
un'altra ma, purtroppo, non penso sia questo il mio destino. Per
voi invece  diverso. Sento che la vostra supposizione corrisponde a
verit: forse Dio ha un altro programma per la vostra vita.
Questo non lo so ancora. Oggi, grazie alle vostre parole,
ho capito che abbiamo qualcosa da imparare da ogni persona.
Permettetemi per di dirvi che ciascuno di noi  sempre in tempo
a cambiare o perlomeno a migliorare. Non dico nella cosa
pubblica, quella ha codici precisi che devono essere rispettati, ma
l'amore che vi ho visto negli occhi al cospetto di vostro figlio,
quello, non traditelo mai.
Galeazzo abbass lo sguardo chiaro poi lo alz per confidargli
con amarezza: Sapete che l'Alighieri nella sua Commedia mi
ha collocato nel Purgatorio, scrivendo che mia moglie si sarebbe
pentita di aver abbandonato le vesti vedovili per sposarsi con me?.
Ebbene, la storia vi dar ragione. Se riuscirete a essere un marito
devoto e un padre amorevole, quella collocazione sar un'ingiustizia.
Oppure una conferma. Star soltanto a voi. - gli rispose convinto
- Eccellenza, un'ultima richiesta, prima che mi congediate.
Ditemi conte, senza remora alcuna.
Promettetemi che qualunque cosa possa accadere in futuro,
mia moglie Eufrosina sar sempre sotto la vostra protezione.
Si alzarono e Galeazzo gli strinse l'avambraccio, come si usava
fra cavalieri: Ve lo giuro sul mio onore.
Sette anni dopo, nel 1322, papa Giovanni ventiduesimo conferm a Galeazzo la scomunica del vescovo Ugo e promise l'indulgenza plenaria
a tutti coloro che avessero aderito alla Crociata contro i Visconti.
Si leggeva, negli atti d'accusa della santa Inquisizione, che
Galeazzo profan chiese, viol monache, incamer le decime e
ogni altra sorta di nefandezza. Lui continu a schernirsi di quelle
accuse rispedendole al mittente e prosegu nel vessare la Chiesa,
ma la sua autorit rimase gravemente compromessa da questo
ottuso comportamento. Solo i francescani restarono sotto la sua
scomoda protezione e si attirarono le ire della Chiesa secolare.
La verit venne enfatizzata per motivi politici: il Papa temeva la
forza dei Visconti che con Matteo, il padre di Galeazzo, avevano
conquistato il titolo di Vicari imperiali. Giovanni ventiduesimo cercava di indebolire il loro enorme potere con gli strumenti pi potenti a sua disposizione: la scomunica ai principi e l'interdetto alle citt che gli avessero ancora obbedito.
Beatrice d'Este, moglie di Galeazzo, donna intelligente e capace
di gestire un uomo complesso come lui, non si penti mai del
suo matrimonio, dando quindi torto a Dante.
Azzone venne ricordato come uno dei signori pi illuminati
della sua epoca. A lui si dovette, fra l'altro, l'ordinamento dei Codici
legislativi e la pavimentazione delle strade a spina di pesce,
imitata poi da Londra e da Parigi.
Il castello di Torrano, dove Paolo e la sua famiglia furono trucidati
brutalmente dagli Scotto, non venne mai restituito ai Confalonieri:
Galeazzo lo assegn ai Fulgoso, nobile famiglia guelfa con cui
ben presto litig perch sospettati di congiurare contro di lui. Decise
perci di passarlo ai Leccacorvi, potenti banchieri ghibellini.
....
.
...
CAPITOLO 8.
...
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...
Rientrato a casa, Corrado aveva subito cercato sua moglie per
riferirle del colloquio con il principe. La trov in camera da letto,
dove Enza la stava aiutando ad arrotolare e a riporre nella cassapanca
alcuni vestiti.
Quando si accorsero di lui, Eufrosina la conged con un cenno
d'intesa e gli corse incontro. Si abbracciarono e lei lo guard
con occhi colmi di speranza. Allora com' andata, raccontami!
Ho confessato tutto. Galeazzo poteva condannarmi a morte;
invece mi ha comminato la pesante pena pecuniaria che mio
padre aveva prospettato. Dopo la sentenza, Visconti ha voluto
restare da solo con me. Mi sono reso conto che non  solo un
tiranno. Ha cercato di capirmi.
In ognuno di noi c' un fondo buono ma spesso rimane sepolto
sotto una coltre di pregiudizi. Mi sento sollevata che tu sia
riuscito a far emergere questo suo aspetto. Per il denaro necessario
ai risarcimenti non angustiarti: ci penseremo poi. Ora la cosa importante
 che tu sia qui con me. Sano e salvo.
Il condannato  sopravvissuto alle torture? le domand preoccupato.
Grazie a Dio non si trova in pericolo di vita. Mi ha detto
Enza che si chiama Meo. Ora sta riposando.
Domani lo vorrei incontrare.
Ne sar onorato.
Si era ormai fatta l'ora di cena. Eufrosina aveva dato disposizioni
di apparecchiare la tavola con la splendida tovaglia di fiandra
che faceva parte del suo corredo e di utilizzare il servizio di
piatti d'argento con abbinati i sottili bicchieri di vetro trasparente,
di solito riservati per le occasioni importanti.
Per rallegrare la serata, aveva collocato al centro della tavola
un vaso, da lei abilmente composto con dei fiori di campo,
colorati ma senza profumo: alcuni papaveri rossi, qualche campanula
azzurro violacea e parecchie margherite a petali bianchi
striati di rosa.
Anche con queste piccole attenzioni, voleva far sentire a Corrado
tutto l'amore che nutriva nei suoi confronti. Durante la
cena aveva preferito affrontare argomenti leggeri, in previsione
dei giorni duri che sarebbero seguiti.
Mentre Eufrosina sbucciava con cura una pesca per poi dividere
insieme a Corrado gli spicchi, un brusco presentimento
le attravers la mente. Forse, gi da domani, nulla sarebbe stato
come prima. Anche quel semplice gesto non si sarebbe mai pi
ripetuto.
Scacci quel pensiero. Erano ancora loro, l'uno di fronte
all'altra, com'era capitato tante altre volte in quei cinque anni di
matrimonio. Ma anche quella consuetudine poteva essere spazzata
via dal destino; e la presenza di Corrado, cos fisica e cos
rassicurante, svanire per sempre.
Appoggi allora il coltello sul piatto e si alz da tavola. Senza
dire una parola gli cinse con le braccia le spalle. Voleva ancora
sentire il suo calore. Gli diede un lieve bacio sulla nuca e appoggi
la guancia sulla sua, respirando profondamente il suo profumo.
Lui era rimasto fermo qualche istante, colto di sorpresa da
quella improvvisa tenerezza. Le prese la testa fra le mani e affond
le dita fra i suoi capelli, massaggiandoli delicatamente.
Quella notte, nel loro letto, Eufrosina lo voleva sentire non
solo con l'anima. Aveva bisogno di sapere che nulla era cambiato.
Pos il capo sul petto di Corrado, sentendo il battito regolare del
suo cuore. Poi, vincendo il suo naturale pudore, aveva infilato
una mano sotto il camice del marito, lo aveva accarezzato lievemente
sul collo, gli aveva sfiorato i capezzoli e poi l'addome fino
all'ombelico.
Perch mi desideri? - le bisbigli commosso - Ormai non
sono pi un uomo. Sono povero e inerme. Non potr neanche
pi provvedere a te come meriteresti.
Lei gli scost ancora di pi la camicia e lo baci delicatamente
dove prima lo aveva accarezzato. Continu a baciarlo
sul mento, sulle guance, sulle tempie, sulle palpebre e arriv
infine sulle labbra che profumavano di liquerizia. Si mise sopra
di lui facendo combaciare mani, braccia, busto e gambe con le
sue, come la prima volta. Si sollev alzando le braccia in alto.
Voleva che Corrado la liberasse da quei veli che ancora impedivano
alla pelle la fusione completa dei loro corpi. Lui allora
le sfil il camice e vide, alla luce del cero acceso nella nicchia
del muro, il candore della sua pelle che avvolgeva le costole
magre, la vita sottile, il piccolo seno con i capezzoli rosa inturgiditi.
Anche lui si mise seduto e si fece sfilare la camicia. Si
abbracciarono sentendo finalmente il calore l'uno dell'altra. Lui
le faceva scorrere le dita lungo il solco della schiena mentre con
l'altra mano premeva leggermente sui fianchi, avvicinandoli ai
suoi senza mai smettere di baciarla. Lei lo accarezzava sul dorso,
esplorando con la punta delle dita i solchi e i rilievi creati dalla
possente muscolatura. Poi si pieg arrendevole. Lui le fu sopra
e quando sent che era pronta, entr senza sforzo dentro di lei.
I loro corpi combaciarono perfettamente, fusi nell'abbraccio
perfetto. Corrado voleva ricambiare l'amore che sentiva per la
prima volta cos intenso da parte di lei. Si controll quando si
accorse che le pupille di Eufrosina s'erano dilatate e un fremito
l'aveva percorsa. Lei lo trattenne dentro di s. Perch non
possiamo rimanere cos per sempre? gli chiese. Lui le sorrise.
Sentendosi invadere dal suo calore Eufrosina gli strinse il capo
vicino al viso. Poi rimasero fermi senza staccarsi per un minuto
che valeva un'eternit.
....
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Enza era orfana. Fino all'et di quattordici anni l'avevano cresciuta
a Lodi le monache benedettine. Un mattino di cinque anni
prima, la madre superiora l'aveva chiamata nel suo studio per dirle
tutta euforica: Enza, per domani alla sesta preparati con cura
e porta via tutte le tue cose. Siamo attese a Zorlesco dal signor
Bassiano Vistarini. Fra pochi giorni, sua figlia Eufrosina andr
sposa a Piacenza e se le andrai bene, ti prender al suo servizio.
Va bene madre le aveva risposto Enza obbediente. Si era
sentita col cuore in subbuglio per quella notizia. In quegli anni
era uscita raramente dal monastero, a volte per la messa pasquale
in Duomo ma non si era mai spinta oltre le mura della citt.
Il mattino seguente era gi pronta in anticipo all'ingresso del
convento, dove ad attenderle c'era una splendida carrozza con un
tiro a due, condotta da un vetturino in livrea.
Durante il tragitto, la madre superiora l'aveva riempita di
raccomandazioni: Parla solo se interrogata; ricordati di inchinarti
al loro cospetto; tieni sempre la testa bassa; guarda
per terra. Enza non stava ad ascoltarla pi di tanto, eccitata
com'era da quel viaggio. Si sentiva come una signora su quella
carrozza. Al loro passaggio, la gente si faceva da parte e guardava
incuriosita chi c'era nascosto dietro le tendine. Magari
immaginano che io sia una gran dama o addirittura una principessa
aveva pensato.
Fuori dalle mura, famelica di immagini nuove, Enza aveva
osservato la larga strada polverosa e il via vai dei carri e delle carrozze
che si incrociavano all'approssimarsi della citt. Tutta quella
vita e quel rumore contrastavano nettamente con la quiete del
monastero tanto da spaventarla. Ma lei non aveva mai avuto paura
di nulla. In convento era riuscita a farsi voler bene dalle altre
compagne. Anche con le suore aveva un buon rapporto, studiosa
com'era e non si era mai sottratta alle corve. Man mano che si
allontanavano dalla citt, la foresta si era fatta sempre pi vicina.
L'aveva potuta scorgere solo dalla torre del monastero e da lontano
non avrebbe mai immaginato che gli alberi fossero cos maestosi.
Le enormi ombre che gettavano sulla strada di terra battuta
mutavano continuamente di forma e dimensione. Il sole si faceva
largo all'improvviso tra le fronde e quasi ne era rimasta accecata,
come quando giocava a guardarlo muovendo davanti agli occhi
un annerito fondo di bottiglia. Poco dopo, Enza aveva notato una
squadra con una trentina di manovali intenti al disboscamento.
A due a due, con le accette in mano, colpivano ritmicamente il
fusto degli alberi fino a farli stramazzare al suolo; altri segavano
i tronchi; gli operai pi robusti, muniti di vanghe, scavavano
il terreno intorno a quei capitelli mozzati. Interveniva un'altra
squadra, equipaggiata di spranghe, che li sradicava. Il terreno era
cos pronto per essere dissodato. Le dispiaceva vedere quei giganti
accasciati per terra sottoporsi inermi alla mutilazione. Capiva
per che quella nuova terra avrebbe sfamato tanta povera gente.
Da qui in poi, fino al Po, le terre sono tutte dei signori Vistarini
le aveva annunciato il vetturino, fiero di lavorare per una famiglia
cos in vista. A perdita d'occhio si vedevano grandi fattorie
e verdi campi attraversati dai canali per l'irrigazione. Cent'anni
fa queste terre erano toccate in feudo a un castaldo di Federico
Barbarossa che gli chiese: Maest devo rimanere qui? e l'imperatore
rispose: Vistarete da qui l'origine del loro cognome,
Vistarini.
Che storia curiosa aveva commentato distratta la madre superiora.
Erano finalmente giunte al borgo di Zorlesco: una manciata
di basse e modeste case di pietra dai tetti in legno, separate l'una
dall'altra da muretti di sassi e circondate dagli orti. La chiesa era
anch'essa poco elevata ma con uno smilzo campanile. Avevano
percorso un lungo viale delineato da pioppi dall'alto fusto che
conduceva a una delle residenze dei Vistarini: una grande villa a
pianta quadra. Qui il vetturino aveva tirato le briglie con troppa
foga e la carrozza si era fermata con un sobbalzo. Un paio di
servitori avevano aiutato la madre superiora, impacciata dal peso
del lungo abito nero. Nell'ampio cortile Enza not un pozzo di
marmo bianco sormontato da una struttura in ferro battuto cos
leggera che le sembr costruita con riccioli di burro.
Ad attenderle c'era il conte Bassiano, uno dei principali benefattori
del convento. Era di costituzione piuttosto robusta e di
carnagione chiara. Stava cercando di assestare l'ampia guarnacca
in damasco turchina che non gli cadeva bene a causa della pancia
prominente, in parte mascherata dalla statura superiore alla media.
Sulla testa portava un berretto di seta dello stesso colore turchino
bordato di vaio sotto cui spuntava la cuffia di lino bianca.
Le aveva accompagnate in un'ampia sala dove Eufrosina era
in piedi ad attenderle. Le lucide mattonelle in cotto profumavano
di lavanda, l'arredo era elegante, forse fin troppo ricco di madie
di legno, di cassepanche, di tappeti e di candelabri. Ogni parete
era occupata dalla mobilia, segno che la casa raccoglieva mobili
della residenza di citt.
La madre superiora era tutta agitata per la visita. Signor conte,
signora contessa, quale onore che vi siate rivolti al nostro umile
monastero. Vi ricordiamo sempre nelle nostre preghiere ed eccoci
qua, finalmente! Lei  Enza, la figliola di cui vi avevo parlato.
Enza aveva provato un grande imbarazzo. I suoi vestiti erano
logori anche se puliti e contrastavano con quello lussuoso di
Eufrosina in velluto color giallo lionato pi stretto sotto il seno che
faceva risaltare l'oro dei suoi splendidi capelli ondulati.
Com' che ti chiami? si era fatto ripetere Bassiano, frastornato
dal cicaleccio di quella suora che non taceva un attimo.
Enza, signor conte aveva risposto facendo un inchino.
A Bassiano era venuti gli occhi lucidi. Reverenda madre,
grazie per la vostra disponibilit. Mi separo da mia figlia con il
cuore spezzato. Ma spero, anzi sono sicuro, che avr un fulgido
destino.
Il sorriso che a quelle parole aveva illuminato il viso di Eufrosina,
fiduciosa di un meraviglioso futuro che le avrebbe cambiato
la vita, non aveva suscitato in Enza alcuna invidia ma solo il desiderio
di condividere con lei quelle emozioni. Anche se solo come
governante.
Sapete signori Vistarini - aveva sottolineato la madre superiora
ancora esagitata - ho pensato a Enza perch sa leggere e
scrivere, quindi potrebbe risultare anche una valida compagnia
per vostra figlia che si sentirebbe meno sola lontana da casa.
Enza s'era sentita il cuore pieno di felicit. Tra decine di ragazze,
la superiora aveva scelto lei perch la considerava diversa
dalle altre.
E tu, Enza, sei contenta di seguirmi a Piacenza oppure preferiresti
sposarti e vivere a Lodi? le aveva chiesto Eufrosina incuriosita.
In realt le orfane come Enza non avevano allettanti alternative.
A volte rimanevano in convento per diventare serviziali
perch prive di dote, spesso senza nessuna vocazione. Oppure
capitava che uomini rimasti precocemente vedovi si rivolgessero
alla madre superiora per risposarsi con una di loro. Sovente erano
uomini sgradevoli, solo alla ricerca di una fattrice che facesse loro
anche da serva. Questo era il destino migliore. Accadeva poi che,
con la promessa di una vita agiata, qualche furfante arrivasse a
sfruttarle come prostitute nel bordello di qualche citt lontana.
Signora, se avrete la bont di scegliermi sarei onorata di
venire con voi le aveva risposto Enza senza pensarci un attimo,
inchinandosi nuovamente.
La superiora era fiera dei bei modi di Enza. L'intuizione di
insegnarle a leggere e a scrivere si era rivelata vincente. Forse
perch era stata la prima bimba affidata alle sue cure da novizia,
ma l'aveva tirata su proprio bene, come una figlia. Un po' se
ne vergognava, perch agli occhi del Signore tutti i figli erano
uguali e cos anche lei, sua sposa, avrebbe dovuto trattare allo
stesso modo tutti gli orfani destinati alle sue cure. Cos per
non era avvenuto.
Al momento di salire in carrozza, Enza l'aveva aiutata a sistemarsi
l'abito sul sedile e per la prima volta in tutti quegli
anni, la suora le aveva fatto una carezza. Enza, ti ho voluto
bene come a una figlia. So che non mi deluderai. - le aveva detto
commossa - Ti aspettano giorni difficili fuori dal monastero.
La vita  piena di incognite ed  facile perdersi. Ma ho fiducia
in te. Rimani sempre vicino alla contessa e servila con onest
e lealt. Questa  l'ultima volta che ci vediamo ma ti porter
sempre nel mio cuore. Scrivimi, mi raccomando! Enza non
era riuscita a trattenere una lacrima. Addio madre, vi prometto
che non vi deluder. Con l'aiuto di Maria Vergine porter
avanti la mia missione e mi comporter sempre con rettitudine,
come voi mi avete insegnato.
Bassiano aveva assistito dalla finestra aperta a quella scena e
mentre la carrozza si allontanava, aveva stretto a s Eufrosina.
Fra pochi giorni anche a me si spezzer il cuore nel vederti partire.
Ma sono sicuro che Enza ti sar di conforto. Non c' nulla di
pi straziante per un padre che staccarsi dalla propria figlia. Tutte
le ricchezze di questo mondo non possono compensare il dolore
che provo in questo momento.
Eufrosina aveva cercato di consolarlo. Caro padre, vado incontro
alla felicit. Sono davvero fortunata: sposo l'uomo che
amo. A quante altre fanciulle pu capitare la stessa sorte? Andr
tutto bene, state sereno.
Bassiano si era rincuorato per tanto entusiasmo. Non voleva
apparirle egoista. Lo spero figlia mia. Non potevo sperare in un
matrimonio migliore.
Provava un legame fortissimo per quell'unica figlia femmina,
diventata grande all'improvviso. Sua moglie era morta di febbri
malariche qualche anno prima e in Eufrosina ritrovava la sua bellezza.
Ma quel modo di essere, unico ai suoi occhi, non lo aveva
ereditato da nessuno di loro due. Gli sarebbe mancata la leggerezza
con cui lei correva per i corridoi di casa, la sua voce limpida
quando in chiesa intonava i canti sacri, lo Spirito Santo che
scendeva su di lei quando pregava assorta. In fondo, fra poco, di
tutto questo non gli sarebbe rimasto che un ricordo da custodire
gelosamente.
I giorni successivi si erano rivelati davvero frenetici. C'era da
preparare il corredo e riporlo nei bauli prima di affrontare il viaggio.
Le tovaglie, le federe, le lenzuola, le pezze bianche ricamate
di seta, di cotone, di lino, le coltri copriletto vermiglie, blu, azzurre
e verdi. Tutto da piegare e arrotolare, cos come una grande
quantit di vestiti e di pellicce.
Signora, quanta roba possedete! disse Enza sconsolata un
giorno nel vedere ammassati sul letto e sui tavoli i completi di
Eufrosina.
Cominciamo a piegare le sopravvesti con le maniche aperte
ai lati e le sottane aderenti che sono le pi difficoltose le propose
Eufrosina indicandole le guarnacche e le gonnelle.
Inizierei dalle camicie che sono le pi delicate con tutti quei
ricami sui colletti e sui polsini. Cos non le lasciamo in giro le
sugger Enza ammirando la maestria con cui Eufrosina le aveva
impreziosite.
Va bene Enza faremo come dici tu. Da ultimo sistemeremo
le pellicce a collo alto e senza maniche. Tanto adesso con questo
caldo non mi occorrono. I mantelli riponili invece in un'altra
cassa. La sera mi serviranno disse Eufrosina che diede indicazioni
a una serva di raggruppare su un tavolo tutti i pelliccioni che
utilizzava d'inverno.
Le tuniche senza maniche le vuole negli stessi bauli dove riporremo
gli abiti abbinati? le chiese Enza mostrando le eleganti
cotte che invece servivano da soprabito per i mesi estivi.
Meglio di no Enza, con tutti quei bottoni che hanno sul
davanti. Sgualcirebbero le guarnacche e le gonnelle. Meglio metterle
in bauli separati.
Enza s'era subito dimostrata all'altezza del delicato compito:
aveva scritto un elenco dettagliato di tutto il corredo che comprendeva:
trenta panni di fiandra di vari colori; venticinque lenzuola e
cinquanta federe bianche in tela fine di Reims; altrettante in seta di
Damasco e in cotone di Firenze. Cinque copriletto: due in drappo
e tre in burdo. Per i gelidi mesi invernali le coperte di boccorame
foderate di pelliccia: due di lupo, due di volpe e due di martora; i
pelliccioni: due di zibellino nero, le pi preziose, due di ermellino
bianco, con le code spruzzate di nero e due di scoiattolo grigio
lavorate a vaio, cio alternate la pancia bianca e la schiena grigia.
Trenta robe in seta, in raso, in taffet di tutte le fogge e di tutte
le sfumature; altrettante paia di scarpe di tessuto serico in tinta e
sessanta maniche di ricambio. Quindici veli bianchi di zendado e
altrettanti di bisso. Dieci cinture d'argento e cinque dorate su cui
appendere trenta borse di velluto e di seta. Sei pettini d'avorio, dieci
spilloni d'argento, venti forcine dello stesso materiale.
Aveva controllato che i domestici imballassero con cura un
servizio da tavola in porcellana per venti persone, venti candelabri,
dieci brocche, dieci saliere, venti coppe per sciacquarsi le
mani. Tutto in argento massiccio. E ancora: svariato vasellame
in peltro, cinque specchi col bordo sempre in argento, un nuovo
servizio di pentole e pignatte in rame. E poi gli arredi e i quadri:
cinque pale e dieci miniature che rappresentavano immagini sacre.
Di ciascun oggetto Enza aveva riportato forma e grandezza.
Per i gioielli aveva minuziosamente descritto la montatura.
Eufrosina aveva provato un'immediata empatia nei confronti
di quella fanciulla cos scrupolosa. Si era fatta guidare dall'istinto
per identificare un'amica piuttosto che una persona di servizio e
la sua fiducia era stata ben riposta.
Enza era diventata da subito sua confidente. Nei primi anni
di matrimonio era la sola a saper decifrare la sua tristezza. Cercava
di distrarla con discrezione quando Corrado la trascurava. Se la
vedeva triste, leggeva qualche storia d'amor cortese, come quella
di Tristano e Isotta, la Chanson de Roland, Erec e Enide. Letture
che in convento le erano state proibite ma di cui aveva sentito
parlare dalle sue compagne pi grandi. Ogni mese raccoglieva lo
scoramento di Eufrosina per non essere rimasta ancora incinta
e l'accompagnava in chiesa per chiedere la grazia alla Madonna.
Una volta l'aveva vista particolarmente disperata e si era azzardata
a suggerirle: Mia signora, forse se non  ancora successo perch
Dio ha previsto per voi un'esistenza diversa da quella delle altre
donne.
Hai ragione Enza, ma cos'ha in mente Dio per me? - le aveva
risposto afflitta - Non posso concepire la mia vita senza dei figli.
Signora - aveva concluso Enza - un giorno conoscerete il
vostro destino, ne sono certa. Dio, nella sua infinita bont, non
vi lascer nel buio di questo dolore.
....
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Un blu intenso fu la prima cosa che Meo vide quando apr gli
occhi. Sentiva un rumore simile a quello dell'acqua di sorgente e
di fronte a lui intravedeva una bianca figura di spalle.
Sono in Paradiso! esclam.
No, niente di tutto questo gli rispose una voce gentile.
Siete un angelo?
Sono semplicemente una donna che si sta prendendo cura di
voi ribatt lei spiccia mettendogli sulla fronte una pezza imbevuta
d'acqua gelata.
Risvegliato definitivamente da quell'improvvisa frescura,
Meo si accorse che quella scambiata per una volta celeste era in
realt un ampio soffitto intonacato. Sent un rumore simile a un
sonoro rintocco. Quella donna aveva inavvertitamente urtato con
la caraffa il bordo della catinella, che lui aveva confuso per fonte
sorgiva.
Dopo la fuga, Meo ricordava vagamente quanto era successo.
Un gran via vai di persone attorno a lui. Un anziano uomo vestito
di porpora che lo bendava assistito da un paio pi giovani. Una
donna dalla mano ferma che lo aveva stordito con un decotto alle
erbe. Poi pi nulla.
Cerc di mettersi seduto ma non era riuscito a sollevarsi,
sprofondando di nuovo fra i cuscini di piume di quel morbido
materasso.
Che fate, siete impazzito? Il medico ha detto che dovete rimanere
assolutamente fermo altrimenti le vostre ossa non guariranno
lo rimprover la donna.
Meo si sent frastornato da tutte quelle attenzioni. Quale 
il vostro nome?
Mi chiamo Enza, sono al servizio della contessa Confalonieri.
In questo momento vi trovate nella sua casa.
Sul volto di Meo comparve un'espressione di stupore. Io nella
casa di una nobile famiglia?
Non chiedetemi come mai, non saprei cosa rispondervi lo
interruppe risoluta, anticipando cos la domanda successiva. Meo
la osserv attentamente. Portava i capelli nascosti in un turbante
bianco, aveva grandi occhi verde scuro e la pelle candida, compatta
come la neve appena caduta, leggermente arrossata sugli
zigomi.
Non sarete un angelo, ma mi apparite tale.
Enza gli sorrise. Aveva la bocca piccola, con denti spessi e regolari
dai canini appuntiti. Lasciate in pace gli angeli e bevete questo
piuttosto borbott sedendosi sul letto. Fra le mani teneva una
ciotola:  brodo di pollo, vi far bene. - gli disse con tono pi
materno, imboccandolo con un cucchiaio d'argento - Il medico ha
dovuto immobilizzare la vostra gamba e fasciarvi spalle e torace, ma
vedrete che presto starete di nuovo in piedi. Siete un uomo forte.
Gli asciug la bocca con un tovagliolo e pos la ciotola vuota
sulla panca in fondo del letto. In poche mosse che denotavano un
carattere pratico, radun tutte le masserizie, accost i tendaggi,
afferr il pesante vassoio e gli augur buon riposo. Non pensateci
troppo. Presto conoscerete la verit aggiunse Enza con tono
comprensivo prima di chiudere la porta.
Al buio, Meo rimase con gli occhi spalancati. Quello che
gli era apparso come un cavaliere dell'Apocalisse in realt era il
suo salvatore. Ma perch si era preso la briga di aiutare un umile
contadino come lui? A questa domanda non riusciva a darsi
una risposta. Era successo qualcosa di grande che la sua limitata
mente terrena non riusciva a spiegare. Si sentiva sopraffatto da
un sentimento di gratitudine che riusciva a indirizzare soltanto
all'Altissimo. Recit il paternoster e tranquillo si addorment.
Enza non vi ho ancora ringraziato per le cure che mi state
riservando le disse Meo la mattina del risveglio.
Si sentiva molto pi in salute del giorno prima. Sorretto da
lei aveva perfino mosso qualche passo. Enza era una minuta ma
capace di sostenere il suo peso. Odorava di bucato e di pulito e
pur essendo spiccia di modi, Meo aveva percepito un fondo di
timidezza non tanto dalle parole quanto dai silenzi. Sembrava
molto diversa da sua moglie, in vita cos esuberante e allegra.
Non voleva fare paragoni ma Enza gli piaceva forse ancora di pi.
Chiss se anche lei... pens Meo mentre Enza lo sorreggeva.
Non era sposata perch aveva notato che non portava la fede nuziale.
Lui neppure la possedeva pi, quello lo ricordava distintamente: gli
era stata rubata dal boia prima di lasciare il carcere. Cerc di non
pensarci. Quel ricordo rappresentava il passato da dimenticare. Mentre
Enza rassettava, si era appoggiato alla panca vicino alla finestra
spalancata. Con la scusa di prendere una boccata d'aria fresca pensava
di poterla guardare di nascosto. Enza aveva tirato le cortine in sargia
azzurrine del baldacchino e le aveva fissate alle aste che lo reggevano.
In poche mosse aveva rifatto il letto e sprimacciato i cuscini. Per
eliminare le grinze dal drappo celeste a copriletto, lo aveva passato
con un bastone. Meo non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Lei
si sentiva in imbarazzo perch coglieva quello sguardo su di s. Ma
stranamente le piaceva essere al centro della sua attenzione. Un altro
lo avrebbe liquidato senza tanti giri di parole, cosa avete da guardare?
Eppure con lui era diverso. La prima volta, quando con una pezza
bagnata gli aveva scrostato dal volto polvere e sangue, di quell'uomo
aveva soltanto notato i tratti sofferenti del viso. Ma una volta che il
barbiere lo aveva rasato e gli aveva sfoltito capelli e sopracciglia, erano
emerse la forma ovale del viso e le labbra dagli angoli della bocca
all'ins. L'avevano colpita i suoi occhi color nocciola solcati da rughe
profonde che gli conferivano un aspetto saggio e rassicurante.
Meo fu costretto a interrompere l'approccio con Enza, perch
vennero sorpresi dall'ingresso di Corrado e di sua moglie.
Mio Dio, ma voi siete il figlio del conte Tommaso! esclam Meo.
Mi conoscete? rispose Corrado sorpreso.
Certo mio signore. Mi sono sempre recato al castello di
Calendasco a pagare la decima a vostro padre. Qualche volta vi ho
incrociato. Voi eravate sempre a cavallo: non potevate accorgervi di me.
Sono rimasto cieco fino a poco tempo fa, caro Meo. Come
state? gli chiese poi, preoccupato.
Grazie signore, sto molto meglio. Non so come ringraziarvi
per avermi salvato la vita. Io sono soltanto un semplice contadino
e voi un gentiluomo. Vi prego, se posso, ho una cosa da chiedervi,
ma non so se...
Dite Meo, domandatemi ci che volete.
Come mai vi siete preso la briga di salvare la vita a uno
come me?
In realt, siete voi che avete salvato la mia gli rispose Corrado
con un sorriso che lo illumin.
Eufrosina e Enza si guardarono all'unisono, come se la complicit
che le univa avesse provocato in loro lo stesso pensiero.
Meo, sempre pi stupito e disorientato, cerc conforto nello
sguardo di Enza. Com' possibile che ho salvato la vostra vita?
Non ho fatto nulla per voi!
Le vostre ferite sono le mie ferite, caro Meo, il vostro dolore
 il mio dolore. rispose Corrado.
Meo si sent ancora pi smarrito, Ma voi siete gi santo!
riusc soltanto a dire.
No caro Meo - si schern Corrado - sono il peggiore dei
peccatori. La cosa pi grave  che ho continuato a esserlo per tutta
la mia vita. Fino a ora almeno. Sono stato orgoglioso e questo
peccato ne ha generati altri: l'ira, la vanagloria, la presunzione,
la slealt. Provo una vergogna immensa per quello che vi hanno
fatto in carcere per colpa mia. Saprete perdonarmi?
Sapete Meo - intervenne Eufrosina -  stato lui ad appiccare
involontariamente l'incendio per stanare della selvaggina.
Meo rimase per un attimo in silenzio. Era un contadino analfabeta
ma capiva le cose al volo. Riflett qualche istante. Ora gli
era tutto pi chiaro.
Signor conte - gli confess - in realt avete salvato la vita a
un uomo che stava commettendo un peccato mortale. Ho confessato
una colpa non mia ma non per le torture, bens perch
non avevo pi voglia di vivere. Dopo la scomparsa di mia moglie,
questa esistenza mi era diventata insopportabile. Lei era l'unica
persona che amavo veramente.
Un'espressione di meraviglia comparve sul volto di Enza.
La sua impressione di trovarsi di fronte a un uomo fuori dal
comune, si stava rivelando corretta. Quale altro uomo  disposto
a morire per amore della propria donna? pens. Fino
a quel momento ne aveva solo sentito parlare nei romanzi o in
quelle poesie d'amor cortese che leggeva a Eufrosina. Avvert
una ridda di sensazioni nuove. Ammirava quei due uomini
cos coraggiosi e al contempo sentiva grande compassione per
loro. Verso Meo stava maturando un sentimento di protezione.
Desiderava fargli cambiare idea su quella vita terrena che
aveva cos tanto disprezzato. Voleva dargli un'altra possibilit
di sentirsi vivo.
Eufrosina era anche lei sbalordita da quella confessione. Il
pentimento di Corrado aveva salvato dalla dannazione eterna l'anima
di un'altra persona. Una certezza si fece strada dentro di lei:
il Signore aveva accolto Corrado fra le sue braccia e ne aveva fatto
il suo strumento.
Corrado abbracci Meo. Dio mi ha mandato un segno: adesso
capisco quanto fino a ora io abbia sbagliato, ma pure quanta
infinita bont c' in lui. Ha scelto me, umile peccatore, per sottrarti
alla morte. Salvando te, ho salvato anche la mia di anima.
Cosa importa possedere ricchezza, potere, prestigio quando, grazie
al pentimento, possiamo provare la vera felicit?
Eufrosina fece segno a Enza di seguirla fuori dalla stanza.
Credo che il mio destino sia ormai compiuto. Mio marito ha
preso una strada che non prevede ritorno le confid.
Signora, cosa significa, e cosa intendete fare adesso? le domand
Enza con apprensione.
Devo stargli vicino, aiutarlo come moglie a seguire questo
difficile cammino. D'altronde il Vangelo ci insegna che fra la
strada larga e comoda e quella stretta e tortuosa, il vero cristiano
sceglie sempre quest'ultima.
Parole sante, signora anche se per voi saranno ancora pi
difficili da mettere in pratica. Come farete nella vostra posizione?
Pensateci bene! E la vostra famiglia? Fra qualche giorno si terr
la festa di fidanzamento di vostra nipote Elena. Avrete tutti gli
occhi puntati addosso e in un momento come questo... Volete
che mando un biglietto a messere Giacomo dicendo che non parteciperete?
Bisogna che ci andiamo. Giacomo ha invitato anche mio
padre, sarebbe una grave scortesia. Vorr dire che sar l'occasione
per chiarire alla famiglia la nostra situazione. Prima vorrei portare
Corrado a San Nicol. Per cortesia, disponi affinch i palafrenieri
preparino subito i cavalli.
Subito signora.
Partirono poco dopo incuranti del gran caldo umido. A Piacenza
fervevano i preparativi per la processione del quindici di
agosto dedicata alla Vergine e in centro citt la folla era pi
concitata del solito.
La strada che collegava piazza Maggiore al Duomo era addobbata
a festa con gli striscioni azzurri e i fiori bianchi alle finestre.
Alcuni operai stavano coprendo con la ghiaia bianca delle cave
del Po le buche sulla strada; altri invece la spargevano con dei
rastrelli; poco pi indietro, altri manovali muniti di pale la battevano
per renderla pi compatta.
Avevano imboccato porta Milanese e si erano diretti verso il
luogo dell'incendio. Eufrosina not che sul volto di Corrado era
comparsa un'espressione di inquietudine. Tirava in modo quasi
impercettibile le briglie al cavallo come per farlo rallentare. A
ogni passo gli tornavano in mente i ricordi di quella tragica mattinata.
Voleva andare piano, fissare nella memoria il susseguirsi
degli eventi per immedesimarsi in quei terribili momenti. Ricord
di aver avvertito sulla pelle il caldo insopportabile, nei polmoni
il fumo che lo asfissiava, negli occhi il bruciore accecante.
Pietrino stava davvero morendo fra le sue braccia. Infine il cervo.
In quel preciso istante ebbe la certezza che quell'apparizione fosse
il simbolo di Cristo.
A Corrado apparve un meraviglioso paradiso terrestre. Quanto
gli si palesava intorno non esisteva pi: le case bruciate, gli
essiccati grappoli d'uva in bilico sui tralicci, gli armenti carbonizzati,
i lugubri campi, i rinsecchiti alberi della foresta che, come
nere dita scheletriche, si protendevano verso il cielo. Al loro posto
sui muri delle case gli sembr di vedere roseti e glicini in fiore.
Sulle viti, grossi acini maturi pronti per essere gustati. Le chiocce
alla ricerca di larve razzolavano negli orti per placare il pigolio dei
loro pulcini. Poteva sentire nelle stalle il muggire delle mucche,
doloroso per le mammelle gonfie di latte che esigevano di essere
munte. Nei pascoli, bianche greggi di ovini brucavano l'erba
grassa. Ud il lungo fischio modulato dei pastori che chiamavano
i cani perch vigilassero. E infine l in fondo, alle sue spalle, la
foresta. Lussureggiante, scura, impenetrabile. Rifugio sicuro degli
animali selvatici. Con la sua maestosit lo ammoniva di non provocare
mai pi la sua indomita natura selvaggia.
Eufrosina adesso ho capito. So che Pietrino si  salvato per
quell'apparizione miracolosa.
Ne ero certa. - gli rispose lei sicura, rafforzando cos in lui
quella convinzione - Ho voluto portarti di nuovo qui per questo.
Scesero da cavallo. Corrado raccolse un pugno di cenere che
mise fra le mani di sua moglie.
Questa cenere  come il mio spirito. Ma un giorno render
fertile una zolla se sapr pentirmi di quello che sono stato finora.
Eufrosina lo guard commossa. Custodir per sempre questa
cenere come il tuo dono pi prezioso.
L'avvolse con cura in un fazzoletto di seta e la ripose nella
borsa attaccata alla cintura dell'abito.
Ti andrebbe di camminare?
S, Corrado, molto volentieri.
Passeggiarono in silenzio fino alla Trebbia, assaporando il calore
intenso del sole. Infine si fermarono per lasciare che i cavalli
assetati si abbeverassero.
In quel punto il fiume formava una grande ansa. L'acqua era
tranquilla senza essere ferma. La sabbia cangiante del fondo ne
faceva risaltare il colore turchese.
Facciamo il bagno, dai! le propose.
Legarono i palafreni al ramo di un albero poco distante. Si
erano spogliati ed erano rimasti in sottoveste: a lui arrivava a met
coscia e a lei fino alle caviglie. La prese per mano, poi di corsa
si erano gettati nell'acqua fresca. Una sensazione di immediato
benessere li aveva avvolti.
Corrado le propose: Vediamo a chi resiste di pi senza respirare?.
Lei si tapp il naso prima di lui, prese fiato e mise la
testa sotto. Corrado la imit. Riemersero simultaneamente per
respirare a bocca spalancata, mettendosi a ridere come bambini
per quella gara finita a pari merito. Fecero qualche bracciata poi
uscirono dall'acqua. Lui si distese sul greto del fiume per asciugarsi
sui bianchi sassi tondeggianti che sentiva caldi sulla schiena,
Eufrosina si era seduta su un tronco privo di corteccia sbiancato
dal sole. Aveva sciolto i capelli e li frizionava perch si asciugassero
pi velocemente.
Poi all'improvviso, quando il sole era alto in cielo e come
sottofondo sentivano solo il gorgoglo regolare dell'acqua, lei gli
disse: Devo mettermi da parte, Corrado. Tu sei chiamato a una
missione ben pi grande di qualsiasi vincolo coniugale. Avrai per
sempre il mio cuore, ma ora devi seguire le orme di Francesco
d'Assisi.
Corrado si era seduto accanto a lei. Il suo sguardo sembrava
accarezzarla per l'intensit con cui le guardava gli occhi, la bocca
e poi di nuovo gli occhi. Queste tue parole sono come la chiave
di una porta che, finalmente spalancata, fa entrare la luce dentro
di me.
Non le avrebbe mai chiesto un simile sacrificio. Entrambi sapevano
bene cosa comportasse una scelta del genere.
Lui le pass la mano fra i capelli con un gesto di tenerezza.
Eufrosina appoggi la testa sulla sua spalla.
Rimasero in silenzio, godendosi quel caldo cos generoso fino
a quando furono asciutti. Si rivestirono con calma. L'aiut a salire
a cavallo e si avviarono verso casa. Cavalcarono paralleli, tenendosi
per mano, legati e liberi allo stesso tempo.
Il sole stava ormai tramontando dietro le colline verso Bobbio.
Era come se avesse soffiato sulle nuvole una polvere rosa pallido,
fino ai confini dell'orizzonte.
Quel timido colore si era riversato nell'arancio maturo ed era
sfociato nel marcato carminio. Solo quando arrivarono a Piacenza
si era arreso al blu cobalto del cielo.
....
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Eufrosina stava seduta davanti allo specchio della sua stanza
mentre Enza l'aiutava a prepararsi. Teneva in grembo Tessa, la sua
gatta, che dormiva placidamente. Ogni tanto allungava le zampe
come per stiracchiarsi controvoglia. Apriva un occhio e poi
lo richiudeva. Era il suo modo per chiedere a Eufrosina di non
smettere di accarezzarla sotto le guance. Lei ogni tanto si fermava
rapita dai pensieri.
Enza, questa forse  l'ultima volta che mi pettini.
Cosa intendete dire signora? le domand Enza stupita interrompendo
quel gesto che ripeteva tutti i giorni.
Ho maturato la decisione di entrare in monastero per lasciare
libero Corrado di seguire la sua vocazione. - le rivel - Ma non
devi temere per te. Ho gi pensato a tutto. Prendimi per cortesia
quel bauletto sulla mensola.
Enza era rimasta talmente scioccata da quella notizia che obbed
senza fiatare. Per la prima volta in vita sua sembrava priva
di volont.
Eufrosina ne trasse un sacchetto di cuoio. Ecco Enza, questo
 per te. Qui dentro troverai cento fiorini d'oro. Sono una parte
di quanto ho ricavato dall'ebreo per la vendita dei miei gioielli.
Nossignora, grazie ma non li voglio. - disse Enza che si era
ripresa dall'iniziale sconcerto - Verr con voi in monastero. Non vi
lascer certo sola aggiunse mentre riponeva nel bauletto il denaro.
Prendilo invece. Il tuo destino deve essere diverso dal mio.
Voglio solo il meglio per te. Adopera questo denaro per mettere
su una fattoria con Meo. Sposalo e diventa quello che non sono
stata io: moglie e madre.
Signora la prego non dica cos! - insistette Enza senza riuscire
a trattenere le lacrime - Come far senza di voi?
Sono sicura che Meo ti vorr bene. Anche tu gi ne vuoi a
lui. Mi sono accorta di quante amorevoli cure gli hai riservato. Vi
siete scelti: questa  la base per un legame duraturo la consol
Eufrosina facendole una carezza.
Ma voi come farete in convento senza vocazione? Come donna
maritata potrete entrare solo nell'Ordine delle clarisse. Sono monache
di clausura quelle! Fanno voto di assoluta povert. Dovrete
vivere di elemosina anche in epoca di carestia. Soffrirete la fame!
Imparer ad amare il Signore come sua sposa. Mi affider
alla divina provvidenza. Quando sar in difficolt, quando sentir
di non farcela senza Corrado, comincer a pregare. Penser
che in quel momento anche lui star facendo lo stesso. Questo
mi dar la forza di pregare ancora pi forte perch saremo uniti
nell'amore verso Dio.
Enza la conosceva troppo bene per non capire la totale sincerit
di quelle parole. La sua padrona era risoluta, come lei del
resto. Non le dava spazio per contraddirla. Enza cap che quella
scelta era meditata e profonda perch dettata solo dall'altruismo.
Signora, anche io farei lo stesso se mi trovassi nelle vostre
stesse condizioni. In questi anni mi avete insegnato cosa significa
amare. Ora lo capisco pi che mai. Sono cresciuta orfana in collegio
senza avere mai avuto come esempio una sorella. Ma voi per
me lo siete e lo sarete per sempre.
Si abbracciarono forte. Cara Enza non te l'ho mai detto prima
ma anche io ti considero mia sorella. Mi mancherai tanto!
Eufrosina si stava riprendendo dallo smarrimento che aveva provato
per l'imminenza del loro distacco. Doveva essere forte anche
per Enza. Quando partir non voglio portare nulla con me. Ti
raccomando: prenditi cura di Tessa. Ormai  una gatta anziana.
Non voglio che fra le mura del monastero soffra il freddo. I miei
vestiti donali ai poveri.
Quelle future incombenze diedero a Enza la sensazione di esserle
ancora d'aiuto. S signora non vi preoccupate. Mi occuper
io di tutto.
Cerc di non pensare che quella sarebbe stata una delle ultime
volte che aiutava Eufrosina a vestirsi. Doveva presenziare alla
festa di fidanzamento di Elena, la nipote di Corrado. Per non
lasciarsi andare alla disperazione, Enza con l'aiuto dei soliti gesti
riprese il controllo di s. L'aiut allora a infilare la veste di seta
paonazza lavorata a onde; le allacci sulle maniche la lunga fila di
bottoni dorati all'altezza degli avambracci; le pose sul capo il nero
velo di zendado e lo trattenne con un cerchiello d'oro. Per ultimo
le calz le scarpette di seta in tinta con l'abito.
Prima di scendere in cortile dove Corrado la stava aspettando,
Eufrosina pass a salutare Meo.
Lo trov intento a far pratica con la confortevole stampella imbottita
di lana che per un po' di tempo lo avrebbe aiutato a camminare.
Era vestito con un abito di Corrado che gli stava a pennello,
una lunga blusa blu con sotto una camicia bianca. Eufrosina immagin
che lo avrebbe indossato anche al matrimonio con Enza.
Al suo ingresso Meo cerc di inginocchiarsi. Madonna potr
mai ringraziarvi per tutto quello che avete fatto per me?
Caro amico smettetela di ringraziare altrimenti mi mettete
in imbarazzo. Ve ne prego: restate in piedi. - lo rimprover bonariamente
- Sono venuta a salutarvi perch presto non ci vedremo
pi. Prima per dovete promettermi una cosa.
Meo aveva colto la solennit di quel momento, non tanto dal
consueto tono gentile della signora quanto dal suo sguardo che
gli chiedeva assoluta lealt. Intuiva che era successo qualcosa di
grave ma non coglieva nessuna ombra su quel volto cos luminoso.
Madonna, tutto quello che desiderate.
Prendetevi cura di Enza, cos come lei far di voi. Quando
sarete vecchi non avrete bisogno di stampelle. Vi sosterrete l'un
l'altro.
Meo rimase di sasso. La signora gli aveva letto nell'anima.
Ve lo prometto. - le rispose senza tentennamenti ma con la voce
rotta dall'emozione - Ho scoperto di provare per Enza un sentimento
profondo che va al di l della gratitudine. Lei... ecco...
lei suscita in me un senso di protezione che mi rende vivo, pieno
di forza e di energia. Da tanto tempo non mi sentivo pi cos...
cos... uomo. Chiedendomi questo, mi avete fatto capire che in
questo mondo posso coltivare la speranza di un futuro migliore
con la donna che amo.
Lei gli sorrise. Sapevo di non essermi ingannata sull'onest
dei vostri sentimenti.
In segno di deferenza Meo le baci la mano. Madonna, sono
solo un povero contadino ma dovete sapere che Enza e io saremo
sempre accanto a voi e a vostro marito.
Grazie caro Meo. Sapere di poter contare su amici come voi
ci  davvero di grande conforto.
....
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Nel 1306 Giacomo Confalonieri accett da magistrato l'ultimo
prestigioso incarico della sua lunga carriera: venne nominato
podest di Bologna.
La profonda conoscenza dei codici giustinianei unita alla sua
capacit di adattarli alle necessit giuridiche quotidiane gli avevano
consentito di battere la concorrenza di altri cavalieri che
ambivano a quel ruolo profumatamente pagato.
Considerava questo un modo per rendere omaggio alla memoria
di suo figlio Bernab, pugnalato dentro casa da Francesco
Scotto proprio mentre ricopriva la stessa carica. Si era accasciato
in una pozza di sangue senza emettere un grido, imponendosi
forse l'ultimo gesto di generosit per non lasciare un ricordo indelebile
nella memoria delle sue figlie. Dopo aver fatto razzia di
tutto, gli sgherri degli Scotto avevano gettato torce impregnate di
pece ardente su tutte le suppellettili. Al mattino del palazzo era
rimasta in piedi solo la facciata annerita, mentre il cadavere carbonizzato
di Bernab giaceva sotto un cumulo di macerie ancora
fumanti. Quando ci ripensava, sentiva ancora nelle narici quel
maledetto odore di bruciato che gli impediva di respirare.
Durante il soggiorno bolognese, Giacomo aveva potuto
apprezzare I piaceri della Campagna, opera del funzionario
giurisperito Pietro de' Crescenzi, dove veniva minuziosamente
descritto come dovesse essere progettato, allestito e curato
il giardino di una casa nobiliare. Ne desider uno simile per
abbellire il retro del suo palazzo di Piacenza al Borghetto che
appariva sobrio ma elegante mentre i Landi e i Fulgoso, potenti
ghibellini, risiedevano sulla piazza della chiesa Maggiore. Verso
sera, quando si affacciava alla finestra, vedeva i coppi di sant'Eufemia
accendersi di rosso e all'alba ci entrava apposta, restando
incantato dalle vetrate che sembravano illuminarsi come cocci
di bicchieri colorati.
I giardinieri seguirono scrupolosamente le sue indicazioni per
ricreare l'orto ideale descritto da de' Crescenzi. Avevano drenato il
terreno prima di concimarlo poich, come capitava in molti casi,
il suolo era invaso dall'acqua. Era di forma quadrata, al riparo da
sguardi indiscreti grazie a un muro di pietra alto circa un metro
e mezzo. Lungo la cinta avevano piantato una grande variet di
erbe aromatiche: ruta, salvia, rosmarino, menta, coriandolo, basilico,
maggiorana, lavanda. Poi una cornice di fiori: fiordalisi, rose
bianche, viole spruzzate di giallo, candidi gigli, gladioli dal colore
rosa intenso e rosso acceso. Tutti accostati ad arte per garantire
una continua fioritura. Fra questi e il prato avevano costruito
delle panche in mattoni, vuote al centro e riempite di terriccio.
Sopra di queste era cresciuto un manto erboso, morbido come un
cuscino di velluto, dove gli ospiti si potevano accomodare.
L'ombra proveniva da quattro alberi di mele cotogne, alternati
a quattro di pere, disposti a est e a ovest in modo che l'aria
circolasse da nord a sud. Per far crescere la vite sui tronchi degli
alberi, i giardinieri avevano fissato dei tralicci circolari da dove
pendevano grappoli d'uva bianca alternati a uva nera. Durante il
giorno, fiori e piante godevano del calore trattenuto dal muro perimetrale
che veniva poi gradualmente rilasciato la notte. Dopo
l'accurata piantumazione, i giardinieri arricchirono e curarono
con tanta maestria il rigoglioso giardino che ben presto le altre
famiglie nobiliari ne vollero uno simile.
Giacomo amava ripetere al figlio Alberto e ai nipoti Giacomo
e Tommaso che il rigore e l'ordine con cui aveva deciso di disporre
alberi, fiori, erbe rappresentava simbolicamente la ragione
dell'uomo che piegava la natura ai suoi desideri. Cos come loro
dovevano sottomettere la volont degli uomini alla giustizia.
In un'epoca dove i rapporti di potere fra casate cambiavano con
la stessa velocit di quel vento che aveva sconvolto l'esistenza di suo
nipote Corrado, il rifugio in quel piccolo paradiso rappresentava
per Giacomo uno svago dalle avversit del mondo terreno.
Come primogenito del ramo principale della sua numerosa
famiglia non gli era stato risparmiato nessun dolore: dall'omicidio
di Bernab a quello del nipote Paolo. Li aveva vendicati con
l'aiuto dell'altro suo figlio, Alberto e dei suoi due fratelli,
Petracino e Tommaso. Avevano esiliato gli Scotto e bruciato le loro case.
Ora Giacomo aspettava il momento pi favorevole per liberarsi
di Galeazzo Visconti che aveva imposto sulla sua testa una
pesante taglia. Nel frattempo conduceva vita ritirata, in attesa
dell'evolversi della situazione politica.
Ormai era anziano ma sapeva che se il Signore lo avesse chiamato
al suo cospetto, la continuit della dinastia era assicurata sia
dai discendenti di suo figlio Alberto sia da quelli di suo fratello
Tommaso. Gli dava un senso di fiera serenit sapere che avrebbero
portato avanti la missione di accrescere il potere della loro
millenaria casata.
Ad Alberto e a Bernab aveva insegnato che prudenza e fermezza
erano i due piatti della stessa bilancia che dovevano stare
in perfetto equilibrio.
Giacomo gli aveva spesso ricordato il difficile inizio della sua
vita professionale. Quando nel 1272 aveva accettato uno dei suoi
primi ruoli pubblici - l'incarico di podest a Orvieto - la lite
che contrapponeva la potente famiglia dei Filippeschi ai loro avversari
politici era finita nel sangue, trascinando la citt in gravi
disordini. Aveva loro inflitto una grossa multa, ma i Filippeschi
non avevano accettato la sua sanzione. Forse lo ritenevano troppo
giovane e inesperto, forse i suoi modi erano troppo garbati e cortesi.
Pensarono che non avrebbe avuto la fermezza necessaria per
farsi rispettare. Come risposta alla loro disubbidienza, Giacomo
reag duramente. Di quella famiglia fece prima diroccare poi
bruciare case e torri. Le rivolte erano state cos sedate ma dopo quel
provvedimento non si sentiva pi al sicuro. Temendo vendette
era tornato a casa, ma fino alla scadenza del suo mandato aveva
garantito continuit al governo di Orvieto affidando al fratello
Pietracino il compito di amministrare la giustizia.
Il rinfresco per la festa di fidanzamento di Elena si teneva nel
giardino di Giacomo. I servi avevano assicurato ai rami degli alberi
tendoni di tela bianca. Apparecchiarono nelle vicinanze della
casa una grande tavola imbandita dove gli ospiti, seduti sulla lunga
panca di legno, potevano servirsi di tutto il meglio che la natura
offriva in quel caldo mese di agosto. I vassoi d'argento rotondi
erano ricolmi di melagrana, pesche, arance, fichi; quelli ovali di
arrosti tiepidi di vitello in crosta, di maiale glassato al miele, di
fagiani e quaglie con farcitura alle erbe. Nelle casseruole c'erano
timballi freddi di pasticcio d'oca, di pavone, d'anatra, filetti di
luccioperca e di salmerini. Sulle alzatine facevano bella mostra
confetti, dolci al marzapane e allo zenzero. Il tutto accompagnato
da vino greco, vino leggero e malvasa.
Date le usanze il banchetto se pur ricco appariva quasi frugale,
inadeguato; ma Giacomo aveva preferito evitare troppo sfarzo.
Almeno in quel giorno di festa con Galeazzo Visconti non si dovevano
correre pericoli. Per questo motivo aveva fatto in modo
di invitare anche Bassiano - padre di Eufrosina - suo amico e
protettore.
Anche gli altri invitati di Giacomo erano solo i parenti o amici
molto stretti. In tutto non si contavano pi di una ventina di
persone. I suoi figli Filippo e Alberto, padre della sposa. I nipoti
Tommaso e Giacomo, chiamati cos in onore suo e di suo fratello.
C'erano anche Petracino e Tommaso con i figli Jacopo e Corrado.
Oberto Radini, padre del giudice Gerardo e futuro marito
di Elena. I pi cari amici nonch futuri testimoni degli sposi:
Lancillotto e Riccardo Anguissola, Nicola de Ziliano, Bartolomeo
Bracciforti, Giovanni da Magnano e Obertino Lavandario.
Elena era visibilmente emozionata. A venticinque anni non
sperava pi di sposarsi. La ricca sopravveste in lucido damaschino
morello che indossava, appartenuta in dote anche a sua madre,
metteva in risalto il colore castano dei suoi capelli. Era decorata
con dei gigli opachi in piacevole contrasto e bordura in raso nero.
La sua fronte, alta e liscia, era solcata da una lenza a cui aveva
appeso uno zaffiro con due brillanti ai lati, dello stesso colore dei
suoi occhi dal taglio allungato.
Incombeva grande tensione anche se durante il banchetto,
per non intristire Elena e Gerardo, tutti gli invitati si sforzarono
di mantenere un tono allegro.
La storia del rogo aveva ancora profili incerti. Tutti avevano
la percezione che Corrado vi fosse coinvolto. Sul suo volto la giovanile
fierezza aveva lasciato posto a un'espressione pensierosa a
tratti assente. La verit sembrava a tutti ancora lontana. Ma in
una famiglia di giudici e podest era, o almeno doveva apparire,
indispensabile come il pane.
Cogliendo gli sguardi che lo spiavano con discrezione, Corrado
cap che non occorrevano convenevoli, n grande eloquenza,
n parabole o ardite metafore. Erano tutti troppo avvezzi a certi
sofismi. Doveva essere chiaro e diretto. Sapeva che solo nella
semplicit delle sue parole qualcuno di loro avrebbe colto la sua
anima e non l'onta che con il suo comportamento stava per gettare
sulla famiglia.
Terminato il pranzo le donne erano rimaste a tavola a conversare.
Gli uomini si erano seduti sulle panche disposte ai tre
lati del giardino per cogliere la frescura di quel caldo pomeriggio
d'estate.
Corrado si era posto al centro come l'imputato davanti alla
corte. Si schiar la voce richiamando la loro attenzione e tutti si
zittirono improvvisamente. Si sentiva solo il canto modulato dei
merli sugli alberi.
Credo sia arrivato il momento di darvi delle spiegazioni su
quanto accaduto qualche giorno fa. In questi ultimi anni per me
la caccia non era pi la nobile arte di un cavaliere dedito all'allenamento
e alla simulazione di battaglie. Si era trasformata nell'ossessione
di uccidere. L'orgoglio, che come sosteneva Agostino
d'Ippona trasforma gli angeli in diavoli, aveva preso il sopravvento
su di me. Pur di raggiungere il mio scopo sono ricorso all'aiuto
del Demonio. Lui ha guidato la mia mano nell'appiccare l'incendio.
Cristo per si  manifestato davanti a me sotto forma di quel
cervo che volevo abbattere. Ha salvato la mia vita e quella di mio
fratello Pietrino. Adesso devo espiare il mio peccato attraverso la
penitenza per salvare la mia anima dalle fiamme dell'inferno.
Un pesante silenzio cal come un'oppressione su quei volti
increduli. Mai da Corrado si sarebbero aspettati simili parole. Si
poteva quasi percepire il lavorio delle loro menti impegnate a
elaborare quella mistica confessione. Dopo lo stupore iniziale, le
domande si affastellavano confuse nella loro testa, come carte da
mischiare nel mazzo dei tarocchi. Dovevano scartare quelle inutili,
mettere sul tavolo quelle pi impellenti e soprattutto interpretarle
ponendo a Corrado delle domande precise.
Questo vuol dire che stavi per far condannare alla forca un
innocente? gli domand zio Giacomo che come membro anziano
della famiglia aveva il diritto di prendere la parola. Dal discorso
di Corrado aveva fatto finta di non sentire la parte pi intrisa
di spiritualit nella quale non credeva.
S zio, proprio cos. Il mio smisurato orgoglio gener la pi
vile codardia.
A Giacomo la risposta di suo nipote tornava utile per un altro
scopo che reputava pi pressante. Scosse la testa e lo fiss negli
occhi. Sapeva che di lui aveva soggezione. Come uomo di legge
non posso che biasimarti per questo. Dovevi confessare subito
la tua colpa ed evitare a quel poveretto l'umiliazione delle pene
corporali e al giudice una sentenza ingannatrice. Ma da uomo di
legge, so che la tortura non  mai uno strumento al servizio della
verit. Dalle tue accorate parole comprendo purtroppo come i
nefasti eventi che hanno colpito la nostra famiglia ti abbiano profondamente
segnato nell'anima. In questi ultimi anni siamo stati
protagonisti di odi, rancori e vendette. Purtroppo anche al nostro
interno. Gli altri si guardarono chiedendosi a cosa Giacomo si
riferisse. Dopo una lunga pausa, prosegu: Non penso solo a
mio figlio Bernab assassinato da Francesco Scotto per difendere
la sua famiglia. Mi riferisco in particolare all'uccisione di Paolo
e al ruolo ricoperto da nostro cugino Riccardo in quella terribile
vicenda.
Tutti si guardarono disorientati. Non capivano cosa c'entrasse
Riccardo con la morte di Paolo a Torrano.
Quando Giacomo si accorse che la loro perplessit aveva
raggiunto l'apice, prosegu: La confessione di Corrado e la
morte di Paolo sembrano due fatti disgiunti. In realt non lo
sono. Durante l'interrogatorio che ho subito qualche giorno fa,
Galeazzo si  lasciato sfuggire un fatto grave e sconvolgente.
Mi ha riferito che quel vile di Riccardo partecip all'assedio di
Torrano. Mise a disposizione i necessari mezzi finanziari per
pagare i mercenari degli Scotto ed entrare nelle loro grazie. Fu
cos che Riccardo riusc a mantenere le sue propriet terriere
intorno alla Torre. Non mostr alcuna piet per i familiari del
nostro caro defunto, permettendo la carneficina compiuta da
Rinaldo Scotto. L'avidit di Riccardo per gli si  ritorta contro.
In seguito alle sue proteste con Galeazzo per i saccheggi dei suoi
averi compiuti dai ghibellini, poco fa mi  giunta notizia che il
Visconti lo ha confinato in prigione a Milano. Ci rimarr per il
resto dei suoi giorni. Questo ci insegna che onore e giustizia devono
continuare a procedere di pari passo nella nostra famiglia.
Esse sono unite in noi in modo indissolubile. Come cavalieri
combattiamo per accrescere il nostro prestigio. Tuttavia abbiamo
anche il privilegio di amministrare la giustizia proprio in
virt della nostra dignit cavalleresca. Corrado, ora mi ricollego
alla tua confessione: unisciti a noi per affrontare insieme i pericoli
che attanagliano la nostra unit. Non permettere che altre
serpi crescano in seno alla nostra famiglia. Lascia che gentaglia
come gli Scotto venga infamata dalla presenza di personaggi
come Rolando, il figlio minore di Alberto, che per pochi denari
trad la sua famiglia. Ricordi? Ci aiut a vendicare la morte di
Bernab. Credo, caro nipote, che quello che hai vissuto sia frutto
di un'allucinazione. Non devi pensarci pi.
Giacomo rest in attesa. Voleva stare a sentire cosa ne pensassero
gli altri.
Aveva pescato la carta dell'Appeso.
Corrado, come hai ottenuto il silenzio di battitori e di guardiacaccia?
intervenne suo fratello Jacopo con tono inquisitorio.
Aveva anticipato la domanda degli altri per dimostrare che era il
pi perspicace.
Attraverso la minaccia di tagliare loro la gola se avessero parlato
gli rispose con schiettezza.
Sul volto di Jacopo comparve un'espressione deplorevole.
Cos facendo, hai tradito l'ideale di noi cavalieri. Dobbiamo difendere
i pi deboli a costo della vita sentenzi per mettersi in
luce come esempio di rettitudine.
La sua carta era la Torre. Dissoluzione dei valori morali.
Cosa intendi dire che adesso vuoi fare penitenza? gli domand
zio Petracino riportando le esatte parole di Corrado. Aveva
l'abitudine di rimuginare i discorsi degli altri e cogliere il punto
chiave per approfondire quello che gli interessava.
Corrado fu grato a zio Petracino di poter spiegare ci a cui
aspirava, consapevole dello sconquasso che sarebbe seguito. Mio
fermo intendimento  farmi penitente terziario francescano.
Petracino era un po' sordo o forse anche lui non voleva credere
a quanto aveva appena udito. Ho ben inteso? Vuoi diventare penitente
terziario? B, non  possibile che alla mia et sia costretto
a sentire simili idiozie! Devo essere io a ricordarti che Dio ha collocato
ciascuno di noi in un posto ben preciso nel mondo: tu sei
un cavaliere! Hai fatto giuramento di servire la Chiesa con elmo e
spada! Sovvertire quest'ordine  indice di gravissima disobbedienza!
Cambiarlo significa che ti vergogni del ruolo che ricopri nella
societ. Stai commettendo un imperdonabile peccato!
La carta di zio Petracino era il Matto. Anarchia assoluta.
Ho capito bene quello che vuoi diventare? Un... un frate...
un mendicante? - intervenne Bassiano - Ma tu sei sposato con
mia figlia! - grid - Vuol dire che se lei acconsentisse a questa
tua scelta dovrebbe entrare in monastero! Piuttosto che subire
quest'onta meglio che rimanga vedova! Balz in piedi e sguain
la spada, sollevandola sopra la testa di Corrado che si era inginocchiato
al suo cospetto, disposto ad accettare il martirio pur di non
tradire la sua fede. Gli altri uomini cercarono di fermare Bassiano.
Fermi! Statemi lontano! Non vi avvicinate! tuon il padre
di Eufrosina mentre per allontanarli roteava la spada intorno a s.
Le donne si erano messe a strillare terrorizzate.
Fermati padre! - gli ordin Eufrosina - Ti voglio un mondo
di bene e ti rispetto come figlia ma ti prego, ora ascoltami. Fatelo
tutti, vi scongiuro. Mi sono sposata per amore. Ho scelto Corrado
e non me ne sono mai pentita. Penso che il sentimento fra un
uomo e una donna, nel suo profondo significato, sia un riflesso
di quello che Dio ha per noi. Se Corrado ha ricevuto la grazia di
poter amare Dio, fonte inesauribile d'amore, io sono la sposa pi
fortunata di tutte. Intendo unirmi a lui nell'amare il Signore: per
questo come mia libera scelta decido di entrare in convento.
La carta dell'imperatrice, finalmente. La suprema conoscenza.
Il superamento delle difficolt.
Di fronte alla risolutezza di Eufrosina rimasero tutti esterrefatti.
Elena, che si sposava in tarda et a causa dell'affannosa
ricerca di un matrimonio illustre da parte di suo padre Alberto,
cominciava a capire cosa significasse l'amore puro. Si chiese
se anche lei, col tempo, sarebbe riuscita ad amare Gerardo con
quello stesso spirito di sacrificio. Si avvicin a Eufrosina e la prese
sottobraccio per manifestarle silenziosa la sua solidariet. Anche
Eleonora, la vedova di Bernab e tutte le altre presenti seguirono
il suo esempio. Si misero intorno a Eufrosina come per proteggerla
dall'ira del padre. Assistendo a questa scena, l'aggressivit degli
astanti venne mitigata. Non era mai avvenuto che le donne della
famiglia si schierassero in modo cos palese.
Bassiano gett la spada sull'erba. Da un lato pensava di vivere
il peggiore degli incubi, dall'altro si sentiva fiero di avere una figlia
dal cuore cos grande. Era migliore di lui, sempre preso dalla sete
di potere e dall'accumulare ricchezze. Rimase pensieroso qualche
minuto col capo abbassato. Poi alz lo sguardo e fiss Eufrosina
negli occhi. Esprimeva quel bene puro e incondizionato che solo
un genitore pu provare per il proprio figlio in difficolt. Cerc
le parole pi adatte a dimostrarle il suo amore. Ma voleva anche
evitare di mostrarsi debole ai presenti.
Sei almeno intenzionata a portare la tua dote in monastero e
dividerla con le clarisse? le domand aggrappandosi alla speranza
che potesse continuare a vivere dignitosamente.
Non posso padre. Metter tutto a disposizione di mio marito
per raggiungere la somma sufficiente a pagare i danni. L'anticipo
sull'eredit di Corrado non basta.
Non te lo permetter! Mia figlia costretta a far da serva alle
monache? Mai! Noi Vistarini abbiamo una dignit da difendere!
Bassiano aveva un carattere irascibile ma quando riusciva a calmarsi
era pragmatico. Pens qualche istante alla migliore soluzione
per il bene di sua figlia. Ti dar io il denaro necessario piuttosto.
Promettimi in cambio che ti prenderai un periodo superiore
a un anno di noviziato prima degli eventuali voti definitivi.
Eufrosina si sent vacillare di fronte a tanta generosit. Con il
matrimonio ogni impegno economico della sua famiglia d'origine
veniva meno. Quel gesto non se lo aspettava. Rifiutare quella
proposta di suo padre voleva dire offenderlo ulteriormente.
Non pot fare altro che abbracciarlo. Grazie, padre far
come suggerite. Siete un grande uomo e un padre eccezionale.
Bassiano vinse la commozione e riprese a parlare: Se questa 
la tua libera scelta io la rispetto perch ti ho cresciuta con questo
valore. Non ti ho mai imposto neppure il matrimonio. Perdona
il mio gesto: la mia massima aspirazione  vederti felice e proteggerti.
Per questo ho reagito in modo cos inconsulto. Me ne
scuso con tutti e soprattutto con voi, Giacomo. Comportarmi in
questo modo nella vostra casa  un'imperdonabile mancanza.
Poi aiut Corrado a rialzarsi e aggiunse: Siete suo marito ma so
che non fareste mai nulla contro la volont di mia figlia. Vi ho
sempre stimato perch vi considero uomo di grande valore. Scusatemi
anche voi. La carta di Bassiano era la Forza. La ragione
che prevale sulla fisicit.
Gli altri uomini erano rimasti chiusi in un rappreso silenzio
che era segno di estraneit alla sorprendente reazione di Bassiano.
La sua generosit era del tutto avulsa dai loro schemi familiari.
Don Filippo, vicario della diocesi piacentina, non se la sent
di prendere la parola. Lui era garante della fortuna dei Confalonieri.
Le loro terre e i loro possedimenti provenivano dal potere
ecclesiastico proprio perch suoi feudatari. I francescani poi non
li sopportava proprio: quelli di Piacenza in modo particolare. Doveva
ancora smaltire la rabbia provocatagli anni prima dal ghibellino
Ubertino Landi, che aveva donato all'Ordine dei terreni
vicino a Palazzo Nuovo dove edificare un grande monastero. Filippo
riteneva che alla curia avrebbe nuociuto l'eccessiva vicinanza
di quella potente organizzazione al potere politico. Nonostante
avesse protestato in Comune con fior di carte bollate, sostenendo
che quella contiguit era contraria sia alla consuetudine sia
al voto di povert dei francescani che prevedeva la loro presenza
in quartieri popolari, aveva perso il ricorso. Potendo contare su
generose donazioni, in breve tempo i frati avevano cos potuto
erigere basilica e convento. Il complesso aveva rappresentato da
allora il rifugio dei ghibellini popolari e continuava a sottrarre
beni e risorse al clero secolare.
Francescani e domenicani, in qualit di grandi elettori del
consiglio dei seicento, erano divenuti braccio spirituale del potere
politico. Un privilegio mai riservato agli ecclesiastici come
Filippo.
Lui s'era ormai rassegnato, una volta che Innocenzo terzo aveva
definito colonna della Chiesa Francesco d'Assisi. E ora, con il
papato ad Avignone ostaggio del re di Francia Filippo il Bello,
doveva sopportare che quel maledetto Ordine francescano proliferasse,
dando lui solo nuova linfa al cattolicesimo. Incredibile:
una volta ottenuto il definitivo riconoscimento della regola erano
riusciti a erigere in tutto il mondo millecinquecento monasteri!
Ormai si sentiva accerchiato, come tutti i chierici. Ora pi che
mai ammirava e invidiava Corrado per quel dono di fede che
aveva ricevuto. Eppure non lo reputava abbastanza forte per combattere
contro le tentazioni a cui sarebbe andato incontro, quelle
carnali soprattutto, che lui conosceva molto bene.
Anche Alberto preferiva ascoltare prima di decidere. Avrebbe
voluto capire dal padre di Corrado come intendesse regolarsi per
i copiosi risarcimenti. Condivideva probabilmente il pensiero di
suo fratello Filippo e vedeva il suo giovane cugino in bilico fra il
bene e il male. Secondo lui, una volta sbrigati gli aspetti pratici
sarebbe calato su Corrado il silenzio dell'emarginazione rendendolo
invisibile e pertanto innocuo.
Qualche anno prima, proprio all'apice della carriera politica,
il suo cinismo gli aveva permesso di superare un gravissimo
scandalo che lo stava compromettendo. Panicus, suo figlio bastardo
che tanti dolori gli aveva inflitto fin da adolescente, aveva
derubato e accoltellato messere Jacopo Advocatus, un facoltoso
professionista, meritandosi la condanna alla forca. Quel codardo
era spalleggiato da tre complici, tutti poi giudicati in ugual
misura colpevoli. Avevano inferto sei fendenti lasciando la vittima
agonizzante. Neppure la compassione tardiva di Panicus
aveva impedito che morisse per la micidiale pugnalata che gli
aveva tranciato di netto l'aorta. Alberto si era limitato a trovargli
un difensore ma nonostante le suppliche della madre di Panicus,
una sguattera, non aveva cercato in alcun modo di pilotare
la decisione dei giudici. Voleva evitare di compromettere la sua
ascesa al governo della citt. Non si era neppure voluto recare
in prigione nonostante il ragazzo avesse chiesto di incontrarlo
per chiedergli perdono. Impassibile, Alberto aveva partecipato
all'impiccagione del figlio e dei suoi complici per dimostrare
alla cittadinanza che era lui il primo ad assoggettarsi alla giustizia.
Aveva fissato con freddezza il figlio che fino all'ultimo aveva
invano invocato la sua assoluzione. Corrado non aveva voluto
essere presente all'esecuzione di Panicus, dimostrando piet per
l'anima corrotta di quel cugino ribelle con cui aveva trascorso
la sua infanzia.
Alberto e Filippo avevano estratto la carta degli Innamorati.
La non scelta.
Tommaso era rimasto in disparte fino a quel momento. Doveva
ancora riprendersi dalla paura che aveva provato per la sorte
di Corrado quando l'ira di Bassiano stava per abbattersi su di lui.
Il suo ruolo era sempre stato quello di conservare e accrescere il
patrimonio della loro stirpe evitando di disperderlo. Le donne
della famiglia che non potevano arrivare a matrimoni prestigiosi,
erano destinate al convento dalle benedettine con dote sufficiente
ma non esagerata.
Adesso tutti si attendevano che prendesse la parola. Non ne
aveva la forza. Era in bilico. Poteva sprofondare nella rabbia pi
cieca o rimanere vigile, temporeggiare per poi far desistere Corrado
da quella che gli appariva una follia.
Non credeva fino in fondo alla sua conversione. Quali segnali
aveva dato fino a quel momento? La risposta era fin troppo facile:
nessuno. In verit non gli sembrava di aver letto mai la felicit nei
suoi occhi mentre in quel frangente, anche se in modo confuso,
aveva creduto di scorgerla. Quel modo di essere distaccato, insensibile,
apatico che Corrado aveva dimostrato fino ad allora non
era forse anch'esso un peccato mortale? Non poteva per pensare
solo a suo figlio, era prima necessario proteggere l'onore e gli interessi
di famiglia. Doveva evitare che il loro patrimonio venisse
speso per i risarcimenti. Aveva mentito a Corrado sulle loro reali
disponibilit proprio per mantenere fede al suo impegno di depositario
delle sostanze familiari. Il denaro non mancava, i beni
erano ben nascosti e custoditi. Bassiano, preso da quell'afflato di
amore paterno, gli era corso in aiuto senza volerlo. Come Eufrosina,
di cui adesso condivideva l'approccio alla disgrazia che si era
abbattuta sul loro matrimonio. S, forse Corrado era convinto
della sua scelta ma se avesse poi preso una strada sbagliata, se si
fosse macchiato di eresia, allora s che lo avrebbero veramente
perso per sempre, allora s che avrebbe gettato ancora pi fango
sulla loro nobile stirpe. Eufrosina aveva ragione. Occorreva dargli
fiducia almeno per il momento. Credere in lui e nelle sue scelte.
Forse era l'unico modo per continuare a volergli bene e sperare
cos che cambiasse idea.
I volti accigliati dei parenti, le loro parole e soprattutto il non
detto richiedevano per prudenza per non compromettere quegli
equilibri che Tommaso era riuscito a tutelare nel corso della sua
esistenza. Il lignaggio, l'onore, la conservazione del patrimonio
venivano prima di tutto, cos era avvenuto nei secoli passati cos
doveva continuare a essere.
Si alz dalla panca, chiam a s Eufrosina e insieme abbracciarono
Corrado. La nostra famiglia ha dato e ricevuto dalla
Chiesa. Pensiamo a nostra sorella, la beata Adelasia o a Sibillina
che ha indossato il velo con onore. Allo stesso Inverardo, stimato
sacerdote. Solo il tempo potr dire se la conversione di mio figlio
 sincera. Lo auguro a lui e a noi tutti con il cuore. So che vi preme
sapere cosa intendo fare riguardo ai risarcimenti. Ebbene, noi
Confalonieri riscatteremo ora quanto spetterebbe a Corrado un
giorno in eredit fra case e terreni. In questa maniera conserveremo
questi beni all'interno delle nostre propriet. D'ora innanzi,
l'unica cosa che potremo fare per lui  pregare, affinch questa
nuova luce che lo illumina non si spenga mai.
Tommaso aveva girato l'Arcano del papa. Affetti solidi e profondi
ma pure profondo rispetto della tradizione.
Le risposte di Corrado si erano rivelate sincere. Ma come i
Tarocchi possono ribellarsi e avere addirittura un significato opposto
se chi le consulta non ci crede, cos l'indole degli invitati li
aveva mossi nella scelta della carta che lo avrebbe assolto, condannato
o peggio, rinviato all'oblio.
....
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Il frate stava seduto sulla panca del refettorio. Da sotto il saio
spuntava il bordo di una tunica di tela bianca, segno discreto
che era anche sacerdote. Aveva estratto dalla bisaccia le elemosine
raccolte quel giorno e le aveva allineate sulla tavola. Le maneggiava
con delicatezza come fossero doni preziosi: qualche pagnotta
rafferma, due orcioli di vino, altri due di olio, due pugni di farina
e mezza dozzina di grosse uova bianche.
La divina provvidenza ci protegge sempre! esclam suor
Matilde felice per quei viveri che sarebbero bastati a lei e alle otto
sorelle del monastero per almeno una settimana.
Sorella povert questa volta ha voluto essere magnanima le
disse frate Aristide con un sorriso. Non l'aveva ripresa neppure
bonariamente per il rapido calcolo che aveva improvvisato nella
sua euforia. Francesco d'Assisi aveva insegnato di non pensare al
cibo per il giorno successivo e di credere alla divina provvidenza.
Ma la badessa aveva un'indole come la sua, energica e lieta, non
voleva proprio turbare il suo entusiasmo con certi sofismi dottrinali.
Aristide, raccontatemi del vostro viaggio a Montefalco: davvero
la sorella cerusica aveva eseguito l'autopsia sul cadavere di
madre Chiara? gli domand impaziente.
S madre  vero. Su richiesta delle consorelle, il Comune ordin
la sua dissezione per trovare segni di santit.
Provava una grande ammirazione per fra Aristide, un francescano
energicamente devoto alla regola a cui aderiva con la letizia
nel cuore. Lei stessa aveva chiesto al vescovo Pilori di avere come
confessore ed elemosiniere quel frate anzich quelli del monastero
di san Francesco che valutava troppo legati alla politica filo
imperiale dei Visconti.
Aristide soddisfaceva volentieri questa pia curiosit su Chiara
di Montefalco, spinta da un desiderio di emulazione nei confronti
di una sorella che era considerata, insieme ad Angela da Foligno
e a Margherita da Cortona, una grande mistica a cui venivano
attribuiti tantissimi miracoli.
Cos'hanno scoperto? Ditemi! lo sollecit Matilde con foga.
Un cuore enorme almeno il doppio di quello che solitamente
appartiene a una persona adulta. Tutto ricoperto di grasso - cominci
a raccontarle Aristide - ma la cosa stupefacente era ci che
conteneva. La cerusica con estrema delicatezza e perizia estrasse il
cuore dal petto di Chiara. Poi con il bisturi lo dissezion in due
parti. Nella prima di queste, al centro, erano comparsi due nervi
rossi duri come l'ebano che formavano una croce. Si poteva quasi
intravedere l'ombra di un corpo nel mezzo. A sinistra, il braccio
pi corto della croce aveva addirittura perforato il muscolo. Nella
parte alta di questa met del cuore la suora trov tre escrescenze
nere, una pi grande e due pi piccole, della dimensione di
una lacrima. Apparivano come chiodi con la capocchia all'ingi:
quelli usati per i piedi e per le mani di nostro Signore. Sotto la
croce spuntava un nervo acuminato e scuro, durissimo al tatto.
Dalla posizione poteva sembrare come l'asta della meridiana. In
realt era la lancia conficcata nel suo costato. Nell'altra met del
cuore di Chiara, seminascosto dentro un'ansa, la cerusica trov
un altro nervo, questa volta biancastro. Si diramava in cinque
pi sottili, nodosi sulle punte e imbevuti di sangue coagulato. Il
flagello con cui la soldataglia fustig nostro Signore. Nel mezzo
di questa sezione ma pi vicino all'ansa del flagello, la cerusica
identific una larga e spessa nervatura nera. Il capitello del
martirio. Alla sua base quello che a una prima occhiata poteva
sembrare il nido di uno scricciolo, tanto era piccino, in realt era
una corona di spine dagli aghi appuntiti come spilli. A destra e in
basso, sopra un nervo chiaro e sottile dalla forma di canna, c'era
un grumo che sembrava la spugna imbevuta di aceto.
Madre santissima! esclam Matilde sinceramente impressionata
dal racconto.
Chiara di Montefalco aveva chiesto a Dio di poter condividere
le sofferenze di Ges e Lui le aveva concesso questa grazia.
A conferma di questo la suora scopr nella cistifellea, ancora stranamente
asciutta, tre piccole biglie circolari l'una attaccata all'altra.
Quando le lav col vino, le sfere si distaccarono per formare,
alla stessa distanza l'una dall'altra, la Santissima Trinit. Anche
quest'organo, come il cuore,  stato imbalsamato con la mirra. Vi
assicuro madre che li ho visti con questi occhi.
Suor Matilde si segn: Una santa, allora.
Riteniamo di s. Abbiamo gi avanzato la richiesta di canonizzazione
ma non saranno tempi brevi. Molto dipender da
quale papa salir al soglio pontificio.
Lei sospir disillusa. Purtroppo sar cos. In questa vita cos
travagliata, Dio solo sa di quanto invece abbiamo bisogno dell'esempio
di santi come Chiara. Il papato  cos distante. Se pensiamo
che ad Avignone il conclave non  ancora riuscito a eleggere
il nuovo pontefice. E sono passati ormai ben quindici mesi dalla
morte di Clemente V.
Non  detto fra l'altro che quello nuovo la porter agli onori
degli altari. Nostro Signore concesse a Chiara il dono della scienza
infusa. Per questo era molto consultata dai cardinali Colonna
di Roma che troppo di sovente sono in contrasto con quelli francesi.
Pertanto... sottoline Aristide con estremo realismo.
Matilde alz lo sguardo e le braccia al cielo: Dobbiamo pregare
affinch lo Spirito Santo scenda sui cardinali riuniti in conclave
e capiscano cos chi sia l'uomo di cui la Chiesa ha veramente
bisogno.
Ne sono certo anche io madre. Se non dovesse succedere,
prima o poi Chiara sar riconosciuta come merita. Sapete, ho
potuto godere del privilegio di conoscerla quando costruimmo
a Montefalco il suo nuovo monastero. Sapeva leggere nell'anima
delle persone e riusciva a cogliere i loro peccati senza bisogno di
parole. Quando ancora mi trovavo l, un giorno Chiara si stava
confessando con il francescano fra Giacomo suo cappellano
nonch mio amico. Al termine della confessione gli piant nelle
orbite i suoi penetranti occhi scuri e gli chiese: Giacomo, non
avete un peccato che vi attanaglia la coscienza?. Lui, preso dallo
smarrimento, neg risolutamente. Lei ribatt: Allora state commettendo
un peccato ancora pi grave. Chiara mi rifer poi di
essere rimasta molto delusa dal comportamento di fra Giacomo.
Ne aveva ben donde. Lei era molto legata al terzo Ordine francescano.
All'inizio della sua conversione si era fatta anche lei penitente.
Quando venne a conoscenza che anche in Italia erano
presenti dei terziari francescani come quelli di Tolosa ne fu talmente
felice che preg i signori Bennati suoi benefattori di farmi
venire da Piacenza. Mi assegn la direzione spirituale del nuovo
convento di Montefalco, nonostante avesse dovuto scegliere la
regola degli agostiniani. Da quanto le ho raccontato, lei madre
capir benissimo la sua cocente delusione per le parole di fra Giacomo.
Si sent tradita. Ma da allora Chiara rimase sempre vigile.
Pur non essendo particolarmente colta, qualche anno prima della
sua morte e prima di chiunque altro riconobbe l'eresia contenuta
nelle parole di fra Bentivegna da Gubbio. Senza esitare un istante
lo denunci al vescovo che lo pun col carcere a vita.
Scusate se vi interrompo, ma il conte Confalonieri e sua moglie
chiedono di essere ricevuti disse entrando nel refettorio la
sorella guardiana tutta trafelata per l'importante visita.
Aristide e Matilde si scambiarono un cenno d'intesa. Li aspettava
un compito difficile: capire se il desiderio di entrare in convento
di Eufrosina fosse sincero. La superiora conosceva la contessa
solo per la generosit con cui elargiva elemosine. Aristide
sapeva che il suocero Tommaso era uno dei principali benefattori
dell'ospizio di Calendasco. Corrado lo aveva visto assieme
agli altri familiari qualche volta a messa la domenica e nelle feste
comandate. Pur essendo devoti nessuno dei due, fino a quel disgraziato
incendio di cui tutti parlavano, aveva mai manifestato
queste intenzioni.
Che siano i benvenuti. Accompagnateli in parlatorio per favore
le disse suor Matilde.
Mentre Aristide aveva seguito la guardiana, lei aveva preso la
direzione del chiostro per poter parlare con loro da dietro la fitta
grata di ferro battuto che la divideva dal resto del mondo. Ad
attenderla erano gi sedute su una lunga panca le consorelle. La
regola esigeva che l'assenso all'ingresso di Eufrosina in monastero
venisse dato da loro, a maggioranza.
Corrado pass alla madre superiora il nulla osta cardinalizio per
il noviziato di Eufrosina che sarebbe durato due anni anzich uno,
cos da concederle pi tempo per riflettere sulla scelta. Al termine
di questo periodo sarebbe stata libera di prendere i voti oppure di
far ritorno al suo ruolo di moglie, costringendo cos anche lui a
riprendere il suo ruolo nel sacro vincolo matrimoniale.
Stavano in silenzio e si sentivano solamente le mani della Badessa
che, spezzata la ceralacca, srotol la pergamena e la lesse con
attenzione. Infine l'arrotol con cura e fece cenno ad Aristide di
cominciare il colloquio.
Al di l delle parole, Aristide aveva gi percepito la sincera
spiritualit di quelle persone. Era ormai anziano, nel corso della
sua vita evangelica aveva conosciuto centinaia di penitenti. Negli
occhi di questi non coglieva un fatuo entusiasmo ma quella
quiete che derivava dalle scelte ponderate. Occorreva per capire
i motivi che li avevano portati a quella decisione cos drastica.
Pace e bene a tutti voi. - esord il frate - Ditemi contessa,
come avete maturato la decisione di entrare in convento?
In tutta sincerit, frate Aristide, non ho mai pensato a me in
un ruolo diverso da quello di moglie e di madre. In questi anni
di matrimonio, nonostante la palese indifferenza di Corrado nei
miei confronti, l'ho sempre amato perch capivo di non essere
io la causa del suo malessere. Spesso era malinconico o in preda
dell'ira. L'unica cosa che pareva distrarlo era la smodata passione
per la caccia. Quando chiese perdono a quell'innocente per la sua
colpa, capii che era riuscito a vincere l'orgoglio che ci rendeva la
vita un inferno. Corrado stava iniziando una rinascita che ora
non posso e non voglio interrompere perch sarebbe una mancanza
d'amore.
Dunque quello che vi muove  il sentimento che provate
verso vostro marito. Ma dov' la vocazione? le domand serio
il frate.
Padre, in questi anni ho pregato tanto perch Dio concedesse
a Corrado la grazia di trovare la fede. L'unica salvezza per i suoi
peccati. Il mio desiderio  stato esaudito. Grazie a lui comincio
anche io quel percorso. Corrado  per me ci che Francesco rappresentava
per Chiara d'Assisi all'inizio della sua conversione: la
guida, l'esempio, il tramite verso l'Assoluto. Se lui progredir su
questa strada mi condurr verso il Signore.
Siete molto sincera. La vostra scelta  dettata dall'amore
che ci insegn l'Altissimo: il sacrificio e la rinuncia le rivel
ammirato.
Contessa Confalonieri conoscete la nostra regola? intervenne
suor Matilde.
S madre la conosco. Sono consapevole che voi applicate
alla lettera quella dettata da santa Chiara. Soprattutto il principio
pi importante che ricord alle sorelle in punto di morte:
povert assoluta. Sono anche io convinta che  solo con la privazione
e con la sofferenza che ci avvicineremo pi rapidamente a
nostro Signore perch avremo l'onore di condurre la nostra vita
come la sua.
Matilde la incalz: Non temete le veglie, i digiuni, il duro
lavoro?.
Ogni madre si alza di notte per allattare suo figlio.  disposta
a togliersi il pane dalla bocca per lui, a spezzarsi la schiena per
garantirgli un avvenire. L'amore in Cristo che crescer in me attraverso
Corrado mi render meno faticoso tutto questo.
Come affronterete la clausura, l'impossibilit di uscire da
questo luogo? insist Aristide.
Con l'esempio di Chiara d'Assisi. Per quarantanni non si
mosse mai da san Damiano. Di questi, trenta li trascorse inchiodata
al suo pagliericcio. Senza mai lamentarsi della sua malattia
perch gi la reputava un immeritato privilegio. Disse che sarebbe
voluta uscire dal monastero solo per andare in Marocco
a subire il martirio di nostro Signore, provare sulla sua pelle le
stesse sofferenze e avvicinarsi cos a Lui. Chiara riusc a colmare
la sua mancanza di libert con la passione verso Ges alternando
lavoro, preghiera e riflessione. Io far lo stesso.
Corrado l'ascoltava rapito. L'ispirazione delle parole di Eufrosina,
dettate solo dall'amore puro verso di lui, gli dava ancora pi
forza per amare Dio. Avvertiva addosso una grande responsabilit.
Anche il cammino della moglie era nelle sue mani. Eppure il
carico in realt gli sembrava leggero: lei credeva totalmente in lui
e nella sua fede. Darsi al Signore in modo cos totale, assoluto, affrontando
tutte le difficolt di quel cammino... ci sarebbe riuscito?
Con l'aiuto di Eufrosina era convinto di s. Ora pi che mai.
Le suore che intravedeva al di l della grata gli sembravano
delle allodole. Erano la specie preferita da Francesco per il colore
del piumaggio cos simile a quello della loro tonaca. In testa indossavano
un velo nero foderato di cotone bianco. Portavano il
sottogola, simile a una calza bianca, che lasciava scoperto solo il
viso. Segno questo che erano sorores, cio di clausura, mentre le
servitiales, dedite anche al lavoro esterno, portavano solo il velo.
Tutte le sorores espressero con il loro silenzio il consenso all'ingresso
di Eufrosina come novizia. Non avevano mosso un muscolo
di quei visi che sembravano modellati nella creta. Erano
abituate al sole del chiostro: il riflesso dei raggi sulla lucida pietra
bianca le accompagnava nel lavoro dell'orto e del giardino. Si ritirarono
tenendo sempre nascoste sotto le maniche le mani rosse
e screpolate per l'acqua gelida, come se ne provassero vergogna.
Corrado chiese ad Aristide la cortesia di lasciarlo solo con la
moglie. I capelli di Eufrosina con alle spalle la luce sembravano
creare un nimbo soffuso intorno al volto in penombra. Accarezzandole
il viso Corrado le disse: Amore mio non so se ci
rivedremo mai pi. Siamo uniti in matrimonio. Se tu sentirai di
non farcela, torneremo a essere marito e moglie. Da te ho capito
che l'amore  sacrificio e totale abnegazione ma non potrei mai
saperti infelice.
Lei cerc di fissare nella mente il ricordo dei suoi occhi, delle
sue mani morbide ma forti, il profumo dei suoi capelli che sapevano
di aria dopo la pioggia. Ricordati di quello che Chiara
diceva a Francesco: Sono solo una pianticella e tu il mio giardiniere.
Se anche tu saprai diventare umile e calarti nella povert
totale ti eleverai a Dio. Solo allora la mia pianticella crescer.
Hai ragione Eufrosina, questo  il primo passo per sottomettere
in modo definitivo me stesso e il mio orgoglio.
L'amore suggeriva a Eufrosina che una madre non pu piangere
davanti al proprio figlio. L'attrazione fisica si stava trasformando
in un sentimento di protezione materna. Facendosi forza,
mormor: Adesso va' inizia prima possibile la tua penitenza.
Si abbracciarono. Gli sembr allora di trovarsi nella loro casa
durante il terremoto e si strinsero ancora pi forte. Corrado le
mise una mano sul capo come per ripararla. Stavano senza respirare
con gli occhi chiusi quasi per proteggersi dalla polvere che
rischiava di soffocarli. Si ritrovarono investiti da una intensa luce
che li avvolse. Non avevano l'impressione di essere in un loro
bozzolo ma nel preludio di un luogo dove un giorno le loro anime
si sarebbero rincontrate.
Con quella certezza si separarono senza dirsi altro. Eufrosina
cap di essere rimasta sola quando sent il cigolo e poi il tonfo del
portone che si chiudeva. Lo stesso rumore avvert nel suo cuore.
Dopo qualche istante il silenzio venne interrotto da una chiave
che girava nella toppa e chiudeva la serratura a doppia mandata.
Poi da un secondo chiavistello che ne serrava un'altra. Il primo
veniva conservato dalla sorella guardiana, l'altro era affidato alla
madre superiora.
Eufrosina sent avvicinarsi lo scalpiccio dei piedi nudi della
guardiana che con un gesto della mano le fece cenno di seguirla.
Apr la porta del parlatorio e da qui la guid alla stanza successiva
dove c'era Matilde ad attenderla. Finalmente Eufrosina la
vide per la prima volta in volto. Era di bassa statura con grandi
occhi scuri, messi in risalto dal colore bruno della tonaca. Il suo
sguardo esprimeva risolutezza ma al contempo comprensione e
curiosit in un equilibrio che le fece provare grande rispetto pi
che reverenziale timore.
Sul tavolo di fronte a loro c'erano una ciotola di terracotta e
un paio di forbici. Per prima cosa suor Matilde doveva procedere
al taglio dei capelli. La tonsura simboleggiava la perdita della
forza. Non per nulla la popolazione barbara dei franchi sfoggiava
una criniera leonina.
Eufrosina leg docilmente i capelli in una morbida treccia per
facilitarle l'operazione. Molte novizie vedevano in quel taglio la
mutilazione della loro femminilit. Quando vedevano le ciocche
gettate nella ciotola anche le pi forti si lasciavano andare a un
pianto disperato. Per Eufrosina la tonsura rappresentava invece
una liberazione dalle insidie delle tentazioni corporali. Mentre
quelle lame si accanivano sulla massa della sua chioma, aveva
pensato che i capelli corti si asciugavano pi velocemente e costituivano
una maggiore garanzia contro zecche e pidocchi.
Dopo aver raccolto i capelli nella bacinella, Matilde le consegn
tre tuniche e un mantello di colore grigio ma senza velo.
Quello le sarebbe stato dato solo al termine del noviziato se fosse
diventata suora.
Oltre la dote cos'avete portato con voi? le chiese con un
sorriso mentre indicava il baule.
Reverendissima madre, la regola di Chiara d'Assisi ci concede
libert di scelta. Per questo, di mia volont, decido di
mettere a disposizione vostra e delle altre sorelle questi oggetti
che mi sono appartenuti fino a questo momento: un ricettario
sulle erbe medicinali; inchiostro, penne, pergamene, pietre
porose e gesso per la scrittura; aghi, fili e rotoli di lino per
ricamare i corporali.
Matilde sorrise pensando a quante di quelle pezze quadrate
di circa sessanta centimetri per lato anche lei aveva disegnato e
cucito nel corso della sua vita. Le donava ai sacerdoti per officiare
l'Eucarestia.
Sapete che anche madre Chiara ricamava i corporali?
Non ne ero a conoscenza madre. Sapevo solo che servivano
per la parte della messa pi cara ai francescani e alle clarisse perch
preludio al sacrificio di Ges.
Il senso pratico dovuto all'adolescenza in campagna, aveva suggerito
a Eufrosina di portare con s solamente oggetti che potessero
tornare utili anche per l'igiene come la pomice e il libro sulle propriet
delle erbe medicamentose. Sapeva approntare tisane e decotti che
potevano guarire dalle pi svariate patologie, come l'artrosi o il mal
di denti oppure rimedi per la pulizia delle stoviglie e dei pavimenti.
Ma aveva bisogno di quel ricettario che aveva scritto pazientemente
negli anni rubando il mestiere agli erboristi e alle donne di casa.
Bene - annu suor Matilde - questo libro pu davvero tornarci
utile. Nessuna di noi ha conoscenza delle virt di erbe e ortaggi.
Vista la vostra et e l'esperienza che avete del mondo secolare, non
vi affider a una tutrice inesperta. Mi occuper io personalmente
di voi. Sono certa che in breve tempo imparerete a vivere qui.
Madre, mi dispensate un grande onore le rispose Eufrosina
riconoscente.
L'avevano poi condotta al dormitorio. A sua discrezione la
superiora forniva alla novizia l'occorrente per la sua vita in convento.
Matilde aveva concesso a Eufrosina cuscino e lenzuola,
piccole comodit solitamente riservate all'infermeria. La badessa
non voleva farle sentire in modo eccessivamente traumatico il distacco
dal mondo esterno. Come per le altre sorelle l'arredamento
consisteva in un crocefisso, un inginocchiatoio, un piccolo letto e
una cassapanca dove riporre gli abiti.
Ci vediamo in chiesa per i vespri. Vestitevi e scendete al
suono della campana le spieg gentilmente suor Matilde chiudendo
la porta.
Da quel giorno la vita di Eufrosina fu regolata dal suono di
quella campanella che le ricordava quando doveva recarsi in chiesa
a recitare il divino officio.
I primi tempi furono durissimi: la mancanza di Corrado,
di Enza, della sua gatta Tessa, il letto scomodo e angusto, le
parole ridotte al minimo indispensabile... Con le altre sorelle si
intendevano a gesti, quasi fossero mute. Tutto quanto costituiva
un cambiamento radicale delle sue abitudini. La sua giornata
cominciava molto presto, al sorgere del sole. In realt molto
prima perch le suore si svegliavano al mattutino, circa le due
di notte, per recitare in cappella le prime orazioni. Poi circa tre
ore di sonno o di dormiveglia fino all'alba per le lodi. Il lavoro
occupava la mattinata e il pomeriggio: diviso tra la cura dell'orto,
la cucina, l'assistenza alle sorelle malate, il guardaroba, il
ricamo. L'assistenza esterna era l'unica attivit per cui le
servitiales potevano indossare calze e scarpe, altrimenti in convento
stavano a piedi nudi. Ai vespri - le diciotto - un'altra sessione di
preghiera, chiamata compieta. Poi riposo fino a mezzanotte per
la celebrazione del notturno. Pranzo e cena erano accompagnati
dalla lettura del Vangelo. Se la sorella di turno era analfabeta,
recitava le orazioni.
Un mese dopo mentre era in cantina, intenta a riempire di
sementi alcuni vasi di terracotta, la raggiunse la sorella guardiana
per informarla che una persona la stava aspettando in parlatorio.
Ottenuto il permesso dalla superiora, Eufrosina si sedette dietro
la grata. Quando sollev la tenda vide Enza che le sorrideva.
Che gioia vederti, Enza! esclam Eufrosina di fronte alla sua
pi cara amica senza curarsi di trattenere l'emozione.
Anche per me  una grande felicit signora. Vi trovo molto
bene! Avete ricevuto i semi e gli attrezzi che mi avevate
chiesto?
S Enza, non finir mai di ringraziarti. A primavera vorrei
ripiantare l'orto perch in quello che avevano qui mancava veramente
tutto. Da sola spero solo di farcela.
Sono sicura che ci riuscir signora. La forza di volont non
vi manca proprio. Vi porto buone nuove: qualche giorno fa Meo
e io ci siamo sposati. Abbiamo trovato un appezzamento di terra
vicino a San Nicol e ci siamo trasferiti l.
Enza prese da terra il cestino di vimini che aveva con s. Scost
il coperchio e prese in mano un gattino bianco con gli occhi
verdi che allungava le zampe per cercare un appiglio.
Si chiama Tessa anche lei disse Enza passandole la gatta da
sotto la grata.
Oh grazie Enza! Che bel pensiero. Anche le mie consorelle
ne saranno felici disse Eufrosina accarezzando Tessa con le lacrime
agli occhi.
Non pianga signora, la prego. Ci penser io a lei.
Di solito Enza si dimostrava forte. Non lasciava facilmente
trasparire le sue emozioni. Questa volta, per si era lasciata andare.
Aveva prontamente cancellato la lacrima che le rigava il volto
passandoci sopra un fazzoletto. La nuova vita con Meo le piaceva.
Si era rivelato un marito pieno di premure e molto affettuoso
mentre lei per carattere era rimasta coi suoi modi sbrigativi. Lui
accettava quel suo modo di essere e non se la prendeva se a volte
lei non ricambiava i suoi baci. Enza non poteva certo raccontare
alla signora tutti questi dettagli ma nel suo cuore sapeva che aveva
capito tutto, solo guardandola.
Dopo qualche mese, confortata dall'affetto di Enza e di quello delle altre sorelle, Eufrosina cominci ad abituarsi alla vita monastica.
Il silenzio, la quiete, le giornate scandite da quei riti che
lasciavano uguale spazio all'attivit manuale e alla riflessione rafforzavano
in lei il convincimento di aver preso la giusta decisione.
Occupandosi dei lavori pi umili e vivendo in povert si avvicinava
a Ges proprio perch ne imitava l'esistenza. Era sicura che
anche Corrado stesse facendo lo stesso.
Lui, completato il riscatto di famiglia, si trasfer all'ospizio di
Calendasco retto proprio da Aristide. Nessuno dei suoi parenti,
dopo quel giorno da zio Giacomo, si era pi fatto vivo, n per
incoraggiarlo n per provare a dissuaderlo dalla sua scelta estrema.
In quel giardino suo cugino Alberto aveva visto lontano: su
di lui era calato l'oblio. Come se fosse morto. Solo Pietrino gli
era rimasto vicino e lo aveva aiutato a sbrigare le ultime formalit.
Corrado non s'era sorpreso dell'atteggiamento dei parenti. In
cuor suo sapeva che si sarebbero comportati cos, attaccati com'erano
al loro status e ai loro privilegi. Li avrebbe ricordati nelle sue
preghiere. Come insegnava Francesco non esiste il merito a voler
bene a chi ci vuole bene. Doveva cercare di non scordarlo mai.
Ci che pi lo addolorava era l'atteggiamento di suo padre.
Come tesoriere di tutti i segreti della sua famiglia Tommaso era
diventato negli anni sempre pi impenetrabile. Gli parlava solo
di pagamenti ai danneggiati o della vendita dei suoi preziosi libri,
delle sue armature, dei suoi cavalli. Vederlo in quelle condizioni
lo faceva stare male. Non capiva se l'insistenza di suo padre sulle
transazioni d'affari fosse una difesa per rendere il distacco meno
doloroso oppure una provocazione per farlo reagire e tirar fuori
in lui l'amore filiale che indubbiamente provava. Mai una parola
in pi, mai una domanda su come si sentisse, mai un minimo
addolcimento della voce che dimostrasse un paterno interesse nei
suoi confronti.
In realt Tommaso pur non volendo esplicitamente influenzare
suo figlio, cercava con quell'atteggiamento di finta indifferenza
di rendergli la scelta ancora pi difficile. Al momento giusto
gli avrebbe tirato la stoccata finale per farlo capitolare. Soltanto
dopo, e in cuor suo non se lo augurava, si sarebbe rassegnato
ammettendo che suo figlio credeva profondamente nella sua missione.
Aristide rifer a Corrado che il suo percorso da terziario penitente
sarebbe cominciato proprio nell'ospizio del borgo dove aveva
vissuto tutta la vita. E alla sua reazione di smarrimento, il frate
gli spieg: Capisco la tua sorpresa, ma il tuo viaggio non consiste
nel vedere luoghi nuovi ma osservare gli stessi con occhi diversi.
Non ti dovrai vergognare di andare a chiedere l'elemosina alle
persone che prima ti servivano perch la vergogna la prova chi
non d e non chi chiede. Se ti verr dato, sarai sempre nel giusto
perch avrai smosso un sentimento di carit cristiana nell'altro.
Se tornerai a mani vuote, deriso e oltraggiato, amali ancora di pi
e prega per la loro anima. In questo ospizio ci sono altri cinque
fratelli penitenti come te. Ci occupiamo di dare assistenza ai malati,
agli infermi e ai derelitti. Oltre che alloggio ai pellegrini. La
tua penitenza consister proprio nello svolgere le mansioni pi
umili: lavare i malati e gli infermi, preparare i pasti e assisterli.
Dovrai sempre avere il sorriso sulle labbra. Sacrificarsi per gli altri
con letizia  la cura migliore per il tuo orgoglio. A volte l'ira, la
rabbia cercheranno di prendere il sopravvento su di te. Ma ricordati
che sar solo perch il maligno sta uscendo allo scoperto.
In quanto padre spirituale di Corrado, Aristide gli consegn
un saio cencioso e una cinta di corda. Poi senza tanti complimenti
gli disse: Adesso preparati e aiutami a lavare i panni.
In cortile avevano messo sul fuoco il grande pentolone di
rame colmo d'acqua che Corrado aveva attinto dal pozzo sotterraneo.
Quando fu bollente vi gettarono dentro lenzuola, camici,
mutande, bende. In una settimana si era accumulato almeno un
quintale di biancheria appartenuta agli assistiti. Le contadine del
posto davano una mano ma il loro aiuto non era sufficiente. Cos
si dovevano arrangiare.
Annusalo, questo  il profumo della carit gli ordin Aristide
mettendogli sotto il naso la tunica che era stata indossata da
un malato: era intrisa di sudore, feci e urina. Corrado venne colto
da un conato di vomito. Ma voleva dimostrargli che era forte.
Respir dalla bocca e continu imperterrito a lavorare. Poco alla
volta anche l'olfatto si abitu a quel tanfo tremendo.
In un catino di legno aveva distribuito la cenere sulla biancheria
per poi strofinarla energicamente con una spazzola di saggina.
Mario, un altro fratello, la risciacquava in una tinozza d'acqua
pulita e poi la stendeva ad asciugare nell'altro cortile interno.
La sera, distrutto ma soddisfatto, Corrado si gett sul pagliericcio
della sua cella al piano superiore dell'ospizio.
Sentiva il gorgoglio dell'acqua provenire dal mulino nelle vicinanze.
Il rumore gli era familiare. Sembrava il sussurro di una
voce umana: Hai compiuto un passo in avanti... era la voce di
Eufrosina. Si addorment felice.
....
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...
CAPITOLO 14.
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...
Oltre a viandanti, infermi e malati, l'ospizio di Calendasco
accoglieva anche i pellegrini che percorrevano la via Francigena.
Quelli che tornavano da Santiago di Compostela erano riconoscibili
per una conchiglia di solito appesa al collo. Chi invece si
dirigeva verso Roma portava sul petto una croce.
Il massimo afflusso di fedeli al romitorio si verific nel 1300
in occasione del primo giubileo, indetto da Bonifacio ottavo.
La sola via Romea fu percorsa quell'anno da ventimila pellegrini
e novemila cavalli. Ottenere l'indulgenza plenaria dei peccati
attraverso la confessione e la visita di quei luoghi santi era un
dono straordinario, fino ad allora concesso solo a chi partiva per
la crociata. Ecco il perch della pi grande mobilitazione di quel
nuovo secolo.
Il Papa decise di stabilire la santificazione dell'Epifania e si
arrog anche il potere di svincolare molte anime dal Purgatorio.
Quest'ultimo beneficio veniva di regola concesso solo grazie
all'intercessione dei vivi sui morti tramite le opere di bene.
I cronisti riferirono che quell'anno almeno duecentomila
persone avevano visitato l'Urbe: popolo grasso, popolo minuto,
chierici. Tutti coinvolti dallo stesso entusiasmo. Solo l'alta
nobilt non vi si era recata per non prendere posizione troppo
netta nella feroce polemica che contrapponeva il Pontefice a
Filippo il Bello.
Il giubileo serviva anche per una necessit pratica: compensare
con le generose offerte che i pellegrini lasciavano nelle basiliche
la mancanza delle importanti rendite ecclesiastiche bloccate dal
re di Francia.
Filippo, alleato della potente famiglia romana dei Colonna,
da qualche anno portava avanti un'aspra polemica nei confronti
di Bonifacio ottavo sul primato del potere temporale rispetto a
quello spirituale.
Come risposta alle mire espansionistiche del re verso il Mediterraneo,
il Pontefice arriv perfino a promettere a chiunque
lo avesse deposto gli stessi benefici della crociata in Terra santa.
Bonifacio cercava cos di evitare che i suoi territori venissero
compressi come un cranio nella morsa dall'ambizione di Filippo.
La replica del Re non si fece attendere. Oltre a imporre al
clero francese una nuova tassa senza la preventiva autorizzazione
pontificia, fece arrestare il vescovo di Pamiers per le sue vivaci
proteste. Lo sottrasse al giudizio ecclesiastico e lo sottopose al
regio tribunale.
Questa polemica che sembrava senza fine, raggiunse l'apice
nel mese di settembre del 1303. Per evitare che Bonifacio lo colpisse
con la bolla di scomunica, Filippo lo fece arrestare ad Anagni
dai Colonna, suoi alleati e acerrimi nemici del Papa.
Anche se fu poi subito liberato grazie all'intervento degli Anagnini,
Bonifacio non super mai quell'onta. Mor un mese dopo.
Ma per la prima volta nella storia, un rappresentante del potere
temporale, passando dalle parole ai fatti, aveva violato il secolare
privilegio della Chiesa di rendere legittimi i sovrani e gli imperatori
in quanto difensori della fede cattolica.
Il Re di Francia odiava a tal punto ci che Bonifacio rappresentava
che continu a perseguitarlo anche dopo morto. Sollecit
il suo successore, l'ex eremita Celestino V, a convocare un
concilio ecumenico dove il defunto Papa fosse riconosciuto come
eretico e sodomita.
Di origine francese, il mite Celestino era vicino ma non soggiogato
al rissoso Monarca e opt invece per una politica temporeggiatrice.
Una volta accettato di trasferire la sede apostolica ad
Avignone per presunti motivi di sicurezza politica e economica,
non arriv a infangare la memoria del suo predecessore. Evit
cos di compromettere ulteriormente l'autorit pontificia.
Roma da allora perse molto della sua attrattiva per i fedeli e si
avvi verso un ulteriore, inesorabile declino.
L'afflusso di pellegrini all'ospizio di Calendasco diminu. Ma
per la sua posizione strategica come guado del Po, a questi si aggiunsero
gli emarginati: vagabondi, mendicanti, soldati di ventura
senza ingaggio o aspiranti tali, ex galeotti speranzosi di rifarsi una
nuova vita, ladri, alcuni riconoscibili come tali per l'orecchio mozzato.
A Corrado era stato chiesto di servirli tutti con la stessa benevolenza,
come insegnava l'esempio di Francesco d'Assisi.
Trascorso qualche giorno dal suo ingresso in ospizio, Pietrino
si rec a trovarlo con una cesta piena di viveri.
Passando per il largo corridoio che immetteva nel cortile interno
del romitorio, aveva notato un grande andirivieni. Alcuni
come lui portavano cibo, altri lenzuola, vecchie coperte, attrezzi.
Contadine dalle facce arrossate e dalle braccia robuste erano l
semplicemente per dare una mano.
Corrado si trovava in infermeria intento a strofinare con un
panno un anziano malato tutto pelle e ossa immerso in una tinozza
colma di fumante acqua calda.
Fratello mio, non avrei mai creduto di vederti cos indaffarato!
Pietrino, che bella sorpresa! Per favore aiutami a tirarlo fuori
dalla vasca lo salut Corrado con un sorriso. Mentre Pietrino
teneva sollevato l'infermo, Corrado prese un telo asciutto. Gli
frizion la testa, il corpo e infine lo adagiarono nudo sul letto.
L'uomo sorrise di gratitudine a entrambi e mentre Corrado gli
rimboccava la coperta, fece col capo un segno di saluto che mostrava
grande dignit. Forse anche lui era stato un gran signore.
Vedi Pietrino - gli confid Corrado uscendo dall'infermeria
- la loro riconoscenza per quel poco che faccio  il pi grande
dono che Dio potesse concedermi. Vieni con me.
Si recarono in una celletta dove Pietrino intravide, steso a terra
nell'oscurit, un qualcosa che assomigliava a un tronco storto,
dai rami secchi. Osservando meglio, per, aveva notato un viso
d'uomo, che sbatteva gli occhi completamente bianchi. Quello
che aveva confuso per un nodo del legno non era altro che la
bocca semiaperta. I rami, le braccia.
La luce lo infastidisce. Dobbiamo tenere sempre le imposte
accostate. Disteso per terra  l'unica posizione che riesce a sopportare.
Con questo caldo dice che preferisce stare cos perch il
pavimento gli d refrigerio gli spieg Corrado notando lo stupore
del fratellastro.
Non riesce nemmeno a stare seduto?
Completamente paralizzato, dalla nascita.
Come ti chiami? gli domand Pietrino.
Celestino signore. Per via del colore dei miei occhi rispose
con una voce limpida e squillante.
Possiede una bella voce, sai Pietrino? - rimarc Corrado -
Hai voglia di farci sentire qualcosa?
A Piacenza era molto nota la lirica che il Trovatore Rambaldo
aveva dedicato al suo protettore, il marchese Obizzo secondo Malaspina.
Celestino senza farsi pregare due volte ne inton una strofa,
quella in cui l'affascinante bellezza di Genova corteggiata con
raffinato linguaggio dal Trovatore, replica in modo piuttosto
volgare:
Giullare
Teco non star
Poich hai tale stima di me:
Meglio sarebbe per San Martino
Che tu andassi da Ser Obizzino
Vi dar forse un ronzino
Giullare che sei!
Celestino sei veramente intonato! Complimenti! Ma chi te
l'ha insegnata? gli chiese Pietrino divertito.
Messer Corrado ovviamente!
Scoppiarono a ridere tutti quanti. Corrado inzupp in una
bacinella d'acqua calda un canovaccio e dopo averlo strizzato per
bene lo pass delicatamente su quel corpo che sembrava intagliato
nel legno d'acero. Lo asciug poi con lo stesso telo dell'infermo
di prima. Da ultimo gli infil mutande di tela pulite.
Celestino cap che se ne stavano andando. Voleva creare un
contatto con Pietrino per farlo tornare. Messere, avete voglia di
farmi imparare qualche altra canzone?
Certamente Celestino. La prossima volta ti insegner la mia
preferita lo rassicur Pietrino con una carezza.
Passiamo da qui per andare dai bambini, seguimi gli indic
Corrado.
Il giro continu in un'altra ala dell'ospizio. Per arrivarci attraversarono
il cortile interno. Di fronte alle finestre del piano
terra stavano seduti quelli che Corrado chiamava i bambini.
Sei uomini di circa vent'anni dai capelli rasati a zero. Avevano
le mani appoggiate ai braccioli e la testa leggermente reclinata.
Non potevano camminare e si esprimevano solo a monosillabi.
Guardavano impassibili fuori dalla finestra, rapiti da chiss quali
pensieri. Quando si accorsero del loro ingresso, alzarono il capo
come nel nido gli uccellini all'arrivo dei genitori. Portavano al
collo un bavaglio, cucito dalle volontarie, con cui Corrado gli
asciug la saliva che colava sul mento. Poi prese dalla sporta che
aveva con s un appuntito bastoncino di lentisco e gli tolse dai
denti dei residui di cibo.
Pietrino era sempre pi stupito. Corrado gli spieg: Li ho
chiamati bambini perch gli racconto delle storie. Preferiscono
sempre quelle dove i Templari escono vincitori. Per questo tralascio
come protagonista re Filippo....
... E papa Celestino! aggiunse il fratello.
Mentre gli passava fra le terga prima lo straccio pulito imbevuto
d'acqua e poi l'unguento a base di mentuccia e olio per
prevenire le piaghe, Corrado proseguiva una fiaba cominciata il
giorno prima in cui un giovane cavaliere salvava il Santo sepolcro
dall'attacco dei musulmani.
Il resto ve lo racconter pi tardi.
Domani  il giorno pi difficile per loro - aggiunse - per evitare
i blocchi intestinali ogni settimana li purghiamo. Poi bisogna
pulirli da cima a fondo.
Pietrino lo ascoltava colpito dalla sua totale dedizione. Corrado
si districava con entusiastica agilit fra gli strazi di tutti. Le
loro storie gli fecero capire che il dolore attaccava senza distinzione
i giovani come gli anziani, il ricco diseredato o il povero
analfabeta.
Corrado nei tuoi occhi non leggo commiserazione. Li tratti
come se fossero integri gli sfugg all'uscita dell'ospizio.
Fratello caro, Celestino e gli altri bambini sono pi sani di
me. Altro che immagine vivente del peccato, come vengono
definiti da alcuni! Non finir mai di ringraziarli. Mi permettono
di portare avanti la mia penitenza e nel contempo mi vogliono
bene.
Chi se lo poteva aspettare - gli disse Pietrino - che nel giro
di poco tempo saresti riuscito a cambiare cos radicalmente? Porti
con tale disinvoltura questo ruvido saio grigio! Non pensavo ti
saresti abituato. Indossavi i pi morbidi tessuti che provenivano
dalle Fiandre e dall'Oriente. Sul tuo volto non trovo traccia di
quell'espressione arrogante con cui ti ponevi agli altri. Ora trasmetti
solo pace: ti ammiro davvero. Anche io desidero aiutarti.
Verr pi spesso.
Che Dio ti benedica Pietrino. I bisognosi aumentano di
giorno in giorno.
Pietrino sorrise abbassando gli occhi come se un pensiero malizioso
gli stesse attraversando la mente.
Corrado se ne accorse subito. Perch sorridi? gli domand
incuriosito.
Non  che adesso qui in ospizio mi diventi un maestro di
onanismo come nostro fratello Jacopo?
Pietrino s'era subito pentito di quel passaggio fuori luogo
dai nobili sentimenti di generosit a quella battuta sulle loro prime
pulsioni sessuali. Ma Corrado non ne parve affatto turbato.
Scoppi anzi in una fragorosa risata e replic: Per ora no. La sera
sono troppo stanco. Ricordi quando da ragazzi dormivamo nudi
nello stesso letto con Jacopo nel mezzo? Gli facevamo credere di
esserci addormentati e quando ci dava gettavamo in aria le coperte.
Quante botte!.
Imbaldanzito, Pietrino rincar la dose: Senza volerlo ci insegn
pure tanto! E quando Jacopo andava con quella contadina
che allevava capre e ci mettevamo a spiarli?.
Corrado ricordava benissimo: Si chiamava Fausta. Qualche
anno dopo svezz pure noi. Poveretta: pur di non avere altri figli
ci faceva infilare quella guaina che ricavava dal budello delle sue capre.
Anche Pietrino s'era messo a ridere. S'erano lasciati con la
spensieratezza di allora.
Sulla strada del ritorno Pietrino ramment il motto che Corrado
aveva fatto suo in quegli anni: Vorrei essere il primo fra di
loro piuttosto che il secondo a Roma. Ecco, adesso gli calzava
alla perfezione: era il primo cavaliere di Madonna povert.
Da quel giorno si rec quasi tutti i giorni all'ospizio. Quando
tornava al castello si sentiva sempre pi leggero. All'inizio raccontava
a loro padre di quello che facevano. Ma aveva l'impressione
che non gliene importasse nulla. Cos smise di aggiornarlo.
Anche Meo si recava spesso al romitorio. Aiutava Corrado nei
lavori pratici di cui c'era necessit: riparare una panca, sistemare
le tegole del tetto, costruire un nuovo giaciglio.
A dicembre venne ad annunciargli che Enza aspettava un
bambino. Corrado ne fu davvero felice. Un altro segno che la
direzione intrapresa era quella giusta. Sussurr quella bella novit
a Eufrosina, prima di addormentarsi, e gli parve che anche lei ne fosse entusiasta.
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CAPITOLO 15.
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L'inverno del 1315 si rivel particolarmente freddo. Nonostante il
gelo avesse reso molto dura la terra, sul retro del monastero Eufrosina
aveva cominciato a predisporre l'orto. Quello che aveva trovato al suo
arrivo non si poteva certo definire tale. Erbacce, erbe medicinali e verdure
crescevano alla rinfusa in aiuole di forme e dimensioni diverse.
Per prima cosa disegn su una grande pergamena la suddivisione
delle coltivazioni. Diciannove aiuole della stessa grandezza,
larghe sessanta centimetri e lunghe tre metri, distanti l'una
dall'altra cinquanta centimetri. Queste corsie sarebbero servite sia
come canali dove far confluire l'acqua in eccesso sia come viottoli
per raggiungere con facilit gli ortaggi.
Ciascuna di quelle diciannove isole avrebbe accolto una specie
diversa. Le voleva sistemare in ordine alfabetico per semplificare
l'individuazione: aglio, barbabietole, broccoli, carciofi, carote, cipolle,
fagioli, fave, finocchi, lattughini, piselli, porri, prezzemolo,
ruchetta, rapanelli, salvia, sedano, spinaci, zucche.
Il muro antistante l'ingresso dell'orto era esposto a sud e risultava
quello pi riparato. Nei pressi di questo decise allora di coltivare
le erbe medicinali prime fra tutte rosmarino, ruta, menta,
ricino, erba medica, acetosella, salvia e tarassaco.
Suor Matilde approv il progetto ma le propose di aggiungere
un'aiuola da lasciare totalmente incolta per far crescere le erbe
spontanee: Anche loro fanno parte della Divina creazione.
A fine dicembre Eufrosina estirp con la zappa tutte le erbacce.
E dopo le copiose piogge di gennaio, quando il terreno risult
finalmente pi morbido, prese a dissodarlo con la vanga a una
profondit di circa trenta centimetri. Si rivel un lavoro molto
pi faticoso del previsto. Dopo dieci giorni di lavoro le erano venuti
i calli sui palmi delle mani. La sera andava a letto stanchissima
ma soddisfatta. La terra scura e lucida emanava quel profumo
di umida fertilit che le ricordava la sua infanzia a Zorlesco.
Quella era solo una forma di passaggio verso l'orto vero e
proprio. Lasci riposare il terreno un paio di giorni, poi si procur
spago e paletti e con questi disegn il perimetro delle aiuole.
Aveva scavato con la pala le corsie divisorie utilizzando il terriccio
per alzare il livello delle zone da seminare. Fra i solchi delle zolle
distribu lo stallatico, frantumando con la zappa quelle pi grandi
e spolverandole con il rimanente terriccio. Lasci tutto cos per
qualche giorno: le piogge intense avrebbero sciolto il letame. La
terra divenne cos pi docile ai denti del rastrello con cui livell
la superficie fino a renderla uniforme. Le piaceva osservare il terriccio
ridotto alla dimensione di un uovo di quaglia con i piccoli
solchi lasciati dai rebbi. Le dava un'idea di ordine e di accoglienza per i semi.
Con la punta di un cono di legno form dei piccoli buchi
a distanza diversa a seconda della grandezza della futura pianta.
Ci metteva un seme e lo ricopriva, schiacciando il terriccio con
l'estremit tondeggiante dell'attrezzo. A febbraio semin aglio,
carote, fave, piselli e spinaci; a marzo barbabietole, cipolle, finocchi,
lattuga, rughetta; ad aprile fagioli, sedano, porri, zucca e a
maggio broccoli, carciofi, prezzemolo, rapanelli e salvia.
Dopo ogni semina, prendeva da una piccola borsa che teneva
sotto la tonaca il fazzoletto che aveva riempito con la cenere
dell'incendio. Ne spargeva un pizzico su ciascuna aiuola. Quei
piccoli puntini grigi apparivano poveri e insulsi su quella grassa
terra gi fecondata. Ma per lei racchiudevano la forza che avrebbe sviluppato la vita.
Ogni sabato Enza si recava in citt. Portava delle provviste
alla signora e se le mancava qualcosa, si fermava prima al mercato
dove ascoltava anche le ultime novit. Qualche volta ci passava
anche al mercoled quando vendevano vino e pesce.
Le piaceva passare per i vicoli dietro Palazzo Nuovo, anche se
non ci avrebbe mai abitato: amava ormai troppo gli spazi aperti
della campagna. Nei vicoli il cielo appariva solo ogni tanto con
un piccolo ritaglio turchino di forma sempre diversa tra le case
appressate confusamente. Alcune sporgenti, quasi panciute, altre
cos lunghe e strette da sembrare pericolanti. Qualche abitazione
era fornita di una piccola balconata, chiusa per guadagnare all'esterno
spazio. Appese sopra le finestre senza vetri c'erano tende di
grezza tela cerata. A volte svolazzavano mosse dalla brezza leggera
che prendeva slancio a ogni curva per poi allentarsi nei rari slarghi.
Tutti questi panni stesi chiss quanto tempo ci mettono ad
asciugare pensava Enza ogni volta.
Sbucava in piazza Nuova e l un grande chiasso la investiva.
Evitava a fatica il viavai di persone di tutti i ceti sociali:
mendicanti che chiedevano la carit vestiti di stracci, alcuni
senza arti e sorretti da rozze grucce; signori a cavallo, mercanti
che si stringevano la mano per concludere un affare, frettolosi
contadini, soldati che discorrevano a voce alta. Divisi in piccoli
gruppi, tutti presi da un proprio interesse, sembravano
completamente indifferenti alla presenza degli altri. Sotto i
portici di Palazzo venivano allestite un gran numero di bancarelle,
rigorosamente raggruppate per professioni. I primi
banconi erano quelli dei prodotti alimentari dove spiccava
la merce abilmente composta dai verdurai: ardite piramidi di
meloni, lattughe, peperoni, pesche, melanzane, fave, piselli, in
un acceso contrasto cromatico.
Si passava poi davanti ai banchi dei formaggi: quelli tondeggianti
a pasta bianca e gialla, i duri e i molli, gli stagionati e i freschi.
A seguire gli speziali che inebriavano Enza con i loro aromi orientali
da paradiso terrestre. Era poi la volta degli artigiani. A Piacenza stavano
dietro quei banconi molte donne, abili venditrici di pelli, di
ceramiche, di pezze e di tessuti. Qualcuna era persino fabbro. Enza
si intratteneva volentieri a parlare con loro. Ammirava la loro intraprendenza
in un mondo dominato dagli uomini. Se rimanevano
vedove, non si sarebbero fatte abbindolare da lestofanti a caccia del
loro patrimonio. Infine, pi discosti, i banchieri che concedevano il
denaro a prestiti esagerati dietro richiesta di pesanti garanzie.
Un gran chiasso una grande confusione e qualche rischio, di
cui Enza era conscia: i commercianti l'ammansivano, l'adulavano
e l'invogliavano a comperare. La chiamavano presso di loro e se
lei si fingeva scandalizzata dai prezzi troppo alti, iniziava un'estenuante
trattativa. Cercava sempre di stare attenta: in mezzo alla
folla, ladruncoli e finti accattoni erano lesti a infilare le mani nelle
sporte e nelle bisacce. Quando qualche malcapitato se ne accorgeva,
i lestofanti scappavano tra quella calca rincorsi dalle guardie
che il pi delle volte non riuscivano a catturarli.
Quella volta Enza andava di fretta. Un po' perch aveva con s
la figliola appena nata. Ma soprattutto perch voleva al pi presto
controllare di persona una notizia che anche l al mercato tutti commentavano
con sdegno e che l'aveva fatta rimanere ammutolita.
Quando giunse al cospetto di Eufrosina, la signora si accorse
subito che il suo viso era velato dalla tristezza. Poteva ancora essere
provata dal parto, ma Eufrosina intuiva che quel malessere dipendeva
da altro. Qualcosa di indefinito, come una cupa visione.
Ti conosco tanto bene Enza da capire che c' qualcosa che
non va le disse con dolcezza in parlatorio mentre cullava fra le
braccia la bimba addormentata.
Ha ragione signora, sono davvero sconvolta. Oggi sono passata
davanti al vescovado. Badi, lo evito sempre da quando Galeazzo
Visconti ha cacciato il vescovo. Quel posto  uno schifo
ed  diventato pure pericoloso! I suoi sgherri lo hanno ridotto a
caserma con il bordello annesso. Ma stavolta volevo accertarmi
di persona di quello che avevo sentito dire al mercato... Si era
zittita bruscamente, incerta se metterla al corrente di ci che era
avvenuto. Temeva che potesse in qualche modo compromettere
la sua conquistata serenit.
Enza parlami da amica. Non sono solo una monaca di clausura.
Condividere la tua angoscia ti aiuter a stare meglio.
Quella maledetta soldataglia!  salita sul tetto del Palazzo vescovile,
ha distrutto i nidi delle cicogne e ha trucidato i loro pulcini.
Che cosa terribile! - inorrid Eufrosina - Per quale motivo
hanno commesso un'azione tanto crudele contro le cicogne che
hanno sempre portato pace e felicit?
Solo per cattiveria signora. Non c' altra spiegazione. Erano
infastiditi dal modo in cui le cicogne comunicano fra loro: sa
quando sbattono il becco e fanno quel rumore... simile... simile...
a due bastoni: tactactac.
Purtroppo quelle cicogne non torneranno pi. Ormai hanno
perso fiducia negli umani: li considerano tutti dei nemici.
Questo  un presagio nefasto, signora. A Piacenza non c'
pi nemmeno la speranza che la vita si rinnovi.
Non dire cos Enza, proprio ora che sei mamma di questa
bimba meravigliosa. La Vergine ci protegge sempre. Devi pensare
con fiducia all'avvenire. Come avete pensato di battezzarla?
Le daremo il suo nome signora: Maria Eufrosina.
Enza cos mi rendi un grande onore.  come se fosse anche
figlia mia.
Da quando aveva evitato la forca, Meo aveva preso l'abitudine
di recarsi sulla ripa di Fodesta ad assistere alle esecuzioni dei
condannati a morte.
Non lo faceva certo per ricordarsi della sua fortuna n tantomeno
per godere della loro disgrazia ma per quello spirito di
misericordia che l'esempio di Corrado gli aveva trasmesso.
Non appena si accorgeva che le guardie si distraevano tra
schiamazzi e ingiurie, si faceva largo tra la folla e si avvicinava ai
condannati per accarezzarli sul viso, bianco come il guscio di un
uovo. Se non riusciva ad arrivare cos vicino, gli stringeva l'avambraccio
in segno di estrema solidariet. Alcuni di loro, sorpresi da
quell'inaspettato gesto di piet, gli esprimevano la loro gratitudine.
Poteva essere un semplice grazie, un mesto sorriso, uno sguardo
di pentimento o un virile cenno d'intesa. Altri, inermi nella
loro umiliante nudit e impauriti oltremodo da quell'estraneo, si
scansavano lasciando cadere nel vuoto la sua mano. Eppure Meo
voleva credere che anche loro, quando il boia gli annodava la
corda attorno al collo, cercassero il suo volto in mezzo alla gente.
Forse era soltanto una sua impressione, una semplice speranza,
ma questo gli bastava per ritrovarsi accanto a loro sul patibolo a
condividere quell'atroce sofferenza.
Quel giorno, un brumoso 19 dicembre del 1315, Meo non se
lo sarebbe mai dimenticato. Sul patibolo con il nodo scorsoio gi
stretto alla gola c'erano due assassini: Giovanni Canelli e Gabrio
Ingroia.
Non appena il boia ebbe tolto la scala che li sorreggeva, la
grossa trave a cui erano stati appesi si spezz. L'aguzzino ci rimase
sotto; nello schianto si frattur entrambe le gambe per il peso dei
due condannati che gli erano caduti addosso.
Il popolo che fino a poco prima era inferocito contro quei due
malviventi, interpret l'inaspettato epilogo come un miracolo e
chiese a gran voce che Galeazzo dimostrasse piet per gli assassini
rimasti illesi.
Nella confusione generale che ne segu, Meo si fece largo tra
la folla che attorniava il boia. Con la scusa di soccorrerlo gli sfil
la vera che portava all'anulare. Era la sua: quella che il torturatore
gli aveva rubato in prigione.
Galeazzo assisteva all'esecuzione dall'alto del suo purosangue
nero circondato dalle sue guardie personali. Non intendeva dimostrare
nessuna benevolenza per i due miracolati, nonostante
quel segno che al popolo era apparso divino. Ordin che l'esecuzione
venisse ripetuta immediatamente. Per fare alla svelta, diede
indicazioni che al posto del patibolo fosse utilizzata la scala che
stava l, appoggiata alle mura per i lavori di consolidamento. La
gente s'era ammutolita per la protervia con cui Galeazzo osava
sfidare il volere del Signore. Prov nei suoi confronti un odio
feroce, di quelli che rimangono negli anni. Con quel gesto, lui
voleva ribadire la sua decisione di amministrare con fermezza la
giustizia, perseverando cos nell'errore di far apparire la sua
superiore a quella divina.
Con il ricavato dalla vendita dell'anello sottratto al boia, Meo
aveva organizzato una grande cena di Natale per l'ospizio di
Calendasco. Avevano predisposto una lunga tavolata sotto l'atrio
con due file di panche e di sedie per tutti gli ospiti. Una trentina
di bocche da sfamare. Enza sapeva che Corrado amava molto lo
zafferano e pens allora di fargli una sorpresa. Prepar la cena
tutta a base di questa spezia.
I fiori del croco erano considerati un bene prezioso. Alcuni
capitoli degli statuti della citt prevedevano pene severe contro la
contraffazione. Meo per non rischiare truffe aveva comperato lo
zafferano che proveniva dall'Abruzzo, la specie pi preziosa.
Enza aveva preparato con cura un ricco men capace di riscaldare
quel gelido inverno: brodo di cappone, risotto, stinchi
di vitello, lucci, lavarelli, frittate dolci. Tutto in quella notte santa
risplendeva di una sfumatura dorata che colpiva tutti i sensi a
partire dalla vista per passare all'olfatto e giungere infine al gusto.
Era come se l'anello di Meo si fosse diluito in quelle pietanze.
Alla domanda di Corrado su dove avesse trovato il denaro per
quel banchetto, Meo aveva risposto evasivo: La provvidenza mi
ha dato una mano....
Corrado non aveva indagato oltre: gli era riconoscente per il
dono di quella serata speciale. Enza e Meo erano riusciti a dare
gioia agli emarginati e alle libere creature, come i frati si definivano.
Al termine della cena Corrado gli confid: Sapete, anche
io come Francesco sto conoscendo il dolore e la sofferenza. Ma
so che anche lui sarebbe contento di quello che stasera ci
avete offerto con tanta generosit. Francesco desiderava che perlomeno
il giorno di Natale i poveri e gli uccelli avessero di che sfamarsi in
abbondanza. Cos  stato grazie a voi.
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CAPITOLO 16.
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Il 7 agosto del 1316, in un afoso pomeriggio col cielo coperto
da una patina densa come caglio, Eufrosina era intenta a irrigare
l'orto che cresceva rigoglioso in un'allegra variet di profumi e
di colori. Camminava a occhi chiusi fra i vialetti riconoscendo il
profumo aspro e intenso dei ravanelli, quello dolce delle carote,
quello fresco della menta. Quando poi li spalancava era un piacere
per lei osservare le diverse gradazioni di verde, le foglie dei
finocchi e delle carote simili a soffici piumini, le volute contorte
dei fragili rami dei baccelli, i solidi cespi di insalata e le radicate
piante di carciofo. Rappresentavano la bellezza e la diversit del
creato: tutte erano creature di Dio. Anche le erbacce dell'ultima
aiuola, come Matilde le aveva insegnato.
Irrorava l'orto verso sera per evitare che l'acqua evaporasse
troppo rapidamente. Aveva appeso due secchi di legno alle estremit
di un bastone ricurvo e faceva la spola fra l'orto e il pozzo
posto al centro del chiostro da dove dipartivano quattro vialetti
che rappresentavano i sacri fiumi biblici. Una volta riempiti i due
recipienti, li caricava sulle spalle e li vuotava in un terzo sul fondo
del quale aveva praticato dei piccoli fori.
Stava pensando che erano trascorsi quasi due anni dal suo ingresso
in monastero. Avvertiva una serenit quasi palpabile, mai
provata prima. La preghiera, la meditazione e il lavoro l'avevano
avvicinata al Signore. Credeva di essere pronta a prendere i voti. In
cuor suo sentiva che anche Corrado stava facendo i suoi stessi progressi
e questo la confortava ulteriormente. Non aveva mai subito
un richiamo dalla badessa per una bench minima manchevolezza
anche se questo non era un buon segno. Le persone che seguivano
un cammino di purificazione dovevano cadere per poi riflettere
sulle proprie mancanze, chiedere perdono e non commetterle pi.
Una volta era stata costretta ad assistere alla punizione che, dopo il
secondo rimprovero, la superiora aveva inflitto a suor Pancrazia colta
in flagrante a nutrirsi durante un venerd di digiuno. In chiesa,
sdraiata a terra e a pancia sotto, doveva chiedere perdono davanti a
Dio e alle altre sorelle per il suo peccato. Avrebbe preferito trovarsi
lei al suo posto. Suor Pancrazia era cos minuta e delicata. In pieno
inverno era rimasta distesa per ore su quelle fredde pietre coperta
solo dal camice di lino, con una sola candela accesa per rischiarare
debolmente quel buio ostile. S'era ammalata di polmonite. Aveva
rischiato di morire e l'aveva curata.
Non vi erano stati motivi di conflitto con le altre sorelle: la
superiora distribuiva i compiti in modo equo e lei per prima non
aveva mai fatto pesare la sua condizione di nobile. In altri monasteri
le suore appartenenti a famiglie di elevato lignaggio, forti
delle cospicue donazioni al convento, trattavano le servitiales,
povere di nascita e senza dote, alla stregua di sguattere. A volte
anche la fame, il freddo, le poche ore di sonno provocavano conflitti.
Si litigava per motivi banali, come un secchio d'acqua sporca
non svuotato o un pavimento pulito troppo frettolosamente.
Questi suoi pensieri vennero interrotti da un suono di campane
prima lontano poi sempre pi forte. Tutte le chiese di Piacenza
suonavano in una gara festosa su chi faceva pi chiasso.
(Abbiamo il Papa! Abbiamo il Papa! Si chiama Giovanni
ventiduesimo! e ancora Il Papa! Il Papa! Eufrosina sent chiaramente
queste voci che si rincorrevano dall'altra parte del muro di cinta.
Gett a terra i secchi e corse dalla madre superiora per raccontarle
subito la novit.
Vedendola cos concitata Matilde le era andata incontro:
Eufrosina cosa succede?.
Madre, il conclave ha finalmente eletto il Papa. Ho sentito
chiaramente le grida dall'altra parte del muro: si chiama Giovanni
ventiduesimo le annunci.
Il Signore sia lodato, finalmente! Dopo oltre due anni senza
pastore. Presto: raduna le altre sorelle e andiamo in chiesa a ringraziare
Dio per questo dono che aspettavamo da tanto tempo!
Anche a Calendasco le campane della chiesa e quelle dell'ospizio
stavano suonando a festa ma per fra Aristide l'atmosfera era
molto meno allegra.
Conosceva di fama il nuovo eletto, Jacques Duse di Cahors.
Da cardinale era passato dal servire un re, Carlo d'Angi, a un
papa, Clemente V. Aveva poi ricoperto con grande disinvoltura il
ruolo di giurista nel processo che Filippo il Bello aveva intentato
contro la memoria di Bonifacio ottavo. Con grande scaltrezza aveva
preparato per Celestino V il discorso di rinuncia alla sua missione
pastorale aprendo cos le porte al proprio pontificato.
Ambizioso e colto, gracile nel fisico ma dallo sguardo combattivo,
Giovanni aveva rispetto e stima di almeno una parte dei
francescani, i conventuali, quelli cio che avevano aderito alla decisione
papale di depennare dalla regola il versetto del Vangelo
caro a Francesco: Non portare nulla per via, n oro n argento,
n sacco da viaggio; n vestiti, n scarpe, n bastone.
Aristide temeva che il nuovo pontefice avrebbe subito preso in
considerazione la richiesta del nuovo ministro generale dell'Ordine,
Michele da Cesena, di azzerare i francescani spirituali, quelli
che volevano vivere in povert assoluta come propugnato da quel
versetto.
Negli ultimi due anni non era stato eletto n il Papa n il ministro
generale francescano e le due fazioni del movimento fondato
da Francesco non erano certo vissute in letizia. Gli spirituali
avevano occupato alcuni monasteri dei conventuali nei domini
pontifici per sottometterli alla povert assoluta. Questa provocazione
non sarebbe risultata certo gradita a Giovanni, assediato
all'interno da questi movimenti religiosi e all'esterno dall'impero
che cercava di minare la sua pretesa superiorit.
Aristide non aveva apprezzato la nomina di Michele a generale
dei francescani. Lo considerava oltranzista nei confronti degli
spirituali. Avrebbe preferito una figura che cercasse di unificare le
due parti in combutta.
L'esperienza degli anni trascorsi a Montefalco gli aveva insegnato
che le anime si plasmavano dall'interno: nonostante le
monache di Chiara fossero sotto la regola degli agostiniani, Aristide
aveva gestito il monastero con gli insegnamenti dei minori
francescani.
L'obbedienza al Papa era per uno dei fondamenti della regola.
Qualunque cosa Giovanni ventiduesimo avesse deliberato lui vi si
sarebbe attenuto. La geniale intuizione di Francesco era stata proprio
questa: mettere al riparo l'Ordine da accuse di eresia legandolo
all'autorit papale.
Durante la permanenza di Corrado nell'ospizio, Aristide aveva
potuto testare la sua dedizione alla povert assoluta, alla carit,
all'obbedienza e il suo carattere risoluto nell'applicare alla lettera
queste regole impartite da Francesco. Come poteva reagire quel
giovane penitente alla notizia che in quello stesso ospizio la regola
dell'assoluta povert rischiava nel volgere di poco tempo di non
essere pi ben accetta?
Aristide concluse che la cosa migliore fosse di parlarne a suor
Matilde. Eufrosina stava terminando il suo noviziato e fra poco
doveva prendere i voti libera da ogni preoccupazione sul futuro
di Corrado.
Il giorno seguente il frate si rec al monastero dove Matilde
lo accolse con aria particolarmente giuliva. Aristide aveva concordato
che lei sarebbe stata confessata per ultima cos da aver
tempo per poter poi discorrere senza essere disturbati. All'uscita
del confessionale si erano recati in parlatorio.
Oggi speravo tanto di vedervi Aristide! - esord suor Matilde
con sobrio ma sincero entusiasmo - Troppa la gioia per questo
nuovo Papa. Con chi altro potevo condividerla se non con voi
che ci avete sempre confortato in questi anni di buio e di silenzio
delle nostre istituzioni superiori?
Cara madre - replic Aristide - anche io vorrei gioire al vostro
stesso modo. Tuttavia gravi incognite si profilano all'orizzonte,
minacciose come nere nuvole che preannunciano la tempesta.
Cosa intendete dire? gli chiese spaventata.
Intendiamoci, non tanto per noi che siamo ormai avvezzi
alle turbolenze di questo mondo. Mi riferisco a Eufrosina e a
Corrado:  nostro dovere informarli che le elezioni di Giovanni
e di Michele porteranno sconvolgimenti nel nostro Ordine. Probabilmente
la completa povert non sar pi una libera scelta.
Corrado dovr decidere se proseguire il suo cammino da terziario
accettando anche dei compromessi. Oppure sar costretto a
ricongiungersi a Eufrosina e continuare nel sacro vincolo matrimoniale
il suo cammino di penitenza.
Suor Matilde corrug la fronte. Quello che mi state prospettando
 qualcosa di molto grave, dai profili davvero incerti.
Eufrosina  convinta di farsi monaca. Ma sapere che Corrado non
potr pi aderire alla regola originaria sar per lei un trauma. La
scelta di vendere ogni loro bene e di vivere nella povert assoluta
 una decisione estrema. Difficilmente le persone cos convinte
accettano qualsiasi forma di compromesso.
Siete saggia reverendissima madre. Ma forse una soluzione ci
sarebbe... Aveva esitato qualche istante, in dubbio se quello che
stava per dire fosse un'eresia.
Quale? - lo incalz - Non tenetemi sulle spine come al vostro
solito!
Aristide scand bene le parole per darvi il giusto peso: Se
Corrado intraprendesse de facto una vita di assoluta povert....
Suor Matilde lo conosceva bene. Quel frate aveva bisogno di
confrontarsi con lei per convincersi delle soluzioni anche ardite
che confermavano la sua grande lucidit di pensiero. Spesso Aristide
la lasciava quasi sbigottita per questa sua capacit di risolvere
problemi all'apparenza insormontabili. Questa volta per non
riusciva proprio a capire dove volesse arrivare.
Scusate Aristide ma non vi seguo. In che modo pensate di...
Se Corrado conducesse un'esistenza solitaria. Da eremita...
Nei fatti sarebbe assolutamente povero: vivrebbe da solo, in una
grotta di propriet della madre terra. Ma sempre all'interno della
nuova regola francescana. Cos non passerebbe come uno spirituale.
E pensate che potr esserne capace? Gli asceti raggiungono
questa capacit solo dopo anni di preghiera e meditazione.
Sono convinto di s. Corrado possiede qualcosa in pi rispetto
a tutti noi. Si  sottoposto ai lavori pi umili, ha sopportato la
totale indifferenza della sua famiglia senza mai cedere di un passo.
Si  abbandonato completamente alla penitenza e alla preghiera
per cercare Dio. In futuro lo potr cercare conducendo una vita
contemplativa. Senza mediatori. Voi cosa ne pensate?
Matilde riflett qualche istante sperando di esprimersi con
parole ispirate dalla grazia del Signore: Credo che sia nostro dovere
spiegare a Corrado e a Eufrosina la situazione: lasciarli liberi
di decidere. Vorrei che si incontrassero e ne parlassero loro due.
Aristide sorrise pensando che Matilde fosse un'ottima badessa
nonostante alcune insicurezze che ogni tanto mostrava nella gestione
del convento.
Sono d'accordo con lei madre. Le concedo l'autorizzazione
all'incontro.
Si sorrisero uniti in quella complicit tipica delle persone
mosse da una grande armonia di intenti.
Anche Tommaso era venuto a conoscenza dell'elezione di Michele
a nuovo ministro generale francescano e di quella di Giovanni
al soglio pontificio.
L'angoscia per la sorte di suo figlio lo tormentava, il dolore
represso lo stava logorando. Riteneva quelle novit una buona
occasione per far recedere Corrado da quella conversione che giudicava
frettolosa. Reputava suo dovere metterlo al corrente dei
pericoli che sarebbero sopraggiunti per la scelta che a breve lui ed
Eufrosina avrebbero dovuto necessariamente compiere.
Lo convoc al castello, nella grande sala del camino al piano
superiore. Lo aspettava guardando fuori dalla finestra e non si
era accorto del suo arrivo. Era abituato a riconoscerlo dal rumore
della ferraglia quando saliva le scale vestito con l'armatura. Ora
il suo passo scalzo era diventato leggero e Corrado si trovava gi
alle sue spalle.
Pace a questa casa lo salut Corrado con un tono di voce
basso e controllato che non voleva tradire la grande emozione.
Tommaso ebbe un sussulto. Si volt di scatto e stent a credere
di trovarsi di fronte a suo figlio. In due anni si erano incontrati
di sfuggita solo un paio di volte, ai funerali di suo fratello
Giacomo e di suo nipote Alberto morti per febbre tifoide. Il volto
pallido e scavato di Corrado, la barba scomposta, la magrezza del
corpo che sembrava scomparire nel lungo saio grigio gli provocarono
una fitta al cuore. Per un attimo la sensazione di collera
ebbe il sopravvento sulla felicit di rivederlo dopo tanto tempo.
Riprese il controllo in nome dell'obiettivo che voleva raggiungere,
anche se ancora non sapeva come. Era certo per che con
Corrado fosse necessario creare prima una forte empatia e poi,
toccando le corde della sua emotivit, convincerlo della soluzione
che reputava migliore per il bene suo e di quello di Eufrosina.
Pace e bene anche a voi, come state? gli aveva risposto Tommaso
sforzandosi di essere allegro.
Grazie padre sto bene. Sono lieto di rivedervi gli rispose con
un radioso sorriso mentre lo abbracciava. Almeno i denti sono
gli stessi pens Tommaso. Gli sembravano pi bianchi, del colore
delle mandorle appena spellate, forti e spessi, incorniciati dalle
labbra color melograno. Sent sotto le mani le sue spalle ossute e
le scapole che spuntavano aguzze come speroni di roccia. Aveva un
buon odore, diverso dal solito. Non sapeva di zibetto e di ambra - i
profumi che un tempo privilegiava - ma di fiori, anche se non riusciva
a distinguere quali. Quel profumo gli rammentava l'ingresso
di Corrado nell'ordine cavalleresco. La notte prima della cerimonia
l'aveva trascorsa in Duomo per la meditazione in veglia d'armi.
Forse era quella chiesa a strabordare dell'aroma di quegli stessi fiori.
Tommaso pens con nostalgia a quei bei momenti. Dopo la
preghiera e la confessione, la mattina Corrado si era immerso per
il bagno purificatore nella vasca di pietra della navata sinistra per
essere pronto alla messa solenne. Il vescovo Pilori lo aveva messo
in ginocchio sull'altare e aveva benedetto la spada. Con voce ferma
Corrado aveva giurato di difendere sempre la Chiesa da qualsiasi
pericolo: anche a costo della propria vita. Poi il padrino, suo fratello Giacomo, gli aveva consegnato gli abiti di tre colori: bianco per
la purezza di intendimenti; rosso per il sangue che era disposto a
versare per la Chiesa; nero, per esorcizzare la paura della morte. Il
rituale dello schiaffo sulla nuca fu solo un buffetto. Lui e Giacomo
lo avevano accompagnato fuori dalla cattedrale dove ad attenderlo
c'era il suo regalo: Wodan il purosangue con cui Corrado avrebbe
poi vinto il torneo. Quanta gratitudine aveva letto negli occhi di
suo figlio! Seguiti da amici e parenti avevano attraversato in parata
la citt con gli araldi che squillavano le trombe, acclamati da
una grande folla radunata lungo il ciglio della strada principale.
Le dame sorridevano in groppa ai palafreni dalla gualdrappa ricamata
con i colori sgargianti del casato di origine. I cavalieri in
alta uniforme montavano i loro migliori destrieri. Cos per tutto il
tragitto fino al castello dove aveva organizzato i festeggiamenti. Lo
avevano onorato con la loro presenza le cinquanta famiglie pi in
vista della citt, guelfe e ghibelline. A met festa erano sopraggiunti
i Templari piacentini. Li avvolgeva un'aura di mistico rispetto: i
capelli corti, le barbe lunghe, la croce disegnata sul petto. Grande
riconoscimento sociale, grandi aspettative di gloria. Quella sera si
era addirittura parlato della partecipazione di Corrado alla prossima
crociata.
E adesso invece era l, umile e indifeso, coperto di quello
straccio. Quando andava in citt per affari e incontrava gli amici,
Tommaso li evitava per non dover affrontare domande scomode
su quel figlio che nella migliore delle ipotesi veniva definito bizzarro
ma pi spesso bollato come un pazzo invasato. No. Non
poteva accettare cos passivamente quella scelta assurda. Doveva
parlargli con il cuore in mano ma con franchezza e soprattutto
senza falsa retorica. Non sapeva per se ci sarebbe riuscito.
Corrado ho chiesto di incontrarti e sono felice che tu abbia
accettato di vedermi. Mi sei mancato davvero tanto esord
passando al tu mentre si accomodavano sugli scranni vicino alla
finestra. Da l si godeva la vista sui campi di grano, che stentava a
maturare a causa dei frequenti temporali. Molte spighe giacevano
sul terreno, piegate ma non sconfitte, pronte a rialzarsi al primo
raggio di sole. Quest'anno ho capito il bene che ti voglio. Non
sai quante lacrime ho versato e so gi quante ancora ne verser.
Penso sia difficile che te lo possa immaginare: non sono mai stato
bravo con queste cose. Ho evitato di intervenire quando hai deciso
di entrare nell'Ordine francescano. Ti ho rispettato: volevo
vedere se fosse vocazione sincera. Da come sento che ti stai comportando
ritengo di s e ne sono contento. Credo per sia arrivato
il momento di dirti quello che penso. Se me lo concedi.
Annu con la testa. Gli era venuto un groppo alla gola. Anche
per lui non era facile affrontare quel faccia a faccia con suo padre.
Voleva bene a Tommaso ma l'indifferenza che aveva dimostrato
in quel periodo cos difficile l'aveva ferito. Una ridda di sensazioni
confuse lo avevano colpito quando aveva attraversato il ponte
levatoio. Forse una pioggia di frecce gli avrebbe fatto meno male.
Gli era sembrato cos strano non vedere i suoi cavalli nella stalla.
I servitori, abituati a inchinarsi al suo cospetto, si erano dimostrati
sempre amichevoli per avevano mal celato il loro imbarazzo
mentre accennavano a un saluto di forma. In quel vasto salone gli
sembrava di sentire la risata di sua madre Bianchina: improvvisa
e spontanea. Pens che se n'era andata troppo presto. Sentiva le
lacrime salirgli agli occhi, sentiva odori che gli ricordavano lei,
odori della sua infanzia: il profumo della cera d'api con cui lucidava
i mobili per proteggerli dai segni del tempo e quello indimenticabile
del brodo di cappone che gli aveva somministrato
quando a dieci anni era stato colpito dalla tubercolosi. Lei aveva
pregato incessantemente Maria Vergine che lo salvasse e aveva
considerato un miracolo la sua guarigione.
Preso da questi ricordi, quasi non sentiva Tommaso che diceva:
Sono preoccupato per la tua incolumit. Cercavi pace e
invece anche tra voi francescani alberga odio e violenza. Sono
peccati anche peggiori di quelli che ci sono nel mondo perch
dettati da esasperazioni dottrinali che rendono le persone irragionevoli
ed esaltate. Considera per che io non voglio che
tu stia dalla parte dei conventuali. Per il tuo modo di essere
cos ligio alla regola originaria non ti adatteresti a una povert
fittizia. Il vero pericolo che intravedo  che tu protenda per gli
spirituali, pi vicini al tuo sentire, mettendo cos a repentaglio
la tua vita: scomunicato, eretico e infine condannato al rogo.
Non potrei mai sopravvivere a un dolore simile. Perch invece
non porti avanti la tua vocazione di terziario qui, a casa, assieme
a tua moglie Eufrosina?.
Corrado sospir. Suo padre aveva toccato i temi che lo tormentavano
da mesi senza giri di parole, sintetico come solo lui
riusciva a essere. Prese una pausa per riflettere bene sulla risposta
Voleva essere del tutto sincero ma senza ferirlo ulteriormente.
Non ti nego che le tue parole mi hanno toccato nel profondo...
adesso non starei male se cos non fosse. Temo per la mia
anima, non per il mio corpo. Per la sua salvezza sarei disposto allo
stesso martirio di nostro Signore. La penitenza che sto scontando
per i miei peccati mi serve a trovare pace. Sapere che i francescani
non vivono in fratellanza mi sconvolge. Siamo in balia di una
corrente, simile a quella del Po: ti trascina via con mite dolcezza
senza quasi che tu te ne accorga. La superficie dell'acqua  appena
increspata, non  impetuosa come quella di certi fiumi. Ma
senza che tu te ne accorga diventa ben pi pericolosa perch ti
coinvolge in quei mulinelli che ti trascinano gi sul fondo. Fino
all'inferno.
Ti sento scosso da tutte queste preoccupazioni disse Tommaso.
Gli prese le mani fra le sue, sorpreso dalla ruvida pelle
screpolata e dagli spessi calli sui palmi. Pens che un tempo erano
protette dal pellame di morbidi guanti mentre adesso era come se
appartenessero a un'altra persona.
Padre sono turbato. Prego Dio che non mi abbandoni! gli
confess Corrado abbassando la testa.
Fra un mese terminer il noviziato di Eufrosina. Non credi
sia giusto che decidiate insieme sul vostro futuro?
L'influenza che la moglie aveva su di lui era ancora grande.
Tommaso lo sapeva bene. Nel vederlo cos confuso, Eufrosina
avrebbe potuto far pendere il piatto della bilancia verso quella che
gli appariva la decisione pi sensata.
Corrado si raddrizz appoggiandosi allo schienale della poltrona
che gli si piant fra le scapole. Alz lo sguardo guardandolo
dritto negli occhi. S, penso tu abbia ragione. La fiducia che nutre
in me  assoluta. Mi sta aiutando davvero tanto. Se non l'avessi
percepita cos vicina e cos intensamente, non credo sarei riuscito
ad arrivare fino a qui. Chieder ad Aristide il permesso di parlarle.
Si salutarono con un abbraccio senza aggiungere altro, anche
se entrambi sapevano che l'incontro con Eufrosina si sarebbe rivelato
decisivo per la loro vita.
Prima di tornare all'ospizio, Corrado voleva fare una passeggiata.
Sentiva il bisogno di stare da solo nel tentativo di riordinare
le idee. Quando la pressione di quelle giornate cos intense fra
lavoro e meditazione diventava insostenibile, gli piaceva uscire e
incamminarsi verso il Po dove prendere una boccata d'aria fresca
e osservare il rinnovarsi di quella natura che aveva offeso ma non
distrutto. Lo distraevano i boschi, gli uccelli, gli insetti. Senza pi
un pensiero fisso avvertiva maggiormente la gratitudine a Dio per
quello che aveva creato.
Percorse qualche chilometro sulla strada di terra battuta in
direzione del fiume fino a trovarsi in aperta campagna. Si era
fermato rapito dalla bellezza di quel posto.
Nel caldo torrido si sentiva solo il frinire ossessivo delle cicale,
impegnate in un'ultima gara di rumore prima che il calar del sole
le costringesse al silenzio.
In lontananza scorgeva sfocati il castello e i campanili del
borgo di Calendasco. Nel mezzo solo una vasta distesa di grano
ancora acerbo. Colpito dalle tempeste aveva forma e colore
diversi: verde intenso gli steli dritti, argentato le spighe piegate.
Si inginocchi nei pressi di un olmo solitario e si mise a pregare
sempre pi assorto fino a quando si immerse nella meditazione.
Sent una voce dolcissima che lo chiamava. Proprio l davanti a
lui, sopra una nuvola gli apparve la Vergine avvolta in una veste
azzurra. Sotto di Lei c'erano un frate dal saio grigio e un soldato
dall'armatura lucente. Identici di profilo. Corrado cap che si
trattava sempre di lui: le due facce di se stesso.
Il suo bisogno di verit prese il sopravvento sullo stupore che
lo aveva paralizzato. Ebbe il coraggio di domandarle: Madre santa,
vi prego, ditemi voi qual  la decisione giusta. Lei gli rispose
con queste semplici parole: Trova l'unico modo per restare un
puro cavaliere. Poi l'immagine con la stessa velocit con cui era
apparsa, si dissolse. Spaventato dall'apparizione, incredulo e senza
neppure avere la forza di rialzarsi, Corrado cadde in trance per
molte ore. Quando si riprese, sconvolto e incapace di qualsiasi
pensiero, riusc solo a rimanere in raccoglimento con quelle parole
scolpite nel cuore. Fece ritorno al romitorio che era ormai sera
mentre Aristide si stava accingendo a chiudere il portone.
Corrado, ti senti bene? gli chiese preoccupato perch gli
leggeva negli occhi lo sguardo perso di chi  sconvolto da un
dubbio tormentoso.
Oggi un turbinio di emozioni mi confonde. - confess Corrado
con voce tremula - Mi sembra di essere tornato a quel giorno,
quando ho incendiato la foresta. Come allora ho avuto una
visione. Vorrei credere a quello che ho visto oggi. Ma non so se ci
riesco, Aristide, non so se ne sono degno.
Parla dunque. Ti ascolto.
Questo pomeriggio mi trovavo fra i campi qui vicino raccolto
in meditazione. Chiedevo al Signore un segno che mi facesse capire
quale strada dovessi prendere per la salvezza della mia anima. Mi
sono lasciato andare. La mia mente era completamente sgombra
dai pensieri, aperta a qualunque segno. In cielo mi  apparsa l'immagine
della Vergine. Sotto c'erano un cavaliere e un frate entrambi
con le mie sembianze. Ho chiesto alla Signora celeste di indicarmi
una via e Lei mi ha detto di preservare sempre la mia purezza
di cavaliere. Ma come posso capire, come posso riuscirci Aristide?
Il frate era rimasto molto colpito da quel racconto. A un altro
forse non avrebbe creduto ma a Corrado s. Senza riserve. Non
posso dirtelo io. Durante questo periodo ti ho osservato nel lavoro
quotidiano. In confessione mi hai reso partecipe dei tuoi peccati.
Possiedi una qualit rara: grande determinazione a provare
pentimento e a migliorare per la salvezza della tua anima. Oggi
hai ricevuto un grande dono. Ricordati che Maria intercede verso
il Redentore: gli ha posto Lei quella domanda a cui non riuscivi
a darti una risposta. Le sue parole erano le parole del Signore.
Vedete come sono ancora cieco? Me ne vergogno profondamente.
Una parte di me non riesce ancora a capire come mai Dio
sia cos buono con me. Non l'avevo capito allora non me ne sono
accorto adesso! si disper Corrado contorcendosi le mani.
Non confondere la stoltezza con l'umilt. - lo ammon mettendogli
una mano sulla spalla - Quando un bambino riceve un
regalo gli sembra dovuto. Da adulti pensiamo subito a ricambiarlo
anche se non ci piace e questo forse  ancora peggio. Tu sei
nella Grazia; oggi hai ricevuto il dono di sentire Ges: non te ne
sei neppure accorto perch ti sembrava un dono troppo grande e
credevi di non meritartelo.
Avete ragione padre.  arrivato il momento di decidere se
proseguire la mia strada da penitente insieme a mia moglie oppure
continuare il mio percorso qui con voi. Le chiedo il permesso
di incontrare Eufrosina per decidere insieme quale sia la nostra
strada, prima che prenda i voti.
Approvo. Stasera ascolta attentamente ci di cui parleremo
con gli altri fratelli. Sono sicuro che dopo vedrai Eufrosina con
lo spirito giusto.
La piccola comunit dei penitenti era riunita in refettorio
intenta a lavare le masserizie personali e quelle utilizzate dagli
assistiti dell'ospizio. Alla luce del camino acceso non era facile distinguere
i tratti del loro viso ricoperto dalla barba piuttosto corta.
Avevano tutti circa trentanni, i capelli scuri rasati sulla nuca.
La corporatura, forte per il lavoro fisico e magra per i digiuni, era
camuffata nei lunghi sai grigi trattenuti in vita dalla corda. I tre
nodi rappresentavano Padre, Figlio e Spirito Santo. Le loro storie
di vita erano le pi diverse, ma una volta entrati nell'ospizio tutti
avevano cercato di allontanarsi dalla propria identit e questo li
rendeva ancora pi simili tra loro.
Dopo cena Aristide era solito commentare con i terziari gli
episodi della vita di Francesco. Ma quella sera aveva scelto un
passo dell'Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura da Bagnoregio
che come ministro generale dell'Ordine meglio di altri, secondo
lui, aveva cercato di superare dialetticamente le divisioni
all'interno dell'organizzazione francescana.
Intanto che i suoi compagni rigovernavano, Aristide continuava
a lisciarsi pensieroso la lunga barba bianca come se cercasse
la concentrazione necessaria. Poggi il libro sul leggio e lesse
questo passaggio scandendo le parole in modo chiaro e comprensibile:
Il mondo  una scala tramite cui noi saliamo verso Dio;
durante questo percorso, incontriamo le tracce della presenza di
Dio; alcune sono spirituali, altre materiali; alcune temporali, altre
eterne; alcune fuori di noi, altre dentro di noi. Per giungere
a comprendere il Primo Principio, Dio, che  il pi spirituale
ed eterno e che  al di sopra di noi, ci  necessario peregrinare
attraverso le tracce di Dio che sono materiali e temporali e al di
fuori di noi. In questo modo, imbocchiamo la via che conduce a
lui. Dobbiamo quindi penetrare nel nostro stesso spirito, in cui
l'immagine eterna e spirituale di Dio  all'interno di noi. Infine,
dobbiamo passare in ci che  eterno, sommamente spirituale e
al di sopra di noi. Si potranno trovare Dio, in quanto Unit e la
Santa Trinit.
Non tutti i frati colsero il significato di queste parole. Assistendo
al loro sgomento, Aristide li incalz: Fratelli, perch ci
possiamo definire Ordine serafino?.
Il pi lento a capire era fra Cristoforo. Proveniva da un'umile
famiglia di contadini e balbettava quando si sentiva sotto
pressione. Cristoforo non aveva potuto studiare ma Aristide con
le antiche testimonianze della vita di Francesco, lo Speculum
perfectionis, gli aveva insegnato a passare dal particolare di una semplice
metafora al suo significato recondito e universale. Grazie
alle spiegazioni del padre guardiano, il giovane frate era riuscito a
cogliere nei semplificati episodi della vita del santo il loro valore
pi profondo.
Senza smettere di spazzare per terra, rispose timidamente e
col timore di sbagliare: Credo perch su... sul monte della Verna
il Serafino  apparso a Francesco pe... per dargli le stimmate.
Bravo Cristoforo proprio cos! - lo gratific Aristide - Dopoch
trascorse da solo giorni e notti sulla Verna raccolto in preghiera,
Francesco chiede a Dio di provare le stesse sofferenze di
Ges. Gli appare in croce il Serafino-Cristo con sei ali rosse che
riflettono la carit di Dio. Due di queste lo avvolgono. Fuori di s
Francesco vede una luce intensissima che lo irradia, poi la sente
dentro perch altre due ali avvolgono la sua anima ormai degna
e pura. Infine il Serafino-Cristo pone le ultime due ali sulla testa
di Francesco eliminando cos qualsiasi filtro nella divina contemplazione.
Poi il santo sale la scala del Paradiso fino al gradino pi
alto e il Signore gli dona quello che pi desidera: le stimmate per
fargli provare le stesse sofferenze del suo figlio prediletto.
Aristide perch le ali del Serafino-Cristo sono sei? era intervenuto
fra Mario, il pi anziano dei cinque penitenti e anche
quello pi attento al dettaglio. A fatica cercava di sganciare dal
camino la grossa marmitta di rame ormai vuota evitando di scottarsi.
Aveva circa quarant'anni e si distingueva dagli altri per la
barba e i capelli brizzolati. In passato aveva svolto la professione
di mercante e poi era diventato un valido predicatore. Riusciva
nel difficile compito della predicazione agli emarginati che si fermavano
all'ospizio. Era molto abile nell'identificare le anime pi
ricettive e su queste concentrava i suoi sforzi. Quanto pi scorgeva
in loro rabbia, quanto pi bestemmiavano o erano violenti
tanto pi riusciva ad ammansirli. Non aveva una tecnica uguale
per tutti. Come gli diceva scherzosamente fra Matteo si metteva
nei loro panni o meglio, nelle loro pezze. Mario sapeva come arrivare
dritto al loro cuore. Prima li ascoltava facendosi raccontare
la loro vita poi lavorava su quelle che chiamava le fratture, quei
momenti dell'esistenza nei quali si rompeva qualcosa che non si
ricomponeva pi come prima. Mario sosteneva che proprio le
persone all'apparenza meno bisognose d'amore erano quelle che
pi ne avevano necessit. Il suo compito era proprio quello di individuare
i loro traumi. Ascoltarli e mostrare loro comprensione
lo aiutava a renderli pi aperti al messaggio d'amore universale
propugnato da Francesco.
Per rispondere con le giuste parole alla domanda di Mario
sul motivo delle sei ali del Serafino, Aristide rivolse verso l'alto lo
sguardo ispirato: Vi ho detto che Dio si pu trovare fuori di noi,
dentro di noi e sopra di noi. Ognuno di questi modi si sdoppia
a seconda se consideriamo Dio principio o fine ultimo. Per questo
ciascuna ala simboleggia i sei gradini di cui disponiamo per
raggiungere Dio: senso, immaginazione, ragione, intelletto, intelligenza,
apice della mente. L'anima viene cos preparata a salire al
settimo gradino, l'ultimo, quello che Bonaventura chiama il rapimento
mentale o mistico, in cui si d pace all'intelletto e l'amore
trapassa totalmente in Dio. Quanto accaduto a Francesco sulla
Verna ci insegn che attraverso la contemplazione amorosa del creato
si sale fino al termine della ricerca: l'unione mistica con Dio.
Quindi questa scala di cui parlava Bonaventura  la strada
da seguire per arrivare rapidamente a essere perfetti sottoline
Matteo occupato a sciacquare nel catino le scodelle di coccio
senza per metterci troppa foga. Forse pi degli altri aveva ansia
di purificazione. Nella sua vita precedente si era dedicato a ogni
sorta di vizi sperperando una fortuna col gioco dei dadi, col bere
e con le donne. Il ravvedimento non era legato a un avvenimento
preciso. Semplicemente aveva cominciato a leggere il Vangelo
con occhi diversi e aveva deciso di applicarlo aderendo al francescanesimo.
Della sua vita precedente serbava come monito la cicatrice
sulla guancia sinistra, per una coltellata ricevuta in osteria
durante la rissa con un baro.
Matteo aveva per mantenuto il senso dell'ironia e la capacit
di comunicare doti che lo rendevano un ottimo predicatore, al
pari di Mario ma con un approccio diverso, pi plateale. Matteo
era il compagno che meglio aveva inteso il messaggio della perfetta
letizia del fondatore; se quando chiedeva l'elemosina veniva
cacciato a male parole o se mentre predicava qualche contestatore
gli tirava addosso escrementi o pietre, lui ne era contento
e rispondeva: Queste sono carezze rispetto alle pene subite da
nostro Signore Ges Cristo.
Fratello Matteo se vuoi interpretare la scala in questo modo
ti dico s, hai ragione. - gli rispose Aristide - Tuttavia ciascuno
di noi possiede attitudini diverse. Chi  pi portato alla predicazione,
come te o come Mario, chi allo studio come Corrado,
chi al lavoro manuale come Cristoforo. Alcuni di noi sono pi
veloci a salire i gradini, altri pi lenti, ma tutti facciamo parte del
disegno di Dio. Prendiamo un esempio che vi riguarda da vicino:
la predicazione. Difficilmente quando parliamo alle masse insinuiamo
la bont nel cuore di quanti ci ascoltano. S'infervorano
quando ci scagliamo contro le ingiustizie sociali o critichiamo il
lusso del clero secolare. Ma sono fuochi di paglia: tutti poi tornano
alle loro faccende. Con la predicazione individuale a volte
ci riusciamo. Il nostro esempio suscita in qualcuno il desiderio di
emulazione. Allora dobbiamo fermarci, magari a met di quella
scala, proprio per stare vicino alle persone che pi hanno bisogno
di noi: i malati, i poveri, gli emarginati. Tutti per arriveremo
all'ultimo gradino magari anche solo sul letto di morte e l avremo
la remissione dei nostri peccati.
Mentre asciugava i piatti che Matteo gli passava, fra Ubaldo
avvert il sangue affluirgli alla testa. Quelle parole gli avevano
provocato il pizzicore che era immancabile preludio a una delle
sue uscite polemiche, tipiche dell'ex uomo di legge abituato alla
retorica: Padre se fosse come dici, i soli degni di godere della
conoscenza di Dio nel corso dell'esistenza terrena sono i fratelli
eremiti che si dedicano a una vita di contemplazione. Noi che
siamo qui a disposizione degli infermi e dei malati non siamo
solo minores ma anche religiosi di rango inferiore.
Ubaldo si era convertito per un voto. Aveva chiesto al santo
che la figlia guarisse da una grave malattia e il miracolo era avvenuto.
Portava sempre stampata sul volto una strana espressione:
gli occhi erano spesso socchiusi nell'atteggiamento di chi ride
sornione. Le labbra sottili per non erano tese in un aperto sorriso.
Usava lo stesso tono per dire tutto e il contrario di tutto.
Non si capiva se volesse far polemica per il gusto di infiammare
gli animi o se davvero provasse dissenso o indignazione. Il suo
interlocutore era disorientato, non capiva il senso delle sue parole
e innescava un'atmosfera di irritazione. Chi lo conosceva
bene per sapeva che quel suo modo di porsi significava che si
stava aprendo al dialogo. Voleva solo mettere alla prova l'altro
per capire se, rispondendo a tono, credesse davvero a ci che
aveva detto.
Tu fratello Ubaldo faresti perdere la pazienza anche a un santo,
per rimanere in argomento comment Matteo suscitando l'ilarit
negli altri. Lui non si scompose minimamente e mantenne
la stessa espressione, lasciando cos intendere che la sua domanda
in realt nascondeva solo interesse per l'ulteriore spiegazione di
Aristide: Ricordati Ubaldo che anche Francesco era in dubbio se
portare avanti la vita apostolica o la pura vita contemplativa. Anzi
forse quest'ultima era la sua umile ambizione. Dobbiamo per
rammentarci come risolse il dilemma.
Intervenne Corrado che fino a quel momento era rimasto silenzioso,
intento a raccogliere dal tavolo una per una le briciole di
pane per sfamare gli uccellini: In verit Francesco fece domandare
a Chiara quale direzione prendere. Lei rispose che il compito
affidatogli da Dio era quello di essere un pastore di anime.
Proprio cos. - conferm il padre Custode - Francesco lo
chiese non solo a lei ma anche ad altri compagni di cui si fidava
ciecamente. Fino a quando il nostro Ordine era composto da
dieci, quindici fratelli, era pi semplice rispettare la regola iniziale.
Adesso che siamo migliaia, tutti portano la loro esperienza,
animati dallo stesso desiderio di onorare Dio con il lavoro
che deriva dalle proprie capacit e attitudini. Non tutti siamo
portati o possiamo dedicarci a una vita di pura contemplazione.
Ma viviamo comunque tutti sotto il segno della santa obbedienza
alla Chiesa.
Mario era il pi vicino agli spirituali e proprio per questo
aveva pi bisogno degli insegnamenti di Aristide. Pi sapeva, pi
capiva come fosse facile, nell'entusiasmo della conversione, sconfinare
nell'eresia. Padre, tutti noi desideriamo essere perfetti. Gli
spiritualisti sono scappati in Sicilia: sotto la protezione di re Federico
possono dedicarsi alla vita ascetica nella povert pi totale.
Perch non potremmo fare altrettanto anche noi?
Dimentichi che Bonaventura nelle sue Collationes cerc di
ricongiungerli a noi conventuali. - lo ammon Aristide - Riprese
la profezia di Gioacchino da Fiore secondo cui dopo la fine
dell'epoca del Padre, rappresentata dall'Antico Testamento e di
quella del Figlio, simboleggiata dal Nuovo, saremmo vissuti gi
nella terza epoca, quella dello Spirito Santo, dove i monaci spirituali
avrebbero preso il sopravvento sulla Chiesa. Bonaventura
super questa profezia del monaco calabrese sostenendo che la
nostra era solo un'epoca di transizione. Secondo il ministro generale,
Francesco non era l'angelo apocalittico con le stimmate
che inizia il terzo status, come sostengono gli spirituali, bens
una figura pi simile a quella di Giovanni Battista che annunciava
l'arrivo di una nuova epoca di perfezione. Le stimmate
di Francesco ci dimostrano che lui  talmente perfetto da non
poter essere imitato da noi ma solo ammirato. Lui ci aspetta
come l'angelo del sesto sigillo che porter la salvezza al mondo!
Bonaventura sosteneva che per arrivarci noi peccatori dovremo
prepararci, con la partecipazione attiva nella societas con lo studio
e con il lavoro. L'esempio e la predicazione costituiscono i
soli mezzi con cui possiamo aiutarci vicendevolmente a progredire
verso il terzo status, nessuno escluso, ma ciascuno con le
proprie migliori qualit. In questa maniera ci evolviamo in vista
di quella estatica felicit che, dopo il breve passaggio dell'Anticristo
e la fine del mondo, coinvolger tutti noi. Se gli spirituali
adesso prendessero il sopravvento, cosa succederebbe? Nessuno
potrebbe lavorare, studiare, non ci sarebbe pi bisogno della
predicazione e neppure di aiutare il prossimo perch saremmo
gi in quello status perfetto.
Tutti avevano ascoltato con devozione attenta, intimiditi dalla
profondit di quei pensieri. Alla fine Mario aveva osato rompere
il silenzio: Padre, avete ragione... - aveva ribattuto - ma i
nostri fratelli spirituali sono gli unici che possono considerarsi
liberi di seguire l'esempio del nostro fondatore.
Se tu vuoi seguire la regola con quello spirito sei libero di
farlo. Attenzione per: ricorda che il principio ispiratore della nostra
regola, la geniale intuizione di Francesco  l'obbedienza alla
Chiesa. Senza l'obbedienza il nostro Ordine avrebbe vita breve.
Ricordi l'episodio della gallinella nera? Mario annu col capo
mentre si sedeva sulla panca. Una notte Francesco aveva sognato
questa chioccia e i suoi pulcini. Erano cos tanti che per quanti
sforzi facesse non riusciva a scaldarli tutti sotto le sue ali. Lui era
l'umile gallinella nera e noi siamo i suoi pulcini. Quando noi
discepoli eravamo in pochi il Santo riusciva a far rispettare la
regola originaria, quando per abbiamo cominciato a crescere di
numero  diventato impossibile. Gli spirituali sono pochi, sono
eccezioni sia pure pericolose. Se non seguiranno le indicazioni di
Bonaventura, perseverando nel rifiutare l'autorit del Papa, respingendo
i sacramenti perch considerano indegni i sacerdoti,
finiranno per permettersi ogni sorta di libera interpretazione del
Vangelo e dei Sacri Testi. Vedranno segni che non esistono, come
se leggessero con lenti che ingigantiscono o rimpiccioliscono le
parole. In ogni caso daranno spazio a interpretazioni che li porteranno
a dire e compiere eresie condannandosi cos all'Inferno.
Gli altri frati tornarono ad ammutolirsi per la forza delle parole
di Aristide. Fu ancora Mario a intervenire: Dividere la Santa
Trinit in tre status rappresenta un errore teologico perch Dio 
uno e trino.
Aristide si compliment per la sua intuizione. Esattamente.
Non avevo finito di spiegarvi il pensiero di Bonaventura: gli
spirituali seguaci di Gioacchino da Fiore considerano la terza
epoca come un avvenire storico, fino alla fine del mondo. Non
la ricompongono nel giudizio ultimo, ovvero nel ritorno al passato,
alle origini, dove esiste l'unica perfezione incorruttibile. In
questo modo sminuiscono il ruolo del figlio di Dio e della sua
stessa Chiesa alla direzione dei monaci spirituali. Un'eresia che
la Santa Sede non tollera e non tollerer mai, a maggior ragione
con questo Papa.
Tutti rimanevano assorti per darsi tempo di assorbire questi
ragionamenti. Il conflitto fra i conventuali disposti a modificare
la regola e gli spirituali cos rigorosi li coinvolgeva quotidianamente
in prima persona. A Piacenza molti gruppi eretici propagandavano
le proprie tesi, assurde ma seducenti, protetti dallo
scomunicato Galeazzo e loro facevano fatica a contrastarli. Aristide
per li aveva aiutati a capire meglio quale fosse la missione
da perseguire.
Cristoforo sembr soddisfatto: D'ora in po... poi, ogni
sera, salir la scala per recarmi nella mia cella animato da uno
spirito diverso. Se durante il giorno avr accudito i malati e i
pellegrini in perfetta letizia, senza farmi prendere dalla rabbia se
qualcuno di loro mi risponde male o non mi rispetta, avr salito
un gradino in pi.
Ne  passato di tempo da quando aprivi a caso il Vangelo
per trovare le risposte alle domande disse Matteo dandogli una
bonaria pacca sulla spalla.
Si erano diretti in silenzio presso la chiesetta dell'ospizio per
recitare le preghiere di compieta. Terminate le orazioni avevano
spento tutte le candele tranne quella che rimaneva sempre accesa
sotto il crocefisso.
Quella sera l'immagine di Cristo con i tre chiodi che lo obbligavano
a una dolorosissima contorsione suscit in Corrado un'emozione
diversa: aveva il cuore gonfio di dolore per le sofferenze
da lui patite durante quel martirio. Si era commosso pensando
alla disperazione di Maria sotto la croce. Ripens alla pena di sua
madre Bianchina quando sembrava che la tubercolosi dovesse ucciderlo.
Rimanere in contemplazione del crocefisso gli dava una
tale sofferenza che lo trasfigurava: usciva da se stesso, si sentiva
sempre pi leggero, senza corpo. Pens che l'estasi fosse l'emozione
pi pura che si potesse provare.
Bene fratelli,  ora di andare a dormire. Vedo sui vostri volti
che quello di cui abbiamo discusso stasera vi ha toccato profondamente.
Questo non pu che farmi piacere li salut Aristide.
La sua riflessione riguardava in particolar modo Corrado. Pi
che in altri scorgeva in quel giovane nobile dai modi eleganti la
predisposizione alla vita ascetica. Il cammino era ancora lungo
anche se avesse optato di restare all'ospizio. Attraverso le giuste
letture e con il suo aiuto era sicuro: ci sarebbe riuscito perch il
suo pentimento era sincero.
Aristide pens che nella vita di ciascuno esistevano delle giornate
che rappresentavano un punto cruciale. Quella appena trascorsa
lo era sicuramente non solo per Corrado ma anche per lui.
L'apparizione della Vergine era un privilegio che poteva toccare
solo alle anime predisposte. Quel giovane penitente ne aveva appena
beneficiato anche se non si rendeva ancora conto di quel
dono. Proprio questo lo rendeva ancora pi grande.
La notte nel suo letto Corrado ascolt la voce di Eufrosina.
Nel lento e regolare gorgoglio dell'acqua gli sussurrava: Non
devi temere. Trascino via io pensieri e dubbi che attraversano la
tua mente. Lascia spazio a quel sonno rigeneratore, breve ma intenso,
che ti servir per affrontare il mattutino con entusiasmo.
Non dimenticare mai che sono qui accanto a te per augurarti la
buonanotte.
Le rispose ormai con gli occhi chiusi: Grazie amore mio,
buonanotte anche a te. Manca poco e finalmente ci rivedremo.
....
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Il giorno dell'incontro con suo marito, Eufrosina era particolarmente
agitata. La badessa non le aveva anticipato il motivo di
quella visita inaspettata. Lei non riusciva a capire come mai, a pochi
giorni dal termine del suo noviziato, Corrado avesse chiesto
di incontrarla. Aveva forse scelto di rinunciare alla sua vocazione
ed era venuto a riprenderla prima dei voti definitivi? Scart questa
ipotesi: Enza e Aristide le avevano confermato la sua grande
determinazione. Poteva essersi ammalato? Il solo pensiero la faceva
stare male. Provava un senso di impotenza per non essere accanto
a lui. Cosa poteva essere successo? Questa mancanza di informazioni
la disorientava, non capiva. Desiderava rivederlo ma
si sentiva molto a disagio. Come avrebbe reagito vedendola cos
cambiata: i capelli tagliati corti, il viso un tempo perlaceo adesso
scottato dal sole; le mani con le sue belle dita che una volta sembravano
affusolate candele di cera d'api ora erano ridotte a degli
striminziti asparagi rossi. E i piedi, a furia di camminare scalza,
erano diventati callosi e con le unghie ingiallite. O almeno, cos
apparivano a lei. In realt li aveva sempre tenuti puliti con la
pietra abrasiva e rimanevano candidi come quando indossava le
sue scarpette in tinta con i vestiti. Si era pettinata i capelli all'indietro
e con delle forcine aveva fissato il velo di filo bianco da
novizia. Poi si era pentita di questa scelta e se l'era tolto. Preferiva
rimanere a capo scoperto: voleva che Corrado la vedesse com'era
davvero. Per le mani avrebbe adottato lo stesso stratagemma delle
altre sorelle tenendole nascoste sotto le maniche della tonaca.
Eufrosina ci sono visite le annunci la sorella guardiana
bussando alla porta. Arrivo subito rispose con un filo di voce.
Cerc di mantenere il controllo ma aveva il fiato corto e le
palpitazioni.
Prima di uscire inspir pi volte profondamente cercando di
calmarsi. Pens che anche lui doveva sentirsi cos scosso. Non
poteva essergli facile trovarsi l, qualunque cosa fosse venuto a
dirle. Sapeva quanto fosse emotivo e questo pensiero le diede un
minimo di consolazione. Era necessario cercare di essere forte ma
subito sprofondava ancora di pi nell'ansia.
Con apparente calma apr la porta e la chiuse accostandola
senza il minimo rumore. Scese velocemente le consunte scale di
marmo che conducevano al parlatorio. Matilde le aveva eccezionalmente
concesso di non nascondersi dietro la grata. Ormai per
lei la superiora era diventata come una sorella maggiore. Parlavano
poco, giusto per dirsi l'essenziale, ma si capivano al primo sguardo.
Vedendo Corrado cerc nel suo inconscio qualche appiglio a
cui aggrapparsi per paura di cadere a terra, un ricordo condiviso
con lui che la distraesse anche solo per un attimo da quella violenta
emozione di trovarselo l davanti.
Lui nel suo lungo saio grigio stretto in vita dal cingolo, scalzo
come lei. Portava i capelli rasati sulla nuca e la barba corta
come prima che scoppiasse l'incendio. Gli occhi le apparivano
pi grandi, non solo per il volto scavato, intensi come mai prima
di allora. Furono gli occhi di Corrado a ridarle serenit: era come
se fossero spalancati su un mondo diverso, con lo stupore tipico
dei bambini quando per la prima volta scoprono la neve.
Sei rimasta la stessa, meravigliosa come sempre le disse con
quella cortesia cavalleresca che lei tanto apprezzava in lui. Le baci
con fervore le mani e la strinse forte a s.
Eufrosina, sorpresa dalla sua audace spontaneit, aveva contraccambiato
quell'abbraccio senza riuscire a metterci lo stesso
entusiasmo. Non  vero, sono bruttissima. Ma va bene cos.
Per metterla a suo agio Corrado ricorse a domande che sembravano
banali: Come ti trovi qui? Mangi abbastanza?. Gli si
era formata una ruga fra le sopracciglia e la fissava preoccupato
per cogliere dalla sua espressione la verit. Non si sarebbe accontentato
di ascoltare una risposta qualsiasi. Voleva sentirla con
ogni poro della sua pelle, assorbire le sue sofferenze finch diventassero
anche le sue. Lei lo cap e lo guard con la stessa intensit,
come per appropriarsi del suo dolore.
Un pensiero sfior Eufrosina: come aveva potuto per cos tanto
tempo vivere lontana da lui? Le sembrava impossibile. Forse
c'era riuscita solo grazie all'amore che ancora provava. E ora Corrado,
con quella domanda diretta alla sua quotidianit, sembrava
voler recuperare la sua assenza condividendo una consuetudine
che si era perduta. Non voleva farlo preoccupare ora che erano l
insieme dopo quasi due anni di lontananza. Sto bene davvero.
Non ti devi angustiare per me. All'inizio non  stato facile ma
ora mi sento utile: ho rifatto l'orto che ci fornisce tutto quanto ci
occorre per vivere. Enza si  confermata una vera amica: non mi
ha mai dimenticata e sono cos felice che sia diventata madre. Mi
ha portato una gatta che mi tiene tanta compagnia. Assomiglia a
Tessa e si chiama cos pure lei. Poi finalmente, sempre fissandolo
negli occhi, il tono si fece apprensivo: Tu piuttosto, sei stanco?.
S lo sono. Ma di una stanchezza che anzich privarmi di
energia svuota dalla superbia la mia anima.
Eufrosina si apr in un sorriso. Lo speravo e in fondo al mio
cuore ero certa che sarebbe avvenuto. Gli accarezz lentamente
il volto, partendo dalle tempie fino ad arrivare al collo. La sua pelle
aveva la solita grana liscia e la barba era soffice e sottile. Voleva
invogliarlo a confidarsi e a condividere con lei le sue emozioni.
Lui si lasci andare: Sai che la mia cella  vicino al mulino?
Ogni notte, prima di dormire, ascolto l'acqua scorrere nel canale.
Associo quel rumore alla tua dolce voce e sento che mi parli,
confortandomi. Ecco adesso Eufrosina era contenta. Lui aveva
tirato fuori la parte della sua vita che condivideva solo con lei,
quella che le interessava di pi. Con queste parole le aveva fatto
capire che anche il proprio sacrificio non era vano. Lei rimaneva
la parte pi importante della sua nuova vita. L'ultimo pensiero
della giornata.
Succede anche a me la stessa cosa: la sera al calar del sole innaffio
le verdure dell'orto: quell'acqua  il loro nutrimento come
tu lo sei per me. Corrado si sent travolto dalla commozione:
Quanto mi sei mancata le confid abbracciandola nuovamente.
Anche lui aveva bisogno di sapere quando Eufrosina lo pensava,
in quale momento della giornata erano ancora insieme.
Anche tu immensamente... Questa volta lei ricambi la sua
stretta con lo stesso trasporto e provarono entrambi quella gioia,
pura ma effimera che per qualche istante cancella ogni pensiero
e ogni sofferenza.
Lui prese le sue mani e senza lasciarle si sedette sulla panca
con lei. Eufrosina le aveva fredde mentre quelle di Corrado erano
calde, asciutte e rassicuranti. Si sentiva cos protetta in quell'intreccio
che perfino le proprie mani le sembrarono meno brutte.
Come sta tuo padre Tommaso? E gli altri? si inform. Dopo
la reazione dei familiari all'annuncio della loro scelta di vita, la
preoccupava quella lontananza spirituale che avevano mostrato
verso Corrado, nonostante la prossimit fisica: dal castello all'ospizio
non c'erano pi di cinquecento metri.
Pietrino viene quasi ogni giorno ad aiutarmi mentre mio padre
l'ho incontrato solo qualche giorno fa... ma forse sarebbe
stato meglio non vederlo. Gli si era spezzata la voce. Riaffiorava
il senso di colpa per aver deluso Tommaso. L'atteggiamento di
lui, ancora paternalistico ma al tempo stesso afflitto dal
dolore, lo aveva colpito al cuore come una freccia. Gli si era conficcata
dentro e non sapeva come estrarla. Parlarne con Eufrosina
era vitale: solo con il suo aiuto sarebbe riuscito a sopportare
quel tormento. Abbass lo sguardo e si incurv su se stesso come
se avesse sulle spalle un peso insopportabile. Lei conosceva bene
quel pericoloso atteggiamento di chiusura.
Come mai sei cos duro con lui? Non potevamo aspettarci
nulla di diverso. Era un invito al buon senso. Eufrosina cercava
di sdrammatizzare. Corrado doveva sentirsi protetto dalla sua serenit,
doveva sentirla alleata per riuscire a esprimersi.
Corrado respir a lungo dilatando le narici. Prese una postura
inclinata verso di lei e la guard alla ricerca di comprensione.
Non ero ancora pronto all'incontro. Questa  la verit. Il tempo
trascorso  stato troppo poco per un totale distacco da quel mondo.
Troppe emozioni, troppi ricordi ma nessun rimpianto.
Eufrosina scorse un lampo nel suo sguardo mite ma cap che
non era d'orgoglio bens di fierezza. Affiorava la parte migliore di
lui quella che, nonostante le nobili origini, fino ad allora non era
mai riuscito a far emergere.
Parlami invece del tuo di padre. Corrado voleva cambiare
prospettiva. Basta parlare di s: i problemi di Eufrosina erano
speculari ai suoi.
Ogni volta che Bassiano mi viene a trovare piange. Continua
a chiedersi come io possa essere felice rinchiusa in questo luogo.
Mi implora, mi scongiura di cambiare idea e di tornare a casa con
te. In realt qui mi trovo bene. Mi piace soprattutto il chiostro:
con tutti quei fiori sembra veramente un angolo di paradiso. Mi
trasmette un senso di pace.
Se ci fosse una possibilit di tornare a vivere insieme sotto lo
stesso tetto accetteresti? le chiese Corrado di getto.
Eufrosina lo guard stupita. Perch mi poni questa domanda?
Amore mio ci aspettano tempi difficili. Il nuovo Papa e
il nuovo ministro generale dell'Ordine prenderanno posizioni
intransigenti nei confronti dell'ala spirituale dei francescani.
La povert assoluta non sar pi regola di vita. Allora mi sono
chiesto e volevo sapere cosa ne pensavi: i terziari sposati possono
vivere anche nelle proprie case assieme alle loro mogli. Se
la povert non potr pi essere completa che senso avr mai
rinunciare a te?
Che tremendo dilemma ma che sollievo. Pensavo avessi chiesto
di incontrarmi perch la tua fede non era abbastanza forte per
superare le rinunce a cui ti eri sottoposto. Sono arrivata a pensare
che tu stessi male di salute.
Oh no, amore: durante questi anni la mia fede non ha mai
vacillato. Tu mi sei sempre stata accanto e io lo sentivo, al punto
che nel pensiero, nell'immaginazione non sempre sono riuscito a
rimanere casto: il desiderio di te era troppo forte.
Eufrosina a queste parole arross. Lei aveva sognato che dormivano
abbracciati. Al risveglio si era stupita di non trovarlo vicino,
tanto aveva sentito con forza il battito del suo cuore, il calore
del suo corpo e il profumo ambrato della sua pelle.
Lei cercava di raccogliere le idee. Dopo un breve silenzio,
confusa da tante emozioni, gli disse: Ricordi quando ci siamo
visti l'ultima volta? Ti avevo raccomandato l'assoluta povert.
Solo cos saresti riuscito a pentirti veramente e avresti trovato la
salvezza dell'anima congiungendoti a Dio. Per tua indole sei per
le scelte estreme e per le sfide pi difficili. Ti sottoponi alla pi
dura disciplina come un vero cavaliere: nel profondo del cuore
sei sempre stato cos. Dovevi solo fare emergere la tua forza e ci
stai riuscendo. Lo capisco dal tuo sguardo: fiero eppure umile.
Un frate e un cavaliere sono entrambi leali e combattivi. Difendono
la Chiesa, proteggono i deboli e sono contro le ingiustizie.
Essere un cavaliere del Signore per ha un intendimento infinitamente
superiore: non fai nulla per la tua gloria ma solo per
quella divina.
Mi stai confermando le parole della visione. - la interruppe
guardandola con immensa tenerezza - L'altro giorno, uscito
dal castello, mi ero messo a pregare sperando in un segno che
mi dicesse se tutto quello che stavamo facendo avesse un senso.
All'improvviso mi  apparsa la santa Vergine. Sotto di Lei c'erano
due immagini di me: una con l'armatura addosso alla sua sinistra,
una con la tonaca alla sua destra. Alla mia domanda su chi fossi
veramente mi ha esortato a essere un puro cavaliere.
Il dono che hai ricevuto  meraviglioso non te ne rendi conto?
Sei circondato dall'amore sia in cielo sia in terra disse Eufrosina
stupefatta mentre gli accarezzava il viso.
Perch siete tutti cos buoni con me? Non ho fatto niente
per meritare tanta comprensione! disse Corrado esasperato. Si
era alzato di scatto e andava su e gi per la stanza come un lupo
finito in trappola. Le aspettative su di lui stavano diventando insostenibili.
Si sentiva sopraffatto da tanta generosit.
Siediti ancora qui vicino a me. Ti prego lo invit Eufrosina
con dolcezza. Lui sembr calmarsi e riprese posto.
Quella sera ho pregato tanto davanti al crocefisso - prosegu
Corrado tenendosi la testa fra le mani - sentivo una grande gioia
nella contemplazione. Non era un sentimento fine a se stesso, un
mio appagamento personale, bens di gratitudine per tutto quello
che il Signore ci aveva dato fino a quel momento.
Questo  importante: per rimanere il puro cavaliere che sei
devi restare povero. Ma come sar possibile?
Aristide mi ha fatto intendere che per seguire la mia vocazione
dovrei dedicarmi alla vita contemplativa lontano da tutto
e da tutti.
Eufrosina si stacc da lui, consapevole che stava per maturare
una decisione vitale per entrambi. Lo fiss negli occhi cercando
di non tradire nessuna emozione: Forse Aristide ha ragione. Che
senso avrebbe tornare a vivere insieme? La tua posizione nella
societ ti imporrebbe delle alleanze politiche, dei giuramenti di
fedelt alla tua casata contro dei tiranni come i Visconti. Tutto in
contrasto col tuo status di terziario che deve comunque giurare
fedelt solo alla Chiesa. Dovresti continuamente accettare compromessi
che non sono nella tua natura. Saremmo infelici un'altra
volta. Se io volessi questo o ti permettessi una scelta del genere
sarei egoista e vorrebbe dire che il mio amore non  sincero.
Corrado raccolse di nuovo le mani di Eufrosina nelle sue. Il
mio amore per te cresce di giorno in giorno come quello in Dio.
Ma sono spaventato. Credi che sarei in grado di lasciarti e andarmene
a vivere lontano in totale solitudine per dedicarmi alla vita
eremitica?
Penso proprio di s - riprese Eufrosina sempre pi sicura
di s - riusciresti perch ami la completa povert e le privazioni
materiali non ti spaventano. Quello che temi  il deserto della
tua anima. La sabbia non compare dal giorno alla notte. Viene
portata dal vento poco alla volta, ricopre la terra, soffoca le radici
degli alberi e li riduce a secchi arbusti che si sbriciolano fino a
confondersi con la sabbia stessa. Due anime come le nostre saranno
unite per sempre nel Signore. Nessuna distanza le potr mai
allontanare. Il senso del dovere sar la linfa che manterr vivo il
nostro amore.
Corrado non nascondeva la propria sorpresa: Sono preoccupato
per te. Sei troppo infervorata: non sono sicuro che tu creda
veramente fino in fondo a quello che stai dicendo. Preferisco
rinunciare a tutto e tornare a vivere con te piuttosto che saperti
suora senza vocazione.
Ti sbagli, non  come dici. - protest Eufrosina - Grazie
al tuo esempio ho imparato a volere bene al Signore. Mi sento
pronta per diventare sua sposa e prendere i voti definitivi.
A Eufrosina era costato molto ostentare tanta sicurezza. Nel
profondo dell'anima anche lei era combattuta fra il desiderio di
una vita all'apparenza normale assieme a Corrado e il fascino di
quel cammino parallelo a quello di lui alla ricerca di Dio. Corrado
aveva sentito il Signore prima di lei e lo trovava ogni giorno fra
i derelitti. Lei lo sentiva attraverso di lui: ne assorbiva lo spirito
come l'orto cresceva con la luce del sole: in modo impercettibile
ma ogni giorno. Questo sentirsi imperfetta la rassicur. Aveva
capito da quel confronto con Corrado che solo chi dubita, solo
chi sbaglia e ha la forza di rialzarsi si avvicina a Dio.
Corrado scorgeva in quella tenacia il sangue feudale di Eufrosina.
Voleva provocarla per verificare se anche sotto assedio non si
sarebbe arresa. So che parli cos per il mio bene. Mi sento cos in
colpa per tutti i sacrifici che stai facendo.
I miei sacrifici sono i tuoi. Se arriverai a sentire Dio al di l
dei sensi e ti separerai dal corpo nella contemplazione del Signore
potrai raggiungere la beatitudine. Solo cos riuscirai a mantenere
intatta la tua purezza di cavaliere senza compromessi di sorta,
se non quello dell'obbedienza alla Chiesa. L'eretico, al contrario,
sottomette l'obbedienza ecclesiastica alla libert del suo spirito.
Se sarai in grado di asservire la tua libert all'obbedienza resterai
per sempre quel cavaliere che la Vergine Maria ti ha chiesto di
essere. Anche io desidero cos.
Lui apprezzava l'intensit con cui Eufrosina lo aveva richiamato
ai presupposti della vocazione. Confermava una propria verit:
In te ritrovo me stesso. Mi completi come una madre che
scopre nel figlio i suoi tratti pi belli, arricchiti dalle virt virili:
forza, sicurezza, temperanza.
Stai per attento a non cadere in errore: non dovrai tendere
alla perfezione di vivere da solo con Dio per te stesso, per la
tua pace: non farlo mai mi raccomando. Commetteresti un grave
peccato. Tu sarai solo il suo strumento per mostrare alla gente
quanto si possa amare il Signore. In questo modo salverai molte
anime ora e nei secoli a venire. La mia per prima.
Corrado cap quello che aveva gi dentro di s ma che non
riusciva veramente a esprimere la verit sullo scopo della sua esistenza.
Far come dici. Prometto che non ti deluder: sarebbe
come tradire me stesso.
Avvicin il viso al suo, voleva sentire ancora una volta il suo
profumo. Poi si resero conto di quanto fosse difficile slegare le
loro mani.
Quando si staccarono Corrado realizz per la prima volta con
evidenza che Eufrosina, una volta unita nel matrimonio mistico
con Cristo, non sarebbe pi stata la sua sposa, anche se lui avrebbe
continuato a ricordarla come sua moglie, come Eufrosina. Ma
non sarebbe pi stata Eufrosina.
Improvvisamente le domand: Quale nome vuoi prendere
da suora?.
Giovanna, come la donna maritata che insieme a Maria,
Giovanni e Maddalena era sotto la croce di Ges ad assistere alla
sua passione.
Si guardarono sorridendo della loro complicit. Entrambi
avevano pensato a quel giorno di qualche anno prima, quando
alla fine del torneo si erano parlati per la prima volta e lui le aveva
chiesto l'origine del suo nome curioso.
Mi piace forse pi di Maria Eufrosina...
Si protese verso Corrado come per allontanarlo, fingendosi
scherzosamente offesa dalla sua provocazione: Meglio Eufrosina
invece. Quando Giovanna si reca sulla tomba di Ges e trova il
sarcofago scoperchiato scappa via spaventata.
Lui le circond con il braccio le spalle e la strinse forte. 
vero. Tu non ti saresti mai comportata cos.
Allora vorresti dire che sono coraggiosa?
S, ad amare me.
Eufrosina appoggi la testa sul petto di lui cercando il suo incavo
preferito fra la spalla e il collo. L'amore  un dono, non un
premio a chi dimostra pi valore. Devo ammettere che la vita con
te mi ha riservato parecchie sorprese. Eppure mi hai resa la donna
pi felice del mondo perch sento che hai bisogno di me. Questo
mi rende viva. Nel nome di Giovanna riprender anche il significato
di Giovanni Battista: anche lui aveva scelto di vivere da eremita.
Se l'amore in terra  rappresentato da te allora quello divino
 veramente immenso perch ti ha creata sussurr Corrado mentre
le accarezzava i capelli.
A queste parole, dimenticando la sua dichiarazione di coraggio,
Eufrosina si emozion. Il momento del distacco si stava avvicinando
e aveva bisogno di aggrapparsi a lui. Questa  la cosa
pi bella che tu potessi dirmi. Abbracciami, stringimi a te, fammi
sentire che non mi potrai dimenticare mai.
Come potrei scordarmi di te? Mi tieni saldamente per terra.
Sei tu che rivolgi il mio sguardo verso la giusta direzione. Impedisci
che possa voltarmi e perdermi nella dannazione eterna.
Eufrosina gli mostr la piccola croce d'oro che teneva appesa
al collo con un cordino di cuoio: Questa nasce dalla fusione
delle nostre fedi. La terr sempre con me qui, sul mio cuore. Ho
conservato anche qualche pugno di cenere dell'incendio. Ne ho
sparsa un poco sulla terra dove ho piantato l'orto e ora le piante
crescono rigogliose.
Sono commosso dalla tua grandezza. Tutto ha un senso allora:
gli anelli diventano la nostra croce e ci che ho distrutto 
servito a far ricrescere la vita.
Va' ora. Promettimi per che fra un giorno, tra un anno o
fra dieci, passerai a dirmi che sei in partenza lo implor Eufrosina
che non riusciva pi a sostenere il suo sguardo.
Le prese il volto fra le mani per ricondurla a lui. Mi allontanerei
in silenzio da te solo se non avessi il coraggio di dirti addio.
Entrambi sapevano che il loro dialogo non si sarebbe mai interrotto,
che in realt non si sarebbero separati mai. Eufrosina
con il nome di suor Giovanna si era unita a lui celebrando anche
da futura religiosa la piena comunione di ideali.
Non riuscivano ancora ad allontanarsi, come se il corpo non
volesse rispondere a quello che la mente li supplicava.
Respirarono profondamente. Si scambiarono un bacio a fior di
labbra guardandosi negli occhi per fissare quell'istante. Ancora
una volta si diedero coraggio reciprocamente, sapevano che se
avessero mantenuto il loro impegno di fede le loro anime si sarebbero
ricongiunte in Paradiso. Scivolarono fuori dal refettorio senza voltarsi.
...
.
...
FINE Parte 1.